Altre Economie / Varie

Tutto quello che serve sapere sul commercio equo italiano

La dimensione politica del Fair Trade, le botteghe e l ruolo dei volontari, la qualità dei prodotti e il "commercio equo nord-nord", l’importanza dell’informazione. Alessandro Franceschini (nella foto con papa Francesco), presidente di Agices-Equo Garantito, racconta la "via italiana al Fair Trade" alla vigilia di "Milano Fair City", la fiera internazionale che si apre domani a Milano (fino a domenica 31 maggio, ingresso gratuito) 

Il commercio equo e solidale è profit o non profit?
La Carta italiana dei criteri del commercio equo e solidale, che è un po’ "la Costituzione" del nostro movimento, parla chiaro: le organizzazioni riconosciute con il marchio "Equo Garantito" devono essere senza scopo di lucro.
Le migliaia di volontari, i soci, i lavoratori di tutte le organizzazioni che operano in Italia sono quindi appieno inserite nel terzo settore e sono senza finalità di lucro. Altra questione riguarda il commercio equo fondato sulla certificazione di prodotto, che per sua stessa natura è aperto anche ai soggetti dell’economia tradizionale.

Che ruolo i volontari delle botteghe? Senza di loro i conti non tornerebbero, o no?
Con la risposta vorrei capovolgere totalmente la domanda: quale altro tipo di attività economica e commerciale riesce a dare alle persone una motivazione così forte da far loro impiegare il tempo senza un guadagno personale?
Il volontariato è parte integrante del sistema equo e solidale, e non ha tanto senso pensare a una sostenibilità senza i volontari, perché non si parlerebbe più di movimento ideale e di sensibilizzazione, ma solo di una rete di negozi: allora il discorso cambierebbe.
Detto questo, sicuramente senza il volontariato dal punto di vista economico in questa fase non ci sarebbero i margini per una sostenibilità di molti punti vendita. Ma ripeto che è proprio il volontariato il motore del meccanismo, non un suo ingranaggio.

Perché ci tenete a definirvi movimento del commercio equo e solidale? Esiste o è esistita una dimensione politica del commercio equo?
Decisamente sì. E direi mai come oggi: il commercio equo e solidale non solo ha prodotti da offrire, ma vanta anche un portato di idee e proposte per migliorare l’economia a livello globale. Non siamo  una testimonianza, ma la prova provata che fare commercio secondo altre regole che non siano il profitto e la massimizzazione degli utili è possibile e porta reali benefici.
Per questo saremo a Milano nel periodo dell’Expo: con molti contenuti e proposte vogliamo partecipare al dibattito sul modello di sviluppo possibile. Posso anche affermare che dopo anni in cui la crisi economica ci aveva fatto ripiegare sulla badare alla sostenibilità delle nostre organizzazioni, oggi ricominciamo a guardare lontano e a puntare di nuovo sui temi più ideali della nostra proposta.

Che cosa è AGICES-Equo Garantito e quali sono le priorità del commercio equo italiano?
AGICES-Equo Garantito è allo stesso tempo l’organizzazione di categoria delle cooperative e associazioni di commercio equo e solidale e l’organo di controllo che -grazie ad un sistema di monitoraggio certificato- può dare garanzie ai consumatori sulla condotta dei propri aderenti.
Per essere soci, infatti, le organizzazioni devono rispettare tutti i requisiti della carta dei criteri del commercio equo e solidale. In questo senso AGICES vuole promuovere sempre di più in Italia il commercio equo fondato sulle organizzazioni e su relazioni dirette tra consumatori e produttori. Tra le altre priorità c’è quella di instaurare un dialogo con gli attori dell’economia solidale e permettere la maggiore integrazione delle nostre organizzazioni nelle reti; lavorare perché sia approvata una legge nazionale che disciplini il settore; garantire la sostenibilità economica dei nostri soci e sostenere l’allargamento del mercato del commercio equo.

Che cosa è Equo Garantito e cosa significa la vetrofania esposta nei punti vendita?
Equo Garantito è innanzitutto un marchio per i consumatori, perché sappiano che le botteghe e le organizzazioni che lo espongono sono controllate e rispettano la Carta italiana dei criteri del commercio equo e solidale con un sistema di monitoraggio certificato da un ente esterno e terzo. Ma c’è di più: Equo Garantito, infatti, vuole essere il cognome comune del movimento che riunisce tutte le organizzazioni di commercio equo e solidale socie, siano esse importatori o botteghe. Tra i soci di Equo Garantito ci sono le principali organizzazioni italiane di commercio equo solidale e i principali importatori. È decisamente giunto il  momento di unire le forze sotto un’unica bandiera. Ben riconoscibile all’esterno.

Qual è -se esiste- la "via italiana" al Fair Trade? Il commercio equo italiano è un esempio nel mondo: perché?
Esiste eccome, e non a caso l’Italia è stata scelta dalla WFTO (l’Organizzazione mondiale del commercio equo e solidale) per ospitare nel 2015 l’assemblea globale che si tiene ogni due anni. Il commercio equo italiano è fortemente fondato sulle organizzazioni più che sui sistemi di certificazione di prodotto e ha quindi una forte presenza sul territorio e una capacità di fare movimento, di proporre idee, di organizzare iniziative.
C’è poi un aspetto tecnico interessante: il nostro sistema di monitoraggio è stato preso ad esempio a livello globale da WFTO e la rete di botteghe socie di AGICES-Equo Garantito è stata la prima al mondo ad essere riconosciuta come sistema di controllo compatibile con gli standard internazionali. Per questo adesso sulle vetrine delle nostre botteghe appare accanto al logo di Equo Garantito anche quello dell’organizzazione mondiale. Un altro fattore non trascurabile né casuale: gli attuali presidenti di WFTO, Rudi Dalvai, e di WFTO Europa, Giorgio Dal Fiume, sono italiani. È forse un indiretto riconoscimento al profilo alto che ha sempre caratterizzato la via italiana al Fair Trade. 

