Esteri / Reportage

Tessile made in Etiopia: grandi marche e piccoli salari

Reportage dai parchi industriali diffusi in tutto il Paese, dove all’interno di centinaia di ettari di capannoni si producono conto terzi gli abiti per firme occidentali, da H&M fino a Calzedonia. Passando per Ivanka Trump

Tratto da Altreconomia 209 — Novembre 2018
Alcuni dei 56 capannoni realizzati finora all'interno dell’Hawassa Industrial Park, il più grande parco industriale d’Etiopia, realizzato nel 2015 da imprese e capitali cinesi - © Adriano Marzi

Osservati dalla torre che ospita gli uffici governativi, i 300 ettari su cui si estende il parco industriale di Hawassa sfumano all’orizzonte nella nebbia sottile che arriva dal lago vulcanico alle nostre spalle. Siamo nella Rift Valley etiope, 220 chilometri a Sud della capitale Addis Abeba. Di fronte, lunghe file di capannoni grigi tutti uguali hanno preso il posto dei campi coltivati a ortaggi da circa 500 famiglie di contadini, sgomberate per far spazio alla costruzione del parco.

Costato 250 milioni di dollari, quello di Hawassa è il più grande e importante dei nuovi parchi industriali che si stanno diffondendo in Etiopia. In funzione dal 2016, dà lavoro già a circa 14mila operai locali. Una cifra che nei piani del governo dovrebbe raggiungere 60mila unità in breve tempo, quando sarà aperta la seconda parte del parco, in cui verrà prodotta la componentistica (bottoni, cerniere e così via) che al momento viene ancora importata dall’estero.

Lanciando lo sguardo dietro all’ultima fila di capannoni industriali spuntano le palazzine in cui alloggia il personale straniero impiegato in loco. “Si sono impiantate qui già 18 compagnie provenienti da 11 Paesi diversi, tra cui Stati Uniti, India, Belgio, Sri Lanka, Bangladesh, Indonesia, Cina. Producono tra gli altri per marchi come Tommy Hilfiger, Calvin Klein, H&M, Levi’s, Guess”, ci spiega Fitsum, un giovane laureato nell’università locale assunto dal governo etiope come responsabile dell’amministrazione e delle risorse umane del parco.

L’ingresso dell’Hawassa Industrial Park – © Adriano Marzi

Nel tentativo di trasformare un Paese in cui circa l’80% della manodopera è ancora impiegata in agricoltura nel nuovo hub dell’industria tessile globale, il governo etiope sta offrendo condizioni irresistibili. Per attrarre compagnie leader del settore come la statunitense Pvh (proprietaria tra gli altri dei marchi Tommy e CK, nel 2016 ha fatturato 8,2 miliardi di dollari) ha concesso l’esenzione fiscale sui profitti per i primi 5 anni di attività e sull’importazione di macchinari, beni capitali e componentistica varia. Ma soprattutto offre alle compagnie straniere un esercito di contadini da trasformare in operai a poco più di 20 euro al mese. La legislazione etiope inoltre non contempla salario minimo per il settore privato (per gli impiegati pubblici è di 420 birr al mese, circa 13 euro), tiene i sindacati sotto stretto controllo governativo e impone a qualsiasi organizzazione indipendente che voglia monitorare le condizioni di lavoro di essere finanziata almeno per il 90% da capitali etiopi – tagliando fuori così Human Rights Watch, Clean Clothes Campaign e ogni altra ong internazionale attendibile. Un bel vantaggio per il circo globale dei giganti del tessile, che esportando dall’Etiopia può approfittare anche delle favorevoli condizioni commerciali concesse dagli USA ai produttori sub-sahariani attraverso l’African Growth and Opportunity Act (Agoa).

Ogni giorno dalle campagne circostanti Hawassa arrivano in media 150 aspiranti operai, in gran parