Esteri

Wto: diario da Ginevra a 10 anni da Seattle

Ginevra, 2 dicembre 2009 – Fine inutile di un summit inutile

Ginevra, 2 dicembre 2009 – Fine inutile di un summit inutile



La sala era quella delle grandi occasioni. La presenza molto accreditata. Quello che è mancato, nei fatti, è stato il contenuto. Andres Velasco, Ministro al commercio cileno nonché Presidente della conferenza l’aveva annunciato fin dall’inizio: “nessuna sorpresa” per questa Dichiarazione finale che più che essere un vero e proprio documento vincolante è un elenco di buone intenzioni su cui si è trovato ampio accordo. Tra le poche certe è la prossima Ministeriale che verrà organizzata a fine 2011, probabilmente a Doha, nel Qatar, e la volontà nel chiudere il Doha Round, il ciclo negoziale di liberalizzazioni lanciato nel novembre 2001, entro la fine del 2010.

Il convitato di pietra di questa tre giorni, la crisi economica e sociale e le sue cause, è stata solo parzialmente citata nelle conclusioni, come problema che dovrà essere risolto attraverso un nuovo ruolo della Wto. L’esatto contrario di quello che chiedevano le organizzazioni della Rete Our World Is Not For Sale che pochi minuti prima dell’inizio della sessione finale hanno celebrato il funerale alla Wto ed al Doha Round. “Change or perish” a riassumere la discussione interna alla Rete, la mattina stessa, che ha concentrato l’attenzione sulla necessità di modificare le regole attuale da una parte, ma anche sulla non legittimità della Wto ad ergersi come soluzione della crisi che, per molti, ha nei fatti contribuito a creare.

“Sarebbe naif pensare che semplicemente promuovendo maggiori liberalizzazioni commerciali potrebbe essere una soluzione. I poveri hanno bisogno di più regole e più protezioni almeno quanto di più accesso al mercato”. Queste le parole di Olivier De Schutter, relatore speciale dell’Onu sulla sicurezza alimentare. Ma non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire.

Gli obiettivi rimangono gli stessi, liberalizzare ed aprire i mercati (da quello agricolo a quello dei prodotti industriali ai servizi), mentre gli argomenti che erano sul tavolo a fine novembre sono rimasti intonsi ai primi di dicembre.

Nessun passo avanti sulla questione del cotone, richiesta da molti Paesi in via di sviluppo soprattutto africani. Sebbene sia stata enfatizzata l’urgenza di risolvere una questione che sta condannando a perenne povertà oltre 10 milioni di persone: un argomento citato nella ministeriale di Cancun del 2003, in quella di Hong Kong del 2005 fino a Ginevra 2009, la delusione dell’Ambasciatore del Benin alla Wto dura da più di sei anni e non ci sono motivi di consolazione in vista. C’è l’investitura formale sull’Integrated Framework, quell’embrione di sistema di governance della globalizzazione che dovrebbe mettere attorno ad un unico tavolo, per coordinare le azioni, dalla Wto al Fondo Monetario Internazionale fino alla Banca Mondiale ed oltre per promuovere programmi di sostegno ai Paesi più poveri.

C’è in assoluto la volontà di procedere sulla chiusura del ciclo negoziale entro il 2010 chiudendo sulle questioni più difficoltose, come la liberalizzazione del mercato agricolo (l’80% del lavoro è già fatto dichiara il Direttore generale Lamy), l’abbattimento dei dazi sui beni industriali e la liberalizzazione del mercato dei servizi. E questo nonostante da più parti si faccia notare come l’apertura forzata dei mercati sia stata una sciagura per molti Paesi come il Ghana o il Kenya o l’Uruguay che hanno visto radere al suolo dalla competizione internazionale le industrie locali dell’allevamento o del pomodoro. Lasciando per strada centinaia di migliaia di persone.

Che saranno sempre di più se parallelamente ad un eventuale avanzamento delle liberalizzazioni all’interno della Wto i Governi non decideranno di prendere una posizione vincolante nell’altra grande arena in cui si sta lottando oramai da Kyoto, quella del cambiamento climatico.

I movimenti sociali stanno volgendo lo sguardo verso Copenaghen, dove si terrà tra pochi giorni la Conferenza delle Parti sul cambiamento climatico e sulla quale le intenzioni da parte dei Paesi partecipanti sono contrastanti. Il rischio è uno stallo, che se nella Wto è auspicato nella continua lotta contro un’agenda di liberalizzazioni aggressive, a Copenaghen rischia di essere una dramma. Ed una tragedia soprattutto per i Paesi più poveri: già indeboliti da un sistema commerciale predatorio e da una crisi alimentare ed economica, potrebbero ricevere un colpo ferale dal cambiamento dei regimi pluviali e della produttività agricola in seguito al cambiamento climatico.

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Ginevra, 1 dicembre 2009 – Benvenuti alla "non-ministeriale"




Ginevra. Benvenuti alla non ministeriale della Wto. Sembrerebbe che durante questo primo giorno tutto si faccia fuorchè negoziare. La linea dettata dal segretariato della Wto nei giorni precedenti l’apertura e ribadita dal direttore Lamy durante l’inaugurazione pare sia rispettata. Un momento di riflessione, come nelle migliori famiglie, per ricominciare con la spinta giusta in vista della chiusura del ciclo negoziale di liberalizzazione, il Doha Round, entro la fine del 2010.

In verità, il torpore che circonda la ministeriale nasconde una fitta attività di incontri bilaterali, di riunioni più o meno formali. Come quella convocata ad personam dal direttore Pascal Lamy con sei o sette delegazioni ministeriali tra cui l’Olanda per parlare sul consolidamento nei rapporti internazionali con i Paesi più poveri. Una modalità particolare chiamata green room molto in voga nella Wto (che si presenta come organizzazione democratica perché basata sul principio di uno stato un voto) con la quale nei momenti topici alcuni Paesi decidono di riunirsi per concordare posizioni. Nata per agevolare i negoziati molto spesso si è trasformata in una vera e propria scorciatoia per tagliare fuori dalle decisioni che contano i Paesi più poveri. Insomma, questa ministeriale sarà sotto traccia ma non si può dire sia solamente una vacanza sul Lac Léman.

Considerato che certe questioni che negli ultimi anni hanno contrapposto le due sponde dell’oceano sembrano arrivare ad una conclusione, come la cosiddetta guerra delle banane che contrapponeva l’Unione Europea e le sue ex colonie di Africa, Caraibi e Pacifico contro i produttori di banane dell’America Latina, soprattutto Ecuador, e gli Stati Uniti. Dazi europei troppo alti per le banane provenienti dall’America Latina (dalle grandi piantagioni spesso gestite dalle multinazionali) rispetto a quelle provenienti dall’Africa, questa l’accusa portata avanti alla Wto. Una guerra che sta arrivando a conclusione, con un graduale abbassamento dei dazi che consentirà una maggiore competitività delle banane d’oltreoceano rispetto a quelle africane, e che metterà ancora una volta in competizione feroce i produttori africani con le produzioni latinoamericane.

Una buona notizia per chi questi prodotti importa, tra cui alcune realtà del commercio equo e solidale europeo, un po’ meno per quei produttori di Paesi molto poveri che vedevano nelle preferenze assegnate loro dall’Unione Europea una necessaria restituzione rispetto alle politiche predatorie del colonialismo.

La questione dei dazi è questione annosa all’interno dei negoziati della Wto. Che nasce addirittura con il Gatt, l’Accordo sulle tariffe e sul commercio di fine anni ’40 che si può definire nei fatti il papà dell’attuale Organizzazione Mondiale del Commercio. Per molti Paesi, soprattutto industrializzati, tenere alte le tariffe sui prodotti d’importazione significa impedire l’accesso di mercato ai loro prodotti, distorcendo il libero commercio. Per tante comunità del Sud del mondo però un livello di dazi adeguato consente loro di difendersi rispetto a prodotti a bassissimo costo che arrivando improvvisamente sui mercati interni cacciano fuori mercato le produzioni locali, spesso meno competitive per una questione di economie di scala. A favore dei Paesi più forti o delle principali multinazionali.

La conseguenza è sotto gli occhi di tutti: in Ghana ad esempio, dove le politiche di liberalizzazione dei mercati hanno distrutto l’industria trasformazione del pomodoro locale, trasformando il Paese nel principale importatore africano di conserve, nonostante ne sia potenzialmente un grande produttore. O in Italia, dove la liberalizzazione del mercato del tessile alla fine del 2004 ha contribuito a distruggere il tessuto produttivo di Prato, di Como o di Novara.

Il Doha Round, il ciclo negoziale che, anche se stancamente, si sta cercando di portare avanti qui a Ginevra in vista di una sua chiusura nel 2010, ha nell’abbattimento dei dazi un suo elemento di forza. Sarebbe interessante capire con quale obiettivo.

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Ginevra, Lunedì 30 novembre 2009 – cominciano i giochi



E’ iniziata con una Jingle Bells adattata alle circostanze e cantata dalle Ong della Rete Our World Is Not For Sale la settima Conferenza ministeriale della Wto a Ginevra. ‘No new round, turn around. The world has had enough” cantata di fronte alla sala congressi della Venue dove da lì a pochi minuti avrebbe iniziato il suo discorso di inaugurazione Pascal Lamy, direttore della Wto.

“La Wto siete voi – ha detto rivologendosi ai negoziatori e ai diplomatici in plenaria – voi 153 membri. Avete sottoscritto il principio di andare avanti a difendere l’apertura del commercio in una cornice non-discriminatoria e trasparente. A Doha avete anche concordato di mettere lo sviluppo nel cuore del sistema multilaterale”. La Conferenza di Doha è ricordata negli annali dei non governativi e delle delegazioni del Sud del mondo come il momento dello strappo: due anni dopo la debacle di Seattle e pochi mesi dopo le torri gemelle il mondo non aveva tempo di discutere e di mediare, un nuovo Round doveva essere rilanciato, per questa Wto orfana del Millennium Round deragliato sulle strade di Seattle, e così fu. Al punto che la dichiarazione finale fu conclusa un giorno dopo la fine del vertice, quando buona parte delle delegazioni dei paesi del Sud del mondo erano già sull’aereo di ritorno.

Una modalità che, assieme al sistema delle green room dove gruppi informali di Paesi discutono e avanzano sui tavoli negoziali, ha giustificato l’appellativo di “poco trasparente” all’Organizzazione nata dalle ceneri del GATT, il primo accordo mondiale che dalla fine degli anni quaranta aveva gestito il commercio globale. Una sensazione che si avverte anche qui a Ginevra, dove le Ong non hanno quel libero accesso che paradossalmente si è vissuto durante l’ultima ministeriale, quella della cinese Hong Kong.

C’è comunque un filo rosso che unisce Doha a Hong Kong a Ginevra e cioè che “il commercio possa contribuire a uno sviluppo sostenibile nel più ampio dei sensi. Che possa generare crescita, lavoro dignitoso, uno straordinario strumento per combattere la povertà nei Paesi in via di sviluppo”. Una convinzione solo temporaneamente temperata dalla riflessione che le politiche interne dei Governi sono necessarie per mettere mano agli eccessi della globalizzazione.

Qualcuno, all’incontro tra Ong e Pascal Lamy svoltosi poche ore prima all’Ngo center, aveva ventilato l’auspicio che Wto ed Oil (Organizzazione Internazionale del Lavoro) potessero integrare le proprie politiche per rispondere alla crisi sociale determinata dalla crisi economica attuale e da un mercato a volte troppo poco regolato. “Assolutamente no” ha risposto decisamente Lamy, perché “la Wto e l’Oil sono organizzazioni autonome che operano in un sistema di relazioni internazionali”, come dire che all’interno della governance della globalizzazione ognuno ha il suo posto. Senza chiarire che in questa governance l’unico che ad oggi ha diritto di intervento, e di sanzione sulle politiche dei singoli Paesi, è proprio la Wto.

 

Ginevra, Lunedì 30 novembre 2009 – la vigilia

Nuove Ministeriali, vecchi problemi. Nel dicembre 2005, dal seminario organizzato da Fair, Magasins du Monde e Tradewatch alla venue di Hong Kong, Hibrahima Coulibaly portavoce del coordinamento dei piccoli produttori del Mali, denunciava l’ingiustizia del mercato internazionale del cotone fatto di dumping, sovvenzioni all’esportazione, bassi prezzi e alti debiti.

Il cotone, soprattutto ad Hong Kong, diventò il simbolo del mercato ingiusto e dell’opportunismo nelle relazioni internazionali, una contraddizione evidente in un Round negoziale, quello di Doha, che prende il nome di Development Round.

Sono passati quattro anni da allora e la situazione non è più come una volta. E’ peggiorata.

Come le altre commodities agricole, il cotone è diventato oggetto per gli appetiti degli speculatori, e dopo decenni di prezzi sempre più bassi, i grandi investitori speculativi hanno scelto i futures dell’oro bianco come ottima fonte di guadagno. Nella prima metà del 2008 i prezzi diventarono estremamente volatili, passando da 69 Us/cent per pound a 90 Us/cent per pound in pochissimo tempo, un impatto pesante per chi non aveva previsto il picco, talmente improvviso che molti soggetti commerciali dovettero dichiarare bancarotta; uno scenario che però non ha realmente cambiato la tendenza generale ai prezzi insostenibili: una media di 64 Us/cent per pound, già bassa di per sé, non regge l’aumento esponenziale dei fertilizzanti, dei pesticidi e dei trasporti legati all’andamento del prezzo del petrolio.

Ma aldilà dei prezzi, la crisi dei futures del cotone, assieme ad una stagione pessima ed alla crisi economica generale hanno cambiato la geografia del mercato del cotone: si è oramai lontani dalle vacche grasse del 2004, quando la produzione veleggiava oltre le 27 milioni di tonnellate, i tempi sono cambiati e non si va oltre alle 23 milioni e rotti. I più colpiti da questa debacle sono stati i Paesi più poveri, la gran parte dei quali africani, che hanno visto dimezzare i loro raccolti e diminuire la loro produttività. E conseguentemente anche il loro peso politico di fronte al colosso Usa che con la conferma dei sussidi all’esportazione e le quasi tre milioni di tonnellate esportate sono il leader del settore e del dumping.

Ma toccare l’aspetto del cotone per la Wto vorrebbe dire aprire il vaso di Pandora dell’accordo agricolo, in stallo da anni a causa dei veti incrociati che vedono i Paesi emergenti come Cina, India ed il resto del G20 opporsi ai Paesi industrializzati. Rimettere in discussione i sussidi all’esportazione al cotone statunitense, già condannati nel 2005 su denuncia del Brasile dal Dispute Settlement Body il tribunale della Wto, rimetterebbe in moto uno dei negoziati più importanti che bloccano la conclusione del Doha Round (DDA). Ma chi ha intenzione di pagare i costi sociali di una riforma pesante del mercato agricolo in questo momento di crisi?

E’ meglio concentrarsi sulle dichiarazioni di massima. Come quelle espresse all’Organizzazione Internazionale del Lavoro sulle questioni del lavoro dignitoso e l’apertura dei mercati. “Le questioni del lavoro dignitoso dovrebbero far parte dell’agenda comune di lavoro tra Wto e Oil” afferma il direttore della Wto Pascal Lamy.

“Ma prima di parlare di lavoro dignitoso, bisognerebbe parlare del lavoro che manca” gli fa eco il Ministro brasiliano Celso Amorim, facendo riferimento proprio al tessuto sociale africano, colpito dal dumping. Questa ministeriale, partita volutamente sotto tono, vorrebbe essere per Lamy un momento importante per la conclusione del Doha Development Round nel 2010. Ed in tutto questo il cotone rimane un simbolo non solo politico. Come ad Hong Kong.

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Ginevra, Venerdì 27 novembre
Sarà la pioggia ad attendere i delegati accreditati all’imminente Ministeriale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc/Wto) a Ginevra, in programma dal 30 novembre al 2 dicembre.

Arriveranno delegazioni di oltre 125 Governi, la stragrande maggioranze dei 153 Paesi membri, 96 dei quali rappresentati direttamente a livello ministeriale. A questi si uniranno 14 delegazioni di Paesi osservatori, molti dei quali in attesa di entrare nell’Organizzazione. L’appuntamento sarà seguito da oltre 435 Ong accreditate, 349 giornalisti di 63 nazionalità diverse.

Tutto sembra giocare per un appuntamento importante, nonostante le parole rivolte dal Direttore dell’Omc/Wto Pascal Lamy ai media mondiali, secondo cui a Ginevra non si negozierà nulla, ma si farà una sorta di punto della situazione. Sono lontani gli appelli alla chiusura del Doha Round che echeggiavano a Cancun come ad Hong Kong, la crisi economica ed i risvolti nelle politiche commerciali dei singoli Paesi che, sebbene non si siano orientate al protezionismo, sembrano frenare su ulteriori liberalizzazioni, il livello di stallo nel capitolo agricolo sembrano consigliare al vertice dell’Organizzazione molta cautela. Sembra quindi che ufficialmente questo appuntamento avrà come tema ”La Wto, il sistema commerciale multilaterale e l’attuale ambiente economico globale”, cioè la crisi e impegnerà i ministri in due sessioni di lavoro: una il secondo giorno sulla ”Revisione delle attività della Wto, compreso il Piano di lavoro di Doha”, ed una il giorno seguente su ”Il contributo della Wto alla ripresa, alla crescita e allo sviluppo”.

Queste le dichiarazioni ufficiali. In realtà la sensazione è che la tattica di Lamy e della Wto sia quella di creare basse aspettative, con l’obiettivo di porre le condizioni per un avanzamento dei negoziati durante appuntamenti minori, come le miniministeriali, dove sono rappresentati maggiormente i Paesi che contano, sia quelli sviluppati che quelli emergenti, ed il numero dei partecipanti è estremamente contenuto. Una miniministeriale verrà svolta poco prima dell’inizio del vertice e si ventila la possibilità di un secondo appuntamento a stretto giro di vite prima della fine dell’anno.

Intanto le reti sociali ed i movimenti, tra cui la Rete globale OWINSF (Our World Is Not For Sale) si sono già attivati per monitorarne i lavori, con la consapevolezza che nonostante la crisi comunque qualcosa si è già mosso dentro e a fianco la Wto. Come racconta Alejandro Villamar, della coalizione antiOmc messicana, che spiega come negli ultimi periodo abbiano preso forza gli accordi bilaterali su diversi aspetti correlati ai negoziati commerciali, come i servizi o i diritti di proprietà intellettuale, in cui gli Organismi geneticamente modificati diventano l’elemento di forzatura principale rispetto alla sovranità alimentare e culturale, soprattutto nei Paesi del Mercosur. Criticità che emergono anche in altre parti del pianeta, come in India dove migliaia di contadini ed i sindacati sono riusciti a contrastare le politiche commerciali di liberalizzazione del comparto agricolo facendo leva sulla questione dello zucchero, il cui prezzo, molto basso, non consentiva ai produttori di sopravvivere in regioni molto povere come l’Andhra Pradesh. La miniministeriale a New Delhi dello scorso settembre è stato il punto più alto della mobilitazione, che è stata capace di coalizzare il Partito Comunista indiano e il BJP contro un’ulteriore rischio di apertura dei mercati agricoli.

Pascal Lamy ridimensiona le aspettative, ma in questo autunno ginevrino i rischi di un colpo di mano ci sono tutti. I movimenti sociali sono avvertiti. Ed anche le delegazioni che si troveranno a Copenaghen per la Conferenza delle Parti Onu sul cambiamento climatico. La lotta al “climate change” potrebbe diventare il prossimo ricostituente per un Doha Round sempre più in crisi di ossigeno.

 

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