Ambiente / Approfondimento

Il punto sulle trivelle: tra moratorie annunciate e rischio contenziosi

Dopo la retromarcia del governo sul conferimento di tre permessi di ricerca di idrocarburi nei fondali del Mar Ionio, nel dicembre 2018, il settore petrolifero nazionale è stato sottoposto a una nuova apparente rivoluzione. Solo sulla carta

Tratto da Altreconomia 213 — Marzo 2019
Riviera adriatica, piattaforma estrazione gas nel mare Adriatico © Gin Angri, Buena Vista Photo

“Nei primi giorni del 2019 è scoppiato in Italia un nuovo “caso trivelle”. Si trattava della notizia del conferimento -da parte del ministero dello Sviluppo economico, con decreto del 7 dicembre 2018- di tre permessi di ricerca idrocarburi alla società petrolifera Global Med, nei fondali del mar Ionio. Una decisione, secondo numerosi comitati e diverse associazioni ambientaliste, in forte continuità con le politiche attuate dai governi precedenti. Tanto da scatenare, anche in seno all’esecutivo, un vero e proprio braccio di ferro tra Movimento 5 Stelle e Lega.

Di lì a poco, il sottosegretario allo Sviluppo economico con delega all’Energia, Davide Crippa, ha annunciato l’impegno del governo di mettere mano alla normativa sulle attività estrattive, finalizzato all’approvazione di un emendamento “blocca trivelle”, da inserire nel decreto Semplificazioni, e impedire così “il rilascio di circa 36 titoli attualmente pendenti compresi i tre permessi rilasciati nel mar Ionio”.

È da questa “indicazione” che è nato un impianto normativo contro le trivellazioni in mare e in terraferma, che mette in discussione il rilascio di nuovi permessi di ricerca e che rivede una parte delle tasse che le compagnie petrolifere versano allo Stato, con la rimodulazione dei cosiddetti canoni che le società pagano su ogni chilometro quadrato di concessione di coltivazione e permesso di ricerca conferiti. Apparentemente una rivoluzione. Nei fatti una cartina al tornasole.

L’articolo 11-ter della legge di conversione 12 dell’11 febbraio 2019 del decreto Semplificazioni, infatti, anziché promuovere la promessa “sostituzione di petrolio e derivati e l’utilizzo delle fonti rinnovabili per il raggiungimento della sostenibilità e dell’indipendenza del sistema energetico nazionale” -non toccando minimamente le contestate “Strategia energetica nazionale” e legge “Sblocca Italia”- congela le istanze e i permessi di ricerca vigenti, salva le concessioni di coltivazione e le attività estrattive in essere e destina il futuro del settore upstream nelle more dell’adozione di un Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee ad ospitare attività estrattive. In sostanza non dice di no alle estrazioni petrolifere, non ferma la produzione, prende tempo e rischia di innescare una serie di contenzioni tra Stato e compagnie petrolifere.

Entrando nel dettaglio, la nuova legge prevede la sospensione dei permessi di ricerca vigenti -che secondo gli ultimi dati forniti dal ministero dello Sviluppo economico sarebbero circa un’ottantina- e di tutti i nuovi permessi di ricerca in terraferma e di prospezione in mare. Non sono toccate invece le nuove concessioni di coltivazione -le cui istanze siano state presentate prima dell’entrata in vigore della legge di conversione- così come le proroghe di concessioni di coltivazione di idrocarburi in essere, le rinunce ai titoli minerari vigenti o alle relative proroghe, né tantomeno le concessioni di coltivazione di idrocarburi in essere, comprese quelle per le quali sia stata presentata un’istanza di concessione entro la data di entrata in vigore della legge di conversione, nonché quelle per le quali, anche successivamente all’entrata in vigore della legge di conversione, sia stata presentata ed ottenuta una richiesta di proroga di vigenza.

Il ministro dell’Ambiente Sergio Costa © Filippo Attili – www.governo.it/media

“Siamo di fronte ad una moratoria che riguarda i permessi di ricerca e che non tocca le attività estrattive”, sostiene Enzo Di Salvatore costituzionalista e co-fondatore del Coordinamento nazionale No Triv. “In ogni caso, la sospensione dei permessi di ricerca vigenti e delle istanze per nuovi conferimenti è condizionata all’adozione di decreti ad hoc da parte del Mise. Solo in seguito all’approvazione del piano tali decreti potranno convertirsi in provvedimenti definitivi di revoca e di rigetto. Senza i decreti di sospensione le previsioni della legge resterebbero lettera morta”.

I dubbi sollevati dal professor Di Salvatore toccano anche altri aspetti delle nuove norme. Alcune a rischio incostituzionalità. “Le nuove norme cancellano sia la previsione della strategicità delle attività di ricerca e di estrazione sia quella della pubblica utilità, dell’urgenza e dell’indifferibilità delle opere necessarie alla ricerca e all’estrazione. Una proposta inutile e assurda, in quanto la dichiarazione di strategicità, indifferibilità ed urgenza è stata già cancellata dalla legge di Stabilità del 2016 e, quindi, non esiste più. Assurda, invece, in quanto una volta autorizzata una certa attività, la dichiarazione di pubblica utilità delle opere da realizzare è un presupposto necessario per procedere all’espropriazione dei terreni e per corrispondere l’indennizzo previsto dalla Costituzione a colui che si veda espropriata la proprietà”.

Tutto sembrerebbe ruotare intorno all’approvazione del cosiddetto “Pitesai”, che sta per Piano per la transizione energetica sostenibile. Una sorta di mappa che dovrebbe delineare i confini delle aree compatibili ad ospitare le attività di estrazione di gas e di greggio.

La nuova legge prevede la sospensione dei permessi di ricerca vigenti e di quelli nuovi. Non sono toccate le nuove concessioni di coltivazione così come le proroghe

“Per approvare il Pitesai -continua Di Salvatore- il Governo si è posto un limite di 18 mesi, trascorsi i quali, in caso di mancata definizione del piano, tutti i titoli minerari verrebbero sbloccati e tutto ritornerebbe come prima. Per ripristinare l’idea del piano sarebbe quindi necessario un nuovo decreto, magari un ‘mille proroghe’, per portarlo a vigenza. Una possibilità che scatenerebbe il caos, oltre che la reazione delle compagnie petrolifere che potrebbero intraprendere la strada dei ricorsi”. In caso di approvazione del Piano, invece, che cosa sarà delle concessioni e dei permessi di ricerca ricadenti nelle aree considerate non idonee? Per bloccare i permessi di ricerca vigenti ricadenti all’interno delle aree considerate non idonee il ministero competente dovrebbe emanare dei decreti di revoca. Le concessioni di coltivazione vigenti, invece, andrebbero avanti fino alla loro scadenza naturale.

Il rischio di contenziosi con le principali società titolari di istanze e permessi di ricerca, intenzionate a ricercare idrocarburi nel nostro Paese è alto. Tanto che lo stesso governo, nella relazione tecnica che ha accompagnato l’emendamento in questione, ha prefigurato possibili risarcimenti.

Nella relazione tecnica -in merito all’aumento previsto dei canoni di superficie che le società pagano allo Stato per ogni chilometro quadrato di concessioni di coltivazione e permessi di ricerca di cui detengono la titolarità, comprese le istanze per nuove concessioni e permessi di ricerca- si legge infatti che “tenuto conto delle entrate previste a legislazione vigente a canoni attuali, […] si stimano complessivamente maggiori entrate per il bilancio dello Stato nell’ordine di circa 16 milioni di euro per l’anno 2019 e 28 milioni per ciascuno degli anni successivi”. Ma “l’attuazione del Piano delle aree potrebbe generare possibili richieste di risarcimento o indennizzo che gli operatori colpiti dagli effetti della moratoria potrebbero eventualmente chiedere”. A tal proposito dal governo stimano, in base ad una serie di criteri, fino a “un massimo di 79.717.000 euro a titolo di danno emergente per i titolari dei permessi di prospezione e ricerca sospesi […] un massimo di 65.315.000 euro a titolo di danno emergente per le spese già sostenute dai 9 soggetti che hanno presentato istanza di rilascio di concessione per la coltivazione di idrocarburi, i cui procedimenti non si siano conclusi positivamente entro la data di approvazione del Piano. A tale somma, in via prudenziale, va aggiunta la quantificazione del lucro cessante, pari a 325.675.000 euro. Il tutto per una somma complessiva pari a 470.707.000 euro”. Questo nel caso in cui tutti i procedimenti e i permessi sospesi ricadano in aree dichiarate incompatibili dal Piano. Il governo ritiene però “plausibile” che non tutti i procedimenti e i permessi sospesi ricadranno in aree incompatibili e che “alcuni dei procedimenti pendenti per il conferimento delle concessioni di coltivazione si concluderanno prima dell’adozione del Piano”. L’“onere complessivo” quindi dovrebbe attestarsi a quota 282.424.200 euro”.

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia