Esteri / Reportage

Dopo tre anni di guerra in Ucraina, sul fronte del carbone conteso

La centrale elettrica di Vuhlehirska è controllata dalle truppe governative, ma le miniere che l’alimentano sono nel territorio amministrato dai separatisti filo-russi. Anche per questo nel Donbass si continua a sparare, nonostante il “cessate il fuoco”

Tratto da Altreconomia 192 — Aprile 2017
Missione di perlustrazione all'interno del perimetro della centrale a carbone di Vuhlehirska - foto di Giuseppe Maritati
Missione di perlustrazione all'interno del perimetro della centrale a carbone di Vuhlehirska - foto di Giuseppe Maritati

La centrale a carbone di Vuhlehirska sorge vicino alla città di Svlitodarsk, nella regione del Donbass. La sua ciminiera, 320 metri, è una delle più alte dell’Ucraina. Domina l’aria circostante, una distesa spettrale di campi incolti, oscurati dalla nebbia prodotta dai fumi della centrale e pervasa dalle sue esalazioni. In sottofondo, i colpi dell’artiglieria riecheggiano. Poche macchine, alcune dirette verso le repubbliche separatiste, passano lungo le strade ghiacciate, pronte ad essere fermate nei check-point tenuti dalle unità ucraine. Questa regione dell’Ucraina dell’Est è un teatro di guerra dall’aprile 2014. A contrapporsi sono le truppe del governo ucraino e i separatisti filo-russi, che vogliono l’indipendenza da Kiev. La Russia cerca di impedire il consolidarsi di un Ucraina pro-Nato e filo-europea, guidata dal presidente Petro Poroshenko. Il 6 aprile di tre anni fa gli attivisti separatisti filo-russi occuparono gli edifici della SBU, l’agenzia per la sicurezza ucraina, nella città di Luhansk. Simili dimostrazioni si estesero in altre città della zona, come Sloviansk e Kharkiv, sfociando presto in vere e proprie guerriglie urbane contro le forze governative.

Ad oggi, dopo le accese battaglie del 2014 e del 2015, il conflitto si è trasformato in una guerra di posizione. I morti sono circa 10mila, e almeno un milione e mezzo di persone hanno dovuto lasciare le proprie abitazioni. I separatisti controllano un ampia superficie del Donbass, dove sono state create due repubbliche, quella di Donestk e quella di Luhansk. Sono stati gli Accordi di Minsk, nell’ambito di un negoziato che si è tenuto dal settembre 2014 al febbraio 2015, a decretare questa situazione: oltre alla creazione delle due repubbliche indipendenti, gli accordi avevano stabilito un arretramento di almeno cinquanta chilometri dalla linea del fronte dell’artiglieria pesante, le libere elezioni nei territori separatisti, lo scambio di prigionieri e un immediato “cessate il fuoco”.Quest’ultimo punto è quello meno rispettato, e nel solo 2016 si sono registrate almeno 300mila violazioni. Nel mese di dicembre, Svlitodarsk è stata il teatro di una delle più feroci battaglie di tutto il 2016. Per cinque giorni l’esercito ucraino e i separatisti, equipaggiati e coadiuvati dall’esercito russo, hanno effettuato e respinto i reciproci attacchi. Se questa zona è così contesa, lo si deve alla centrale a carbone, che dà energia a tutta l’area. Il carbone, alla base della produzione energetica del Paese, sta vivendo una delle sue più grandi crisi. Scarseggia per il riscaldamento, per il fabbisogno delle famiglie e dell’economia. Il 13 febbraio, la Ukrenergo, una delle più importanti aziende energetiche statali, che possiede anche la centrale di Svlitodarsk, ha annunciato che le riserve di carbone ammontavano a 927 tonnellate, una quantità sufficiente per coprire i fabbisogni per appena 40 giorni.

