Altre Economie

Universi lontani insieme a Mumbai – Ae 47

Numero 47, febbraio 2004Città caotica e affollata, occidentali spaesati, quasi fuori posto. Il quarto appuntamento mondiale new global va in scena in mezzo agli slum. Accanto ai temi “classici” spazio alle questioni locali e ai senza castaGuardi in alto e…

Tratto da Altreconomia 47 — Febbraio 2004

Numero 47, febbraio 2004

Città caotica e affollata, occidentali spaesati, quasi fuori posto. Il quarto appuntamento mondiale new global va in scena in mezzo agli slum. Accanto ai temi “classici” spazio alle questioni locali e ai senza casta

G
uardi in alto e vedi aquiloni, a decine. Guardi in basso e vedi disperati. A migliaia.No, questo non è il forum cui siamo abituati. Qui non siamo a Porto Alegre.

Non si può parlare del quarto Forum sociale mondiale senza parlare della città che lo ospita. All'occidentale che ci arriva per la prima volta, Mumbai appare terrificante: caotica, affollata all'inverosimile, con un traffico ai limiti dell'immaginabile e un inquinamento insopportabile. E poi povera, sporca, disperata nei suoi slum dove si ammassano in milioni; e per le sue strade, dove vivono a migliaia. No, quest'anno chi vuole parlare di globalizzazione, sviluppo, diritti, ingiustizie e ineguaglianze, sfruttamento e Paesi “in via di sviluppo”, prima deve passare da qui.

Prima deve prendere quella che chiamano la metropolitana (che poi è un treno urbano) per percorrere i 30 chilometri e più che separano il centro da Goregaon, il sobborgo dove si svolge il Forum. Deve fare la fila alla biglietteria, osservare i mendicanti che chiedono l'elemosina, soffocare nella calca dei vagoni, spingere per scendere. Deve poi prendere uno dei 65 mila auto-risciò neri e gialli, respirare tubi di scappamento e infine scendere (rischiando di essere investito), per arrivare a Nesco Ground, la fiera di Mumbai.

Prima deve fare i conti con questa città, e con ciò che rappresenta.

Gli occidentali sono un po' smarriti. I padiglioni della fiera sono spogli, ventilatori primordiali pensano a un po' di fresco. Piegate, donne spazzano il pavimento. La polizia si aggira con lunghi bastoni (lathi) a sorvegliare. La presenza di indiani è tale da far quasi scomparire ogni “faccia pallida”. All'inizio si sentono un po' fuori posto. Lo sembra anche Josè Bové, che cammina coi Dalit (i senza casta, gli “intoccabili”) quando la loro marcia si conclude in fiera, il giorno dell'inaugurazione del Forum. Dei Dalit, a un Forum sociale mondiale, non si era mai parlato: la divisione in caste è stata formalmente abolita dalla Costituzione oltre 50 anni fa ma la presenza e il numero dei Dalit è lì a testimoniarne la sopravvivenza.

Lo si è detto già prima dell'inizio: questo sarà un Forum molto legato a temi indiani. Che sono soprattutto quelli dell'emarginazione, delle caste, del comunalismo e delle discriminazioni. Questo sarà un Forum molto indiano. Bene o male che sia.

In effetti così sembra, ma è tutt'altro che spiacevole. La cultura di movimento indiana è forte, il volontariato è un valore diffuso, le associazioni sono migliaia. Solo che l'occidentale non le conosce.

Non sa ad esempio di cosa si occupano le associazioni per i diritti della “minoranza” adivasi, che sono i tribali: tra i 55 e i 60 milioni in India (come la popolazione dell'Italia). Alla fine l'occidentale scopre il suo provincialismo, la sua ignoranza rispetto a un mondo così variegato e significativo, non può fare a meno di riconoscere il proprio etnocentrismo. Non capisce la lingua, non capisce gli slogan, non riconosce le sigle.

Per fortuna gli vengono incontro proprio loro, gli indiani che non conosce. Si presentano, ci tengono a far sapere chi sono, a spiegare cosa fanno. Sfilano per i viali della fiera per mostrarsi. Si fanno notare come i tamburi scoppiettanti di Nesa, che sta per New Entity for Social Action ed è un rete di 42 organizzazioni che lavorano per i diritti delle “comunità vulnerabili”. Sono venuti in 500 da Bangalore, 24 ore di treno.!!pagebreak!!

Chi è stato al Forum di Mumbai torna a casa con decine di volantini, il racconto minimo di storie e valori che ha incontrato qui. Basta dare un'occhiata al programma, e fare un salto alle conferenze e ai seminari. Accanto ai temi “tipici” del forum (Wto, globalizzazione, privatizzazione, Banca mondiale…), si parla anche di contadini, pescatori, disabili, omosessuali, bambini, caste. In tutto questo si perdono nella massa anche i nomi e le figure che da sempre rappresentano il Forum.

