Esteri / Varie

Una nuova guerra in Libia, cinque anni dopo, non serve

Il primo ministro sostenuto dalle Nazioni Unite, Fayez el-Sarraj, è sbarcato a Tripoli. E i principali governi europei già auspicano l’intervento armato. Secondo il docente Federico Cresti, però, una spedizione potrebbe rafforzare la pur debole presenza di Daesh nel Paese

Tratto da Altreconomia 180 — Marzo 2016

"L’Italia è disponibile ad avere la leadership di una missione di stabilizzazione in Libia”. Così il ministro della Difesa Roberta Pinotti ha preannunciato in tv un nuovo intervento armato internazionale nel Paese segnato dalla guerra del 2011, che portò al rovesciamento del colonnello Mu’ammar Gheddafi (ucciso il 20 ottobre di quell’anno), e che oggi è diviso tra due Parlamenti, almeno 140 tribù, un governo in esilio a Tunisi. Il motivo dell’intervento deriverebbe dall’avanzata di un altro soggetto: i miliziani affiliati a Daesh (impropriamente “Stato Islamico”). Una “minaccia” concentrata nella città di Sirte, sulla costa intermedia del Paese, dove -secondo Arturo Varvelli, responsabile dell’Osservatorio terrorismo dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI)- sarebbero presenti non più di 3.500 unità. Il progetto del Governo italiano e della coalizione internazionale sostenuta dagli Stati Uniti si fonda su una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU del 23 dicembre scorso (la 2259) all’interno della quale sono evidenziate le “urgenze” -garanzia dell’approvvigionamento energetico e gestione dei flussi migratori- ed è riconosciuta alla “legittima” autorità libica di unità nazionale la facoltà di richiedere un intervento esterno. Secondo il presidente della Camera di commercio italo-libica Gian Franco Damiano, però, il protagonismo del nostro Paese e le esternazioni interventiste del ministro della Difesa tradiscono un “grande dilettantismo” che rischia di danneggiare gli interessi delle oltre 150 imprese italiane operanti in Libia. “La spinta all’intervento è il prodotto della distrazione del nostro Paese, che oggi -spiega Damiano ad Ae- si muove preoccupato dall’ingiustificato timore di ‘perdere contratti’”.

Per comprendere il senso e l’opportunità di una nuova guerra, bisogna guardare alla condizione di vita della popolazione libica. In Libia, oggi, ci sono 2,5 milioni di rifugiati africani provenienti da diversi Paesi (Nigeria, Eritrea, Somalia su tutti), mentre 400mila sono gli sfollati interni causati dalla guerra civile che ha conosciuto un sussulto nel luglio 2014. Almeno 3 milioni di persone, inoltre, risultano “gravemente colpite dalla devastazione, dalla violenza e dall’instabilità” (Nazioni Unite). Anche oggi (febbraio 2016), nella città di Tripoli, l’illuminazione non regge più di tre ore al giorno. Bengasi e Sirte, tra i più importanti centri di un Paese che conta 6 milioni di abitanti, sono in stato di semi-abbandono o di occupazione militare. In tutto questo, come racconta l’ong Human Rights Watch, sono centinaia le persone ancora detenute “arbitrariamente e per un tempo indeterminato, da almeno quattro anni” nelle carceri delle diverse fazioni rivali, che si sono affermate dopo il tracollo del quarantennale regime di Gheddafi.  

Un “disastro completo” che si affaccia sul Mediterraneo e toglie fiato e prospettive alla popolazione civile ostaggio di “manovre di uomini ‘maledetti’”, come spiega il professor Federico Cresti, che insegna Storia dell’Africa al Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Catania e ben conosce il Paese, avendo dedicato studi e volumi (tra i quali “Storia della Libia contemporanea. Dal dominio ottomano alla morte di Gheddafi”, Carocci).

Cresti pensa a quanto accaduto alla fine di gennaio di quest’anno, quando l’accordo per un governo di unità nazionale sottoscritto a Skhirat, in Marocco, il 17 dicembre 2015, da membri dei due Parlamenti di stanza rispettivamente a Tripoli e Tobruk -quest’ultimo rafforzato dal riconoscimento della comunità internazionale e dell’appoggio del generale egiziano al-Sisi-, ha dimostrato di non poter produrre alcun risultato tangibile (il 15 febbraio vi è stato un timido passo avanti). L’accordo di dicembre aveva potuto contare sul patrocinio delle Nazioni Unite e del nuovo capo della missione UNSMIL (United Nations Support Mission in Libya), il tedesco Martin Kobler, chiamato a sostituire Bernardino León. Tra l’altro, nel novembre 2015 il quotidiano britannico the guardian ha rivelato la danarosa consulenza pagata dagli Emirati Arabi Uniti proprio a León, teoricamente sopra le parti. Ad ogni modo, il presidente incaricato di formulare la proposta ai due Parlamenti è Fayez el-Sarraj, un personaggio che Angelo Del Boca -saggista, storico del colonialismo italiano e direttore della rivista di storia contemporanea I sentieri della ricerca– non esita a definire “inesistente”. “Dopo la morte del colonnello Gheddafi -ricostruisce il professor Cresti- si sono tenute le prime elezioni che hanno fatto registrare un’affluenza della popolazione intorno al 60%, che è incoraggiante date le difficoltà del contesto. La speranza, all’epoca, era che la questione si potesse risolvere attraverso un primo governo strettamente legato a scadenze precise: entro un anno avrebbe dovuto infatti redigere una nuova costituzione, mediante una commissione ad hoc, e poi dare il via libera al processo democratico”. È allora che sono iniziati i problemi: “La commissione non ha lavorato e i tempi previsti sono stati gestiti con molta approssimazione -spiega Cresti-, fino allo scoppio del caos. Nel giugno 2014 si sono tenute nuove elezioni, in una situazione già drammatica, con regioni non più sotto controllo e una sempre più radicata contestazione interna tra vari gruppi politici e militari. In quella seconda tornata prese parte non più del 18% della popolazione. Quel Parlamento non fu riconosciuto dalla minoranza condotta dal partito-fazione dei Fratelli musulmani, la quale giunse ad autoproclamarsi in continuità con il precedente ramo considerato ‘legittimo’. Da quel momento, il Paese si è trovato di fronte a due Parlamenti: uno orientale, molto debole sotto il profilo della legittimità democratica e che è andato a rifugiarsi a Tobruk sotto protezione egiziana, e l’altro, che si è auto-proclamato, di stanza a occidente, a Tripoli. Tutto ciò mentre sulla costa sorgeva una terza forza non basata su criteri di rappresentatività, riconducibile a Daesh”.
 

Clicca qui per ascoltare un estratto dell’intervista al prof. Federico Cresti, che insegna Storia dell’Africa al Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Catania


L’instabilità è la cifra del potere in Libia, appeso a un delicato equilibrio regionale. Del Boca l’ha conosciuto nei suoi viaggi e nelle sue interviste, una delle quali proprio all’ex dittatore. “In quell’occasionea -racconta lo storico ad Ae-, dovetti attenderlo per ben 14 giorni. Quando fece ritorno mi raccontò di esser ‘sceso’ fino a raggiungere la città di Sebha, nel centro del Paese, incontrando tutte le tribù fino al Ciad. I suoi viaggi, i suoi abboccamenti, erano annuali, fatti di consultazione e un saggio impiego di quel carisma che in troppi hanno sottovalutato”. Ora, però, i margini sono scollati. “I due fronti non sono poi così importanti -commenta Del Boca-. Quello di Tripoli si trova con la città di Misurata a soli 200 chilometri di distanza, che è molto più forte. La caratteristica distintiva dei due presunti poli è la loro speculare debolezza. Il vero potere è ancora oggi quello delle tribù, che in Libia sono 140-150. E la strategia occidentale di ignorare questo aspetto e puntare su el-Sarraj -un personaggio proveniente da una famiglia di grossi commercianti che nel Paese non ha alcuna autorevolezza- è fallimentare”. 

“L’Onu e gli Stati occidentali spingono sul governo di unità nazionale perché questo dia il via libera alle nazioni esterne -riflette Cresti-, ricorrendo ad una sorta di preparazione dell’opinione pubblica all’azione ‘dichiarata’ contro Daesh. Questa notazione è sufficiente a identificare quell’esecutivo come un fantoccio, garante del controllo del Paese da parte di forze esterne. Questi rumori di guerra sono terribili. Come lo è la domanda che mi pongo: la guerra contro chi? Daesh rischia di diventare una realtà proprio per il suo essere attraente, e un intervento esterno non farebbe che accrescerne l’appetibilità”. Per Del Boca, peraltro, l’anticipazione del ministro circa la dimensione del contingente (meno di 5mila soldati) è una conferma dell’approssimazione: “Per condurre un’operazione militare sul terreno -spiega- occorrono almeno 300mila uomini. È impossibile, a meno di voler fare un’altra operazione aerea”. L’alternativa qual è? “La questione fondamentale è che la popolazione libica non ha modo di esprimersi -afferma il professor Cresti-, i governi sono delegittimati dai numeri e dalle loro azioni: paiono ‘bande’ che proteggono interessi personali, privati e di gruppi, asserviti a logiche geopolitiche e al commercio del petrolio. Ho molti interrogativi e poche risposte, ma l’esperienza l’ha già dimostrato: gli interventi armati fanno gli interessi delle industrie di guerra. Chi guadagna dalla guerra è solo l’industria bellica, che non fermerà la colonna di fumo che si alza dalla Libia”. 

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