Quali sono secondo lei pregi e i difetti del movimento italiano del commercio equo e solidale?
Cominciamo dai difetti: troppa divisione in organizzazioni tutte autonome tra di loro e spesso con comportamenti commerciali e strategici contrastanti, da cui deriva una scarsa capacità di fare sistema; un certo invecchiamento della classe dirigente delle organizzazioni; la difficoltà di capire, molto spesso, cosa chiedano i consumatori in termini di prodotti, servizi, informazioni; il non aver ancora trovato per le nostre botteghe un posizionamento specifico nel mercato del commercio al dettaglio e una fisionomia riconoscibile da tutti.
Tra i pregi c’è la grande vitalità delle organizzazioni e la capacità di guardare al futuro. Per esempio, nella scelta politica di aprire a prodotti provenienti da economia sociale italiana vedo l’indicatore di quanto queste nostre organizzazioni sappiano trattare il tema dello sviluppo sostenibile in modo complessivo e in prospettiva. Un altro elemento di forza è l’aver dimostrato sul campo che le pratiche economiche del settore equo e solidale non sono solo teorie o buone intenzioni, ma riescono a creare consolidate esperienze commerciali ed economiche che portano beneficio a milioni di produttori e nuova sensibilità ai consumatori italiani. Tra i pregi c’è, infine, la versatilità, la resistenza anche di fronte a periodi difficili, e la capacità di stimolare un dibattito interno adatto a creare nuove prospettive.

La Lombardia ha recentemente approvato una legge che aiuterà forse lo sviluppo del commercio equo e solidale? Che importanza ha questa legge?
Già oltre la metà delle Regioni italiane hanno una legge sul commercio equo e solidale, e stiamo lavorando anche sul piano nazionale per una normativa complessiva. La Lombardia è la regione in cui c’è il maggior numero di organizzazioni di commercio equo e solidale, ed è anche la zona d’Italia che produce il maggior fatturato: il fatto che mancasse una legge proprio in questa regione era, secondo noi, particolarmente problematico, e per questo le organizzazioni si sono mosse per avviare il percorso di una normativa di iniziativa popolare. Le leggi sul commercio equo hanno in generale tre obiettivi: il riconoscimento del nostro modo di fare economia e commercio; la tutela rispetto a tante realtà che equo solidali non sono, ma che cercano di saltare sul carro della sensibilità dei consumatori rispetto a questi temi; infine la promozione delle attività e dei progetti delle organizzazioni.

Il commercio equo e solidale in Italia ha un valore di circa 200 milioni di euro (fonte rapporto Agices). Che cosa si può fare per aumentare la fetta di mercato?
Tre parole chiave: informazione, informazione e -ancora- informazione. Nel senso che l’unica  modalità per aumentare le quantità di mercato sono quelle di rendere i consumatori più sensibili al tema dello sviluppo sostenibile a livello soprattutto sociale, ma anche ambientale. Dobbiamo quindi far loro conoscere la rete delle nostre botteghe. Ci sarà poi da rivedere la nostra rete distributiva, perché è troppo discontinua la presenza sul territorio (molto scarsa al Mezzogiorno), per cui in alcune zone un consumatore rischia di avere la prima bottega equa a 100 chilometri da casa. Vorremo anche ragionare sui miglioramenti della struttura commerciale della nostra filiera, puntando a una maggiore efficienza generale della rete, pronta così ad affrontare la crescita del mercato. Le potenzialità ci sono tutte. 

Come si può attrarre il consumatore medio al vostro mercato?
Abbiamo un biglietto da visita che può interessare anche il consumatore meno sensibile ai temi dello sviluppo sostenibile: la qualità dei nostri prodotti, accanto alla loro storia che parla di dignità del lavoro a ogni latitudine.
Come sta cambiando la sensibilità dei consumatori italiani?
È aumentata la percezione del proprio potere d’acquisto, non solo in termini economici, ma anche politici. L’attenzione non è più legata solo ai temi dell’ambiente e del benessere della persona, ma anche alle condizioni di lavoro dei produttori.
Molti si rendono conto che è assolutamente insensato uscire dalla crisi adottando l’identico sistema economico e di relazioni tra commercio e finanza che a quella crisi ha portato. Bisogna cambiare a partire dalla spesa di ogni giorno. Direi quindi che l’impostazione rispetto a vent’anni fa è meno solidaristica -intesa come solo aiuto ai produttori- e più attenta al complessivo scenario economico.

Nel programma della World Fair Trade Week si legge di “domestic Fair Trade”. Ci spiega quale ruolo ha nell’ambito della settimana del commercio equo e solidale?
È forse tra gli elementi più interessanti e strategici del momento, ossia l’apertura del commercio equo italiano all’economia solidale, una sorta di commercio equo "nord-nord" accanto al tradizione "sud-nord".
Nelle nostre botteghe quindi non saranno più presenti solo i produttori e i prodotti del Sud del mondo, che comunque dovranno essere e restare prevalenti, ma il commercio equo aprirà le porte sempre più a progetti di economia solidale: cooperazione sociale, economia carceraria, prodotti realizzati su terre confiscate alla mafia.
In poche parole vogliamo che chi entra in una bottega "equo garantita" capisca da subito che l’elemento forte che ci caratterizza è il rispetto delle condizioni di lavoro e di produzione ad ogni latitudine: perché solo da un lavoro rispettoso dei diritti potrà nascere una nuova economia più sostenibile sia in Italia che nel Sud del mondo.

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