Il Donbass è il centro minerario del Paese, e con l’inizio della guerra l’Ucraina ha visto la produzione calare drasticamente: meno 22% nel 2014 e meno 35% nel 2015. Nel 2016, sono state importate 15,6 milioni di tonnellate in quella che era la miniera d’Europa. Il carbone è diventato una moneta di scambio: i separatisti controllano 88 bacini estrattivi, pari al 70% della produzione nazionale. Tuttavia, non hanno che una centrale per produrre energia.
Il governo ucraino si trova costretto a comprare il carbone delle zone sotto il controllo dei separatisti, in quanto molto meno costoso rispetto a quello proveniente da altri Paesi, come il Sudafrica. Anche la Russia rappresenta uno dei maggiori canali di approvvigionamento. “Il governo non ha altra scelta che rivolgersi a questi due attori per ottenere il carbone” ha dichiarato a Bloomberg nell’ottobre 2015 Otilia Dhand, analista di political risk alla Teneo Holding, società specializzata nella consulenza per grandi aziende. Questa scelta sarebbe anche dettata dalla volontà di allontanare le repubbliche separatiste dalla Russia.
Attorno alla centrale Vuhlehirska  si muovono gli uomini del battaglione denominato Donbass, designato alla sua protezione. L’unità è formata da volontari provenienti da tutto il Paese, e ha combattuto nelle più aspre e sanguinose battaglie come quelle di Ilovaisk nell’estate del 2014 e Debaltseve nei primi mesi del 2015.

L’interno della base del battaglione, che sorge a pochi metri dalla centrale a carbone di Vuhlehirska, nei pressi della città di Svlitodarsk - foto di Giuseppe Maritati
L’interno della base del battaglione, che sorge a pochi metri dalla centrale a carbone di Vuhlehirska, nei pressi della città di Svlitodarsk – foto di Giuseppe Maritati

I soldati sono volontari. La guerra in Ucraina è stata contraddistinta dal largo impiego di milizie volontarie. Oggi, questi gruppi sono stati inquadrati nella guardia nazionale ucraina. La maggior parte dei combattenti del battaglione non viene dal Donbass. Nonostante questo hanno paura di essere fotografati. “Molti di noi hanno parenti nei territori occupati. Abbiamo paura di essere riconosciuti e temiamo ritorsioni sui nostri famigliari” ci spiegano. Assieme ad alcuni di questi militari visitiamo delle postazioni abbandonate. Due mimano un’azione di baseball usando il kalashnikov come mazza e una bomba a mano come palla. “I separatisti dicono che gli americani combattono con noi. Come vedi, hanno ragione” affermano ridendo.
La base sorge accanto alla centrale. È un vecchio capannone industriale, circondato da trincee e qualche postazione. Come in quasi tutte gli accampamenti e i check-point dell’esercito ucraino, non mancano i gatti, alleati contro i topi. È ora di pranzo per i militari. La televisione trasmette un programma satirico. I soggetti derisi sono diversi: Vladimir Putin, Petro Poroshenko, l’attuale presidente, e Viktor Yanoukovich, quello destituito nel 2014. I soldati consumano salumi e una zuppa di pollo. Un giovane militare racconta di avere vissuto in Italia. “Sono stato per anni a Mantova, conosco bene tutto il Nord. Mia madre vive ancora lì”. La sua è la storia di molti ragazzi ucraini tornati dai Paesi nei quali erano emigrati per la guerra.

Dopo le battaglie del 2014 e del 2015, il conflitto si è trasformato in guerra di posizione. I morti sono 10mila; un milione e mezzo di ucraini hanno lasciato le proprie abitazioni

La base del battaglione Donbass dista circa cinque chilometri dal territorio occupato dai separatisti. Non si tratta della vera prima linea, ma piuttosto di un luogo di permanenza per i soldati che hanno passato tre mesi a combattere. I mezzi del distaccamento sono una 4×4 con livrea mimetica e un vecchio blindato sovietico, un BTR80, che avrà almeno cinquant’anni.
Anche questa è la guerra in Ucraina: uniformi spaiate, razioni con il contagocce e nessun grado per distinguere gli ufficiali. I soldati lamentano questa situazione, accusando il governo di preservare gli equipaggiamenti e i mezzi più moderni per le sfilate, mentre al fronte si combatte con equipaggiamento datato. “Questi silenziatori sono artigianali -dicono, mostrando i loro kalashinkov-, non funzionano bene come quelli forniti dall’esercito”. Con le tenebre gli scontri si fanno più feroci e dai due schieramenti partono colpi sparati da armi e calibri diversi. L’artiglieria pesante non manca, sebbene gli accordi di Minsk ne prevedano il non utilizzo. L’opinione sui trattati sembra essere la stessa all’interno della truppa. “Questi accordi ci legano le mani. Non fanno altro che favorire i nostri nemici” dice uno dei soldati più anziani. Dalla sponda del lago sul quale si staglia la centrale è possibile osservare gli scontri, a circa dieci chilometri in linea d’aria. I traccianti delle mitragliatrici pesanti e i boati dei cannoni si alternano al frusciare del vento e ai rumori provenienti dalla centrale. I missili GRAD con gittata fino a 40 chilometri si alternano a mortai da 82mm e 120mm, che possono colpire a tre e cinque chilometri. Tutte queste armi sono state e vengono ancora utilizzate nella zona. La base dovrebbe essere al riparo dai bombardamenti. “In realtà, due giorni fa siamo stati colpiti dall’artiglieria -precisano i suoi occupanti-. “Dovrebbe essere interesse dei separatisti, però, non colpire una centrale che fornisce anche a loro energia elettrica” precisa un altro.
Nonostante la guerra, infatti, l’impianto di Vuhlehirska continua ad alimentare anche le città dall’altra parte, e di conseguenza, i separatisti. Il carbone estratto dai minatori nelle repubbliche di Luhansk  e Donestk, in miniere con bassissimi standard di sicurezza, viene consumato anche dai nemici; molte delle miniere attive nell’aree sotto il controllo dei separatisti sono ancora registrate in Ucraina e pagano le tasse al governo centrale.
La crisi dell’approvvigionamento del carbone del mese di marzo è legata al blocco delle ferrovie che trasportano la materia prima, dalle repubbliche separatiste verso il resto dell’Ucraina. Sono i gruppi più nazionalisti, come il partito Samopomnich, e i veterani di guerra a mantenere questo blocco. Sfidano il pragmatismo di Kiev e continuano a esprimere la loro indisponibilità a relazionarsi con il nemico. Dall’altra parte, i separatisti si dicono pronti ad appropriarsi di tutte le società ancora legate al governo di Kiev e ad annullare qualsiasi export verso il governo centrale.

Sasha, ufficiale in comando del battaglione Donbass, impartisce gli ultimi ordini prima della perlustrazione di una postazione avanzata all’interno del perimetro della centrale a carbone di Vuhlehirska - foto di Giuseppe Maritati
Sasha, ufficiale in comando del battaglione Donbass, impartisce gli ultimi ordini prima della perlustrazione di una postazione avanzata all’interno del perimetro della centrale a carbone di Vuhlehirska – foto di Giuseppe Maritati

Questo provocherebbe un vero e proprio collasso dell’economia energetica ucraina. Le stime parlano di una perdita di 300mila posti di lavoro e di circa due miliardi di dollari: nel 2016 la produzione aveva registrato un timido miglioramento dopo quattro anni di recessione. Si stima che il governo dovrebbe spendere 560 milioni di dollari all’anno per riconvertire le centrale ad altri combustibili. Per il momento, le linee guida si dirigono verso un aumento di consumo di energia prodotta da centrali nucleari e al taglio di forniture energetiche verso l’Europa occidentale. La Metivenst, colosso dell’acciaio e del carbone del magnate ucraino Rinat Akhmetov, ha annunciato lo stop della produzione per Yenakiive Steel e Krasnodon Coal Company: entrambe sono collocate nei territori separatisti, anche se pagano le tasse al governo. Al fronte, i soldati del battaglione Donbass condividono la linea dura dei manifestanti che rifiutano di collaborare con i separatisti. “La Russia alimenta questa guerra fornendo ai ribelli armi e uomini, e minaccia i confini del nostro Paese. C’è amarezza, perché l’Ucraina dovrebbe essere una sola, indivisibile”, spiega un giovane soldato che si fa chiamare Brina. “Una volta, quelli erano nostri fratelli. Questa guerra non ha fatto altro che generare odio”.

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