Esteri

Un continente a sinistra? – Ae 78

Dice Roberta che da bambina sognava di fare la giornalista,  e invece è finita su un L a lunga stagione elettorale latinoamericana, iniziata in Honduras e in Bolivia nel novembre e dicembre del 2005, è proseguita nel 2006 con ben…

Tratto da Altreconomia 78 — Dicembre 2006

Dice Roberta che da bambina sognava di fare la giornalista,  e invece è finita su un L a lunga stagione elettorale latinoamericana, iniziata in Honduras e in Bolivia nel novembre e dicembre del 2005, è proseguita nel 2006 con ben dieci tornate: Cile in gennaio, El Salvador e Haiti in febbraio, Colombia in maggio, Perù in giugno, Messico in luglio, Brasile in ottobre, Nicaragua e Ecuador in novembre; e si conclude con la ragionevolmente certa conferma di Chavez in Venezuela a dicembre. In un anno la maggioranza dei latinoamericani è stata chiamata alle urne, con affluenze non sempre entusiasmanti. Le attese erano grandi: l’America Latina svolta a sinistra, si andava dicendo. Al culmine dell’entusiasmo generato dall’elezione di Evo Morales in Bolivia e di Michelle Bachelet in Cile, una grande ong internazionale ha esibito a Caracas, durante il “Foro sociale americano/Foro mondiale policentrico” del gennaio 2006, enormi striscioni con le foto dei 6 presidenti della “svolta”: non solo Chavez, Morales e Castro, ma anche Lula e Kirchner e infine Bachelet.


Adesso la sezione latinoamericana di Via Campesina, la più importante organizzazione contadina mondiale, ha fatto conoscere per bocca di J.P.Stedile del Movimento brasiliano Sem Terra, la sua analisi della situazione, distinguendo i Paesi secondo le loro politiche classificate in “progressiste”, “moderate” o “conservatrici”. Mentre i Paesi dei primi tre leader (e solo quelli) sono inclusi fra i progressisti, quelli dei successivi due sono classificati fra i moderati. Il Cile della Bachelet è relegato invece fra quelli conservatori. Noi europei ben lo sappiamo: la parola sinistra è sempre più carica di equivoci e incapace di esprimere un progetto proprio. Così Brasile e Argentina si sono guadagnati la qualifica di “moderati” per meriti di politica estera, cioè per la loro opposizione all’Alca, l’Area di libero commercio delle Americhe, stoppata nel vertice di Mar del Plata del 2005. Sul piano interno Lula aveva lanciato il piano “Fame Zero”, troppo assistenzialistico però per avere ricadute strutturali, e meritoriamente Kirchner ha condotto una coraggiosa politica per i diritti umani perseguendo i crimini  della dittatura militare, accompagnandola con alcune concessioni “populiste” che hanno tentato di smorzare le richieste sociali, dividendo il movimento dei piqueteros.



Tanto in Brasile quanto in Argentina, però, la percentuale di reddito accaparrata dalla fazione più ricca della popolazione è cresciuta, quella destinata alla frazione più povera è ulteriormente calata. Questa forse è la cartina di tornasole, per dare una coerenza anche minima alla parola “sinistra”. Ciò che la lunga tornata elettorale ha messo in evidenza è il grande protagonismo dei movimenti sociali e dei movimenti indigeni, sempre meno propensi a concedere “a scatola chiusa” la rappresentanza delle proprie rivendicazioni ai partiti politici tradizionali. Se in alcuni casi (Bolivia, Venezuela) essi hanno sfondato, una loro ascesa più estesa al potere non è per domattina.

Aprono, tuttavia, un orizzonte carico di speranze. Il loro ruolo ha avuto un riconoscimento nella bella lettera con la quale Evo Morales ha invitato i suoi omologhi sudamericani al vertice delle Comunità sudamericana delle nazioni, in programma a Cochabamba (in Bolivia) ad inizio dicembre, ricordando loro che il fine della politica è il “ben vivere” dei cittadini, che deve essere perseguito con azioni sia dall’alto che dal basso. Una ventata di aria fresca.



Aldo Zanchetta

È l’anima di numerose esperienze di solidarietà con l’America Latina, a partire dal movimento italiano di sostegno alla lotta zapatista. È presidente della Fondazione “Neno Zanchetta” per i diritti dei popoli indigeni dell’Amerindia. Viaggiatore curioso, è uno studioso e un attento osservatore dei mutamenti politici, economici e sociali in corso nel continente latinoamericano. Ingegnere chimico per formazione, oggi è libraio a Lucca. Fino al 2006, per cinque anni, è stato coordinatore della Scuola per la pace della Provincia.

Ha appena curato, per l’editore Massari, la pubblicazione di “America Latina. L’arretramento de los de arriba” (320 pp., 17 euro).



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