Esteri / Varie

Una voce dal Kenya, per provare a comprendere la strage

In un college di Garissa, nel Nord del Paese, si è verificato l’ultimo e sanguinoso attacco del gruppo Al-Shabaab. 147 le vittime tra studenti e guardie. Abbiamo intervistato Samuele Tini, rappresentante di Mani Tese sul territorio. Tra dinamiche sociali e responsabilità del Governo, ecco una lettura critica del disastro

Samuele Tini vive a Nakuru, la quarta città del Kenya. Lì rappresenta Mani Tese, organizzazione non governativa italiana che opera nel Paese da quattro anni. Ecco la sua testimonianza dal Paese sconvolto dall’attentato del college della città di Garissa. Il 2 aprile, infatti, un commando legato al gruppo terroristico Al-Shabaab ha ucciso 147 studenti.
 
Samuele, qual è la situazione in queste ore?
Il clima è teso, naturalmente, e complesso. Le dichiarazioni del governo nei confronti dei gruppi terroristici sono state pompose, bellicose. Dichiarazioni forti che però sono in netta contraddizione con quanto detto e fatto fino a pochi giorni prima. Risalgono all’inizio del mese di aprile, ad esempio, le accuse rivolte dal Governo a Regno Unito e Australia di “attacchi imperialisti” che in realtà sarebbero stati i “travel warning” che quei Paesi avevano dato ai propri concittadini mettendoli in guardia dai rischi di attentati nel Paese. Specie nel Nord -Garissa compresa, dove è avvenuto l’attacco- e sulla costa. Sui giornali di oggi (3 aprile), non a caso, la prima domanda rivolta al ministro dell’Interno è stata proprio questa, cioè sulla prevedibilità dell’attacco. Il governo ha però sminuito il “travel warning” dichiarando che l’attacco di ieri avrebbe colto di sorpresa chiunque.
 
Qual è l’obiettivo di questo ennesimo attacco?
È indubbio che questo attentato colpisce l’industria turistica del Kenya. Il ripetersi di episodi costanti e continui, anche minori, che non arrivano alla stampa internazionale, aggrava una situazione già stravolta dopo l’attentato al centro commerciale Westgate di Nairobi del 2013. Utilizzando tutto questo come pretesto, il presidente Uhuru Kenyatta ha immediatamente ordinato di annullare un provvedimento con il quale la Corte aveva bloccato per gravissimi episodi di corruzione e nepotismo il reclutamento di 10mila nuovi agenti di polizia, scelte perciò su basi diverse rispetto alle capacità e alle professionalità. 
 
Quegli stessi poliziotti chiamati poi a presidiare il territorio, peraltro.
Ma lo sguardo è rivolto alla comunità musulmana e al Nord del Paese. Che ne pensi?
La comunità musulmana del Paese è scossa. Risalgono a poco tempo fa le chiusure brutali da parte del Governo di moschee e di comportamenti discriminatori, specie sulla costa, fotografati anche dal ben più autorevole osservatorio di Human Rights Watch. Tutto ciò non fa che esacerbare tensioni anche storiche tra la zona della costa, tradizionalmente musulmana, cristiana e animista, e la zona centrale del Paese. Il governo è fortemente caratterizzato dalla componente tribale dei Kikuyu, che domina le entità statali e parastali, a discapito delle altre parti. 
 
Il Nord del Kenya è una zona che è stata fortemente negletta dal Governo per tanto tempo, se non addirittura abbandonata. L’unica strada asfaltata nel Nord dopo l’indipendenza del Paese del 1963 si trova nella contea di Uagyr, non molto distante da Garissa, ed è stata realizzata quest’anno. I peggiori tassi di malnutrizione e problematiche della salute materna e infantile si registrano proprio nelle contee del Nord del Paese, zone poi che hanno conosciuto un massiccio afflusso di profughi, penso alla Somalia, con le tipiche problematiche dell’accoglienza. Le misure adottate dal Governo sono state i respingimenti, i rimpatri forzati e i rastrellamenti. Questi enormi campi dove sono state confinate migliaia di persone in condizioni igieniche pessime e bassi livelli di educazione sono divenute poi terreno fertile di coltura di gruppi terroristici. La via del riscatto è stata quindi individuata nella via delle armi, forse anche per l’assenza di alternative nonostante il prezioso lavoro delle Ong e delle Nazioni Unite lì operanti.
 
Come giudichi la reazione del Governo?
Le violenze post elettorali del 2007-2008 ancora pesano in Kenya. Le leggi draconiane sulla libertà di stampa e di espressione, pur mitigate dall’Alta Corte, ne sono una plastica dimostrazione. Il nuovo atto sulle Ong, il Public Benefit Organizations, del 2013, in via di approvazione definitiva, è fortemente punitivo soprattutto nei confronti delle realtà non governative locali. Penso ad esempio alla limitazione al 15% dell’afflusso di fondi esteri, quando tutte le Ong del Kenya dipendono da donatori esterni. È del dicembre scorso poi l’ormai celebre lista di 400 Ong cancellate. Alcune giustamente e alcune per “fastidi politici” arrecati al Governo. 
Il controllo dei social-media è la regola e anche ieri (2 aprile) durante l’attacco è stato dichiarato il divieto assoluto di diffondere fotografie e immagini, specie sul web.
 
Pugno di ferro e corruzione hanno aperto la strada all’estremismo?
L’alternativa terroristica è stata indubbiamente rafforzata da 50 anni di abbandono e disinteresse. E non è un caso che l’epicentro sia ancora una volta Garissa, dove questi gruppi hanno sostegno e riconoscimento. È appena stata pubblicata sui giornali una specie di “lista nera della corruzione” che ha coinvolto ben 11 governatori (su 47), parlamentari, 4 ministri dell’esecutivo e importanti funzionari del governo. La proliferazione della corruzione indebolisce il Paese così come i suoi meccanismi di sicurezza e prevenzione. Dai posti di blocco della polizia fin su ai banchi del governo.
 
Quali reazioni ti hanno colpito di più?
La prima reazione all’attacco è stata la proposta degli insegnanti del Kenya di chiudere il college di Garissa, permettendo così ai Kikuyu di andarsene. Lo giudico un errore che potrebbe rappresentare un’altra “prova” dell’abbandono di quelle terre e dei suoi giovani, già fragili e rimossi. 
 
Quali sono gli scenari futuri che ritieni più probabili?
L’incremento dei “travel warning” riaprirà la strada a reazioni chiuse contro un non ben precisato “imperialismo bianco”. Ci sarà una forte ondata di islamofobia, che non aiuterà a migliorare le condizioni di quelle persone. Mi auguro che non si faccia più ricorso allo stato di emergenza, all’esercito per le strade o ad altre forme di scontro frontale, e che finalmente si possa ragionare sulle dinamiche sociali che sottendono a questo fenomeno devastante. 
È ora più che mai necessaria una riflessione seria sulla Somalia. La mia prima esperienza in Africa è stata lì, presso la delegazione italiana, nel 2004. Ebbene, gli osservatori già a quel tempo mettevano in guardia dalla possibile ascesa del terrorismo. Il Paese era abbandonato, le istituzioni scolastiche e caritatevoli erano legate a gruppi estremistici. Dopo 11 anni ci stiamo ancora chiedendo com’è nata Al-Shabaab, senza aver minimamente compreso il baratro cui era condannato un Paese divenuto poi una polveriera, come il Sud Sudan. 
 
È in questo campo che la cooperazione internazionale ha un ruolo fondamentale. Le leggi liberticide e gli stati di emergenza non hanno portato risultati migliori, anzi. 

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