Ambiente / Opinioni

Il valore delle Alpi: una fragile corona da tutelare

Dalle Marittime alle Giulie, gli ettari di suolo urbanizzati hanno superato quota 205mila. È necessaria una svolta di “alta” politica

Tratto da Altreconomia 200 — Gennaio 2018

Macongranpenalerecagiù. Così a scuola ricordiamo il nome delle Alpi: Marittime Cozie Graie Pennine Lepontine Retiche Carniche Giulie. Diademi di una corona in testa all’Italia, fatta di boschi neve aria e acqua pure, paesaggio, brivido della quota, fatica della salita, energia e legname, sentieri fontina casera e latte, mucche prati fieno polenta e pane di segale, baite, Alpini con la piuma e gente con le sue storie, il suo lavoro, il diritto al futuro. Alpi e Appennini sono stati anche teatro di guerre e resistenze: il fascismo lo abbiamo battuto con loro.

Quante cose sono le Alpi per l’Italia. E l’Italia per le Alpi? La vita lassù è dura e l’inclinazione rende tutto precario: non ce la si fa da soli. Consapevoli di ciò, gli otto Stati alpini e l’Europa nel 1991 hanno dato vita alla Convenzione delle Alpi per tutelarne i valori e frenare tutto ciò che mette a rischio questo paesaggio così fragile. Ma la convenzione delle Alpi è pienamente vigente in Italia solo dal 2013. Il nostro Paese ci ha messo in media dai 12 ai 19 anni ad approvare i protocolli con cui si attua la convenzione, rallentandone così l’efficacia globale. E dire che con il 21% di superficie alpina e il 30% di popolazione, l’Italia avrebbe dovuto essere più interessata degli altri.

Tra i protocolli ce ne è anche uno sulla “difesa del suolo”. Ovvio: il suolo alpino è più scarso e delicato che in pianura e richiede il massimo impegno politico per tutelarlo, non per niente è stato nominato suolo dell’anno 2018. E così nel protocollo (art. 1) si dice che “il suolo va mantenuto efficiente in modo sostenibile nelle sue funzioni naturali […] e nelle sue funzioni di archivio. […] Le funzioni ecologiche del suolo come parte essenziale dell’ecosistema. È necessario promuovere il ripristino dei suoli compromessi. […] Uso parsimonioso delle superfici”. L’art. 5 parla di catasti del suolo, di monitoraggio e di armonizzazione di basi dati. L’art. 7 dice che “l’urbanizzazione si sviluppi contenendo l’occupazione delle superfici e rispettando il suolo”.

Qui caschiamo male: tra il 2012 e il 2015 nell’arco alpino italiano sono stati cementificati 740 ettari (fonte: ISPRA, 2016), il 40,6% di tutto il consumo avvenuto nella montagna italiana. Sono oltre 205.600 gli ettari urbanizzati nelle Alpi. Per tutelare i suoli non mi risultano disposizioni ad hoc per i comuni alpini, né richiami alla Convenzione delle Alpi nelle leggi sul consumo di suolo delle Regioni alpine e neppure nel disegno di legge nazionale. Distrazione o disinteresse? A ben pensarci ogni voto vale uno ovunque esso si trovi. Se fosse la contabilità elettorale a muovere la dedizione politica alle Alpi, allora saremmo nei guai.

13: gli anni che l’Italia ci ha messo per decidere se prendersi o no cura del suolo fragile delle Alpi. Austria 2. Germania 4. Francia 7. Monaco 5. Slovenia 6. Svizzera 1. Liechtenstein 4

Nei comuni alpini vivono 3,9 milioni di cittadini contro i 7,2, ad esempio, delle quattro aree metropolitane di Piemonte, Lombardia, Liguria e Veneto. Poiché la superficie alpina italiana è di circa 50mila chilometri quadrati e quella delle quattro aree metropolitane di 12.700, capite che per acciuffare un voto nelle Alpi tocca girare il territorio almeno quattro volte di più, con la fregatura di incontrare poco più della metà degli elettori metropolitani. Per la partitica tenere un comizio nelle Alpi è sconveniente. L’unica sarebbe quella di far valere 7-8 volte di più il voto di un alpino rispetto a un metropolitano. Poiché questa cosa non è possibile, bisogna che la politica si dia una scossa e si occupi non di ciò che per lei è efficiente, ma di ciò che lo è per il territorio, l’ambiente e gli abitanti, ricordandosi dei meno rappresentati. Si chiama equità, ed è una questione di alta politica.

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