Esteri / Opinioni

Trump sceglie un governo di miliardari e “falchi” conservatori

L’esecutivo del presidente eletto degli Stati Uniti chiama a raccolta speculatori, raider, banchieri ed ex militari “famosi” per giudizi omofobi e un atteggiamento anti-islamico. Tra tutti spicca Steven Mnuchin, che nel 2007 si arricchì con alcune operazioni del suo fondo OneWest Bank sui mutui subprime

Steven Mnuchin, segretario al Tesoro di Donald Trump - Foto di Drew Angerer/Getty Images
Steven Mnuchin, segretario al Tesoro di Donald Trump - Foto di Drew Angerer/Getty Images

Donald Trump non finisce davvero mai di stupire. Dopo poche settimane passate utilizzando insoliti toni dimessi, il magnate divenuto presidente ha mostrato nuovamente il suo profilo più tipico; quello dell’assoluta incoerenza. In questo senso, Trump incarna senza dubbio un modello politico molto originale perché non manifesta alcuna difficoltà nel cambiare in maniera radicale, ed estrema, le sue posizioni e non ha remore a dire e fare le cose più politicamente scorrette.

Una simile connotazione è emersa in modo palmare nella scelta della sua compagine di governo, la “squadra” del presidente. In primo luogo, infatti, si è circondato di miliardari e non ha avuto difficoltà di sorta nel celebrare tale scelta motivandola con la convinzione che saper fare i soldi è la migliore garanzia di buon governo. Il “più ricco governo nella storia degli Stati Uniti”, per utilizzare la definizione del “Washington Post”, comprende infatti Wilbur Ross, il ministro del Commercio, che detiene secondo Forbes un patrimonio di 2,5 miliardi di dollari, e Todd Ricketts, il suo vice, rampollo di una famiglia di miliardari, proprietari dei Chicago Cubs.

Anche Steven Mnuchin, il decisivo segretario al Tesoro, proviene da Goldman Sachs, e detiene un grande patrimonio accumulato come executive di fondi speculativi; in maniera analoga, alcuni dei papabili per incarichi ministeriali, come Betsy DeVos o come Elaine Chao, sono in possesso di straordinarie fortune.
Siamo ben oltre Max Weber, che individuava nell’etica calvinista l’origine del capitalismo: per il magnate più potente del mondo la ricchezza appare veramente la misura di tutte le cose, e non esita a dichiararlo ai milioni di elettori poveri che lo hanno votato convinti di aver trovato una sorta di nuovo redentore.

La religione del dollaro ha, dunque, un vate assai originale che punta ad essere “popolare” bandendo dagli States il progressismo liberal o le troppo affettate visioni politicamente corrette. Soldi e famiglie, molto allargate e tradizionali solo nelle fotografie, rappresentano i riferimenti della nuova frontiera ormai destinata a divenire un confine ben murato. Nel nome della più assoluta incoerenza, Trump ha vinto contro i ricchi, individuati come i responsabili di un sistema avido e corrotto, ed ora costruisce un governo di paperoni, distinguendo tra i ricchi e la ricchezza che, “liberata” dai pessimi interpreti precedenti, può tornare ad essere il cuore pulsante del Paese, sia pur concentrata nelle mani di pochissimi potenti.

Proprio la vicenda del neo segretario al Tesoro dal nome impronunciabile fornisce il paradigma migliore di questa voluta incoerenza: Steven Mnuchin è figlio di un noto banchiere, partner di Goldman Sachs, dove anche lui ha lavorato per 17 anni. La sua fama e la sua fortuna derivano però, in particolare, da una serie di operazioni condotte nel 2007, in vero stile da raider senza alcun scrupolo, sui purtroppo tristemente noti mutui subprime; mentre milioni di americani finivano in rovina, il suo fondo OneWest Bank realizzava profitti stellari scommettendo sul disastro. In modo del tutto sconcertante, Trump ha citato esplicitamente questa vicenda per motivare la scelta di affidare a Mnuchin le chiavi di gran parte dell’economia a stelle e strisce; solo chi ha saputo fare i soldi in condizioni drammatiche può guidare la più grande economia del mondo.
Il dato paradossale è che la vittoria di Trump ha per molti versi dimostrato quanto la crisi del 2007-2008 non sia stata ancora superata dagli Stati Uniti e quanto gli americani abbiano attribuito la responsabilità di tale crisi all’incapacità di Obama e della Clinton di porre un argine allo strapotere dei grandi speculatori finanziari; ora, uno dei più spregiudicati è divenuto il super-ministro di Trump. Ma il trionfo del politicamente scorretto emerge in diverse altre scelte del neopresidente.

Tutto il settore “Law & order” è stato consegnato a duri ben poco puri. Mike Pompeo, il direttore della Cia, è espressione dell’ala ultraconservatrice del Tea Party e ha dimostrato in più occasioni di non andare per il sottile nell’attaccare il mondo islamico e l’Iran, difendendo i metodi più ruvidi dei “guerrieri dell’intelligence”, mentre il ministro della Giustizia, Jeff Sessions, ha inanellato una sequenza di giudizi molto aspri nei confronti delle minoranze e ha chiesto a gran voce di bandire i gay dall’esercito.

Alla Difesa, Trump ha piazzato un falco ferocemente ostile all’Iran, che ritiene assai più pericoloso dell’Isis: il generale in pensione James Mattis, nominato simpaticamente “cane pazzo”, diverrà il responsabile delle strategie militari Usa. Per procedere alla sua nomina sarà necessaria una legge ad hoc, visto che la normativa attuale prevede per un militare almeno sette anni dal pensionamento prima di poter ricoprire incarichi di governo: una condizione che Mattis non possiede, essendo stato congedato da soli quattro anni. La determinazione di Trump nell’affidargli la guida delle forze armate, insieme all’altrettanto duro Michael Flynn, consigliere alla sicurezza nazionale, pare però granitica.

In pochi giorni, così, il nuovo presidente degli Stati Uniti ha dimostrato che la genericità del messaggio con cui ha vinto le elezioni, fatto di pulsioni, paure e rabbia, si è tradotto in una compagine di governo a sua immagine e somiglianza, priva di un reale equilibrio e di un messaggio politico distinto dai molteplici e controversi aspetti della sua personalità. La più grande democrazia del pianeta pare essere diventata un sistema di caudillos, interpreti delle incoerenze e delle banalizzazioni della rete.

* Alessandro Volpi, Università di Pisa

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia