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Un salario dignitoso per tutti i lavoratori asiatici

Nel 1944 l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) ha stabilito che il salario del lavoratore non è una merce di scambio. Per i lavoratori asiatici del settore tessile, però, non solo il salario è una merce di scambio, ma da questo…

Nel 1944 l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) ha stabilito che il salario del lavoratore non è una merce di scambio. Per i lavoratori asiatici del settore tessile, però, non solo il salario è una merce di scambio, ma da questo scambio fin ora sono riusciti a guadagnare ben poco. Per questo il 7 ottobre, in occasione della Giornata mondiale per il lavoro dignitoso, raggiunge il proprio apice la campagna internazionale che chiede ai grandi distributori di corrispondere un salario dignitoso a tutti i lavoratori tessili in Asia (sottoscritta da attivisti e consumatori di dodici Paesi europei).
Nel corso di un evento organizzato per l’occasione a New Delhi, la Clean Clothes Campaign (Ccc) ha presentato a Gianni Tognoni (segretario generale del Tribunale permanente dei popoli) una petizione che chiede l’applicazione del salario minimo dignitoso per l’Asia (l’Asia Floor Wage, Afw).
L’idea di un Asia Floor Wage nasce nel 2004, nell’ambito del Social Forum di Mumbai: allora si è costituita l’Asia Floor Wage Aliance, un’alleanza strategica fra i lavoratori del settore tessile asiatico creata per rafforzare il loro potere di negoziazione dei salari e garantire uno stipendio minimo dignitoso. L’Asia Floor Wage è calcolato in modo da poter assicurare al lavoratore l’acquisto, per sé e per la propria famiglia, di prodotti alimentari e altri servizi complementari (il trasporto, il riscaldamento, il vestiario, l’assistenza medica). L’ammontare è poi modificato in base alla parità di potere d’acquisto (Power Purchasing Parity, Ppp) in modo da ponderare il costo della vita differente in ogni paese. Se i criteri dell’Afw venissero rispettati, i salari dei lavoratori asiatici dovrebbero equivalere a 475 dollari Ppp: questo significherebbe moltiplicarli  da 2 a 6 volte. In Bangladesh lo stipendio passerebbe da 1.662,50 taka (cioè  poco più di 16 euro) a 10.754,00 taka (meno di 110 euro), mentre gli operai cambogiani potrebbero godere di un aumento fino 607.311,25 riel, quasi cinque volte in più rispetto al salario corrente (189mila riel, cioè meno di 38 euro). Attualmente invece la maggioranza dei lavoratori tessili vive con uno stipendio che si aggira intorno alla soglia di povertà assoluta (1$ al giorno): in Bangladesh, per esempio, un lavoratore del settore tessile non solo riceve poco più di 16 euro al mese, ma il suo salario è stato rivisto secondo l’andamento dell’inflazione solo nel 2006, dopo 12 anni in cui la crescita dei prezzi aveva completamente eroso il potere d’acquisto dei lavoratori. È bastato, però, un nuovo incremento dei prezzi dei prodotti agricoli, dovuto alla crisi alimentare del 2008, per vanificare il miglioramento del 2006.
Quando il salario minimo non viene corrisposto (come spesso accade in Cina) i lavoratori rinunciano a protestare per paura di perdere definitivamente il lavoro. Infatti le società che hanno investito in Asia in impianti di produzione, per soffocare eventuali proteste dei lavoratori, minacciano di chiudere gli stabilimenti e trasferire gli investimenti in altri Paesi. Il Wage Council di Giava, in Indonesia, ha rinunciato ad aumentare il salario minimo, sotto la pressione di un gruppo di investitori coreani che non erano disposti a pagare mensilmente ai lavoratori più delle attuali 880 mila rupie (poco più di 60 euro). Ad aggravare ulteriormente la posizione dei lavoratori asiatici è la corresponsione dei salari in formula unica, senza distinzione fra straordinari, assicurazioni, incentivi: questo costringe il lavoratore ad incrementare in modo disumano le ore di lavoro, per poter ottenere uno stipendio che permetta almeno di sopravvivere. Grazie a condizioni salariali come queste, le imprese occidentali che hanno esternalizzato la produzione di vestiario in Asia possono ottenere dei bassissimi costi di produzione e vendere a prezzi altrettanto bassi, riuscendo comunque a guadagnare molto.
I grandi distributori (come Lidl, Carrefoiur ed, in Italia, Coop, Coin-OViesse, Rinascente e Upim) offrono ai loro clienti vestiti a prezzi stracciati e nonostante questo sono in grado di guadagnare almeno 4 volte le spese di produzione (trasporto incluso), proprio perché il costo del lavoro non supera mai l’1,5% del prezzo finale.
In Asia si concentra circa il 60% della produzione tessile mondiale: se venisse applicato l’Asia Floor Wage, 100 milioni di persone, soprattutto donne, potrebbero vivere in modo dignitoso, senza dover lavorare e ritmi disumani. L’Afw infatti è calcolato sulla base di un orario che non supera le 48 ore settimanali.

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