I luoghi dove si tengono i seminari sono tendoni di cotone e juta montati su strutture di bambù, a volte circondati di lamiera. I mezzi sono pochi, il confort brasiliano è un ricordo. Ma è qui che inizia l'incontro tra mondi che sembrano distanti.

Durante le conferenze, all'esterno per i viali della fiera continueranno per l'intera durata del Forum le sfilate, i balli, i canti. Molti parlano di un mela, un festival indiano. Ma tutti capiscono che le sfilate e l'entusiasmo sono molto di più di una festa. Lo dice anche Walden Bello durante un suo intervento: “Forse quello che accade fuori è più importante di ciò che accade dentro”. Non si tratta di folklore, o semplicemente cultura, sembra dire: tutto questo ha un significato politico. È l'incontro tra problemi ed esigenze distanti, diverse, eppure legati.

Non di rado, il sistema di traduzione in simultanea mostra qualche difficoltà. Basta questo per svelare che la maggior parte delle persone che prendono parte alle conferenze e ai seminari non sa l'inglese. Perché la maggior parte degli abitanti dell'India non sa l'inglese.

Lo ribadisce, con vigore, il giornalista indiano Nikhil Wagle. Anche quello linguistico è una forma di imperialismo, dice. Qui la gente capisce, al massimo, il marathi, la lingua di questo Stato, e qualcuno l'hindi. Ma non vale per tutti. La minoranza occidentale non può imporre l'inglese.

Gli fa eco la scrittrice egiziana Nawal el Saddawi, che estende il discorso: “Mi dicono che vivo nel 'Medio Oriente'. Ma 'medio' rispetto a chi?”. E ancora: “Mi dicono che vivo in un Paese povero. Io dico che il mio Paese è stato derubato”.

Dopo Mumbai dovremo fare i conti anche con il linguaggio col quale finora abbiamo parlato di globalizzazione, sviluppo e giustizia. Il linguaggio, ancora una volta, di una minoranza etnocentrica.

Quello dell'imperialismo è un tema costante, così come lo sono le accuse a Gran Bretagna, Israele e Stati Uniti. Forse troppo, lo riconosce anche Vandana Shiva: “I sentimenti anti-Bush hanno ricevuto più importanza di quanto fosse appropriato”, ammette. Anche la guerra è protagonista: “If you want peace, don't partecipate to war”: se volete la pace, non partecipate alla guerra. È lo slogan che viene lanciato dall'israeliano Michael Warshawsky, sull'esempio dell'India, che non ha preso parte all'invasione dell'Iraq.

Il 19 gennaio, dopo la presentazione del marchio Ifat per il commercio equo (ne parliamo nella pagina qui a fianco), i giornalisti si perdono nello slum di Dharavi, non distante dal centro di Mumbai. È il più grande dell'Asia: ci vivono in 700 mila, è lungo 10 chilometri. Un labirinto di baracche separate da vicoli stretti e soffocanti. La zona dove si lavora è separata da quella dove si vive: gli abitanti raccolgono carta e plastica per il riciclo, conciano le pelli. I fili appesi ai muri rivelano la presenza della corrente elettrica nelle case, i tubi per terra quella dell'acqua. Entriamo in una di queste case: tre metri per quattro, al massimo, dignitosa e pulita. Televisione e una ventola al soffitto, indispensabile contro il caldo estivo. Ci vivono in cinque, il capo famiglia guadagna 4 mila rupie al mese (80 euro), quindi a testa c'è meno di un dollaro al giorno, la soglia di povertà assoluta. Sono venuti qui dal Sud, dal Tamil Nadu, 20 anni fa, come tanti contadini attratti dalla città, dal progresso. Viene proprio da pensare che il modello di sviluppo in cui viviamo abbia come risultato questa città, non quelle occidentali cui si ispira. Questo è l'insegnamento maggiore che Mumbai dà a chi è venuto a partecipare al Forum sociale mondiale.

Di Mumbai si dovrà tenere conto l'anno prossimo, col ritorno a Porto Alegre. Di come si debbano fare le proporzioni, fosse anche sul numero di abitanti, e di come si debbano assumere punti di vista diversi, quando ci si occupa di globalizzazione, diritti e sviluppo. Prima di allora il consiglio internazionale avrà stabilito se la formula ha fatto il suo tempo, e se non sia il caso, come molti auspicano, di far passare due anni tra un Forum mondiale e un altro, lasciando spazio a forum continentali e regionali come quelli che ci aspettano nei prossimi mesi. !!pagebreak!!

Forum futuri
Ecco i prossimi forum in giro per il mondo:

1. Terzo social forum pan amazzonico, dal 4 all'8 febbraio 2004 a Ciudad Guayana, Venezuela (www.fspanamazonico.com.br).

2. Social forum mediterraneo, nel marzo 2004 a Barcellona, Spagna.

3. Social forum delle Americhe, luglio 2004, a Quito, Ecuador (www.forosocialamericas.org).

1.200 eventi per 4 milioni di dollari. I delegati? One lakh
One lakh
: è l'espressione che gli indiani usano per indicare la cifra “centomila”. Tanti erano, secondo gli organizzatori, i delegati iscritti al Forum sociale mondiale di Mumbai, provenienti da 93 Paesi diversi. Ma sulle cifre non bisogna fare troppo affidamento, tanto che per giorni sono rimbalzati numeri che hanno parlato di 80, 270 e addirittura 500 mila partecipanti. Quel che è certo è che in quattro giorni (senza contare inaugurazione e chiusura) sono stati organizzati circa 1.200 eventi, al ritmo di 300 nell'arco di 11 ore, tra conferenze, seminari, incontri. Il Forum di Mumbai è stato organizzato da un cartello di circa 200 associazioni, tra le quali è stato selezionato un gruppo di lavoro di 57 persone.

Il costo di tutto questo è di circa 4 milioni di dollari: una cifra molto alta in una città dove una cena abbondante costa 3 dollari. 2,8 milioni di dollari sono stati coperti dalle iscrizioni e dalle donazioni (soprattutto dal Brasile): il resto costituisce un deficit che andrà in qualche modo colmato. Per rispettare l'assoluta indipendenza dalle autonomie locali e statali (in maniera quindi molto differente da Porto Alegre e dai Forum europei per esempio) ma anche da realtà private, il comitato organizzativo ha pagato ogni spesa, compreso l'affitto delle strutture della fiera dove si è svolto l'evento.

140 le sale per gli incontri: dall'enorme maidan da 20 mila posti dove è stato inaugurato il Forum ai piccoli spazi per i seminari e workshop minori. Poi bisogna aggiungere gli oltre 300 stall, i banchetti di presentazione delle associazioni, e i 150 baracchini che hanno preparato da mangiare (un pasto medio 30 rupie, 60 centesimi di euro) secondo la cucina tipica di Mumbai. Ma tutto è dipeso sopra ogni altra cosa dal lavoro, impagabile, di oltre 800 volontari (molti provenienti dall'estero). 180 di questi interpreti, il cui lavoro è stato diffuso da 30 mila apparecchi per la traduzione simultanea (le lingue ufficiali del forum erano 13).!!pagebreak!!

Megalopoli tra miseria e finanza
Mettete dieci persone in un quadrato di 16 metri per 16. Dentro metteteci anche le loro case, le strade che usano, le fogne, l'ufficio dove lavorano, il letto dove dormono e il tavolo dove mangiano, i servizi che utilizzano, le auto che guidano. Questa è Mumbai, conosciuta come Bombay prima di un ritorno nazionalistico del governo municipale, capitale dello Stato del Maharashtra: 16 milioni di persone su di un isola (collegata alla terra ferma) di 440 chilometri quadrati. I conti sono un po' approssimativi, ma l'idea rimane: Mumbai è una città che esplode. La folla e il traffico sono le caratteristiche più evidenti.

Secondo alcune stime, ma la cifra non può essere confermata, metà della popolazione vive negli slum, le baraccopoli che costellano il panorama urbano.

Ce ne sono ovunque: accanto alla ferrovia, a ridosso del mare, appena dietro i ricchi palazzi della finanza. Nonostante questo un milione di persone (una popolazione che supera quella di gran parte delle città italiane) vive per strada. Gente della campagna attirata dalla ricchezza della città. Perché Mumbai ha due anime, che convivono strette l'una all'altra come i suoi abitanti. Al di là della povertà in città c'è anche una ricchezza smisurata. Mumbai è la capitale finanziaria dell'India, centro del potere economico del Paese, cuore dell'industria cinematografica (Bollywood sforna 900 film l'anno, il doppio di Hollywood), una delle maggiori città di produzione di software, polo industriale dal tessile al petrolchimico.

E infine Mumbai è una città dove chiunque può girare tranquillamente, spesso senza essere neppure notato, contando sulla cordialità della gente.

Tecnologia indiana e open source
Dell'inventiva, della capacità organizzativa (con le poche risorse a disposizione) e della qualità delle conoscenze tecnologiche indiane hanno fatto esperienza soprattutto i giornalisti. Nei giorni del Forum hanno avuto a disposizione 110 postazioni collegate in rete tra loro, ad Internet e alle stampanti (ogni copia si doveva pagare), con la possibilità di connettere il proprio portatile. Il tutto realizzato con software libero e sistemi operativi Gnu/Linux. E tecnologia indiana.

Il sistema ha retto gli oltre 3 mila accreditati (ognuno dei quali aveva una sua password per poter salvare e recuperare da qualsiasi postazione il proprio lavoro), provenienti da 45 Paesi.

Il merito è di un centinaio di volontari, molti appartenenti alla Free Software Foundation India, 40 dei quali dedicati solo all'assistenza alle macchine e ai giornalisti imbranati. Il media center si è preso anche i complimenti pubblici di Richard Stallman, figura storica del movimento open source, durante un dibattito dedicato a “Media, cultura e sapere”.!!pagebreak!!

Presentato in India il nuovo marchio Ifat
Fairtrade, filiera garantita

Non hanno fatto
mancare nulla i rappresentanti del Fair Trade Forum of India che, in occasione del Forum sociale mondiale, hanno organizzato il lancio del marchio delle organizzazioni di commercio equo e solidale. Avevano previsto anche la presenza di un elefante per celebrare l'avvenimento ma la polizia ha fatto spostare l'animale che intralciava l'incredibile traffico di questa periferia di Mumbai.

Il momento è storico. Si conclude infatti il processo, iniziato alla conferenza dell'International Federation of Alternative Trade (Ifat) del 2001 ad Arusha, in Tanzania. Ed è proprio questa la novità: il marchio distingue e accredita produttori, ma anche importatori e distributori (botteghe o associazioni di botteghe), perché è pensato per distinguere chi fa commercio equo e solidale da chi semplicemente vende o distribuisce prodotti equi e solidali. La differenza è tutt'altro che banale: il marchio diviene uno strumento di tutela ma anche di identificazione; non verrà applicato sui prodotti (per i prodotti alimentari più diffusi esiste infatti già il marchio Transfair) ma appunto alla filiera, alle organizzazioni di commercio equo. Per ottenere il marchio le singole organizzazioni dovranno impegnarsi a rispettare il codice di comportamento di Ifat (250 le organizzazioni già socie ma molte altre in lista d'attesa), sottoporsi a un auto-monitoraggio permanente (ogni due anni) e alla possibilità anche di controlli a campione.

Per Ifat, che detiene il marchio (nell'immagine a fianco), questo passo fondamentale per la crescita e l'affermazione a livello internazionale significa diventare la casa comune di tutto il commercio equo e solidale mondiale.

La presentazione del marchio Ifat è avvenuta in una pagoda di cotone colorato e juta a Dharavi, il più grande slum dell'India. Il luogo è significativo: nello slum, uno dei più vecchi della capitale del Maharastra, sono già all'opera piccoli gruppi di produttori familiari legati alle organizzazioni di commercio equo. Parte da qui il marchio Ifat per raggiungere, nei prossimi anni, tutti i cinque continenti.

Dall'Europa, oltre alle organizzazioni italiane Ctm Altromercato e Roba, sono venuti anche i francesi di Artisans du Monde. Per noi, che abbiamo lavorato duramente nei vari incontri internazionali in questi ultimi tre anni per arrivare a questo risultato la soddisfazione è grande, ma vediamo con piacere che sono i produttori, soprattutto quelli di artigianato, numerosissimi qui, ad essere i più convinti di questa scelta.

Stefano Magnoni e Giorgio Dal Fiume

Una rete equa con migliaia di produttori
L'India fa bene al commercio equo. Mai nelle edizioni precedenti il fair trade era stato così presente in un Forum sociale mondiale. Merito del lavoro di coordinamento che, in vista dell'appuntamento di Mumbai, ha coinvolto Ifat (la federazione internazionale delle organizzazioni del commercio equo), Oxfam e il Fair Trade Forum of India, che raccoglie a livello regionale le realtà di questo settore. Il risultato è stato, innanzitutto, la presentazione del marchio di cui parliamo qui sopra. Poi la presenza di una quarantina tra produttori e rivenditori indiani, che hanno dato vita anche a 20 banchetti di vendita di prodotti equi. Come le stoffe di Oasis, che lavora con gli emarginati di Mumbai, o l'artigianato di Asha. Da Orupa, nello stato di Orissa, arrivano i lampadari, mentre da Calcutta le candele di Silence. Molti di questi prodotti si trovano anche nelle botteghe italiane. A questo vanno aggiunti una ventina di seminari e incontri lungo tutta la durata del Forum, molto seguiti e apprezzati. Il commercio equo in India ha le fondamenta in quattro centri: Calcutta, Mumbai, Delhi e Chennai (già Madras). È qui che hanno sede le maggiori organizzazioni. I produttori da cui si riforniscono sono sparsi in tutto il Paese, e sono migliaia, impossibile conoscerli tutti. Nonostante questi numeri, il fair trade in India è ancora poco visibile e poco conosciuto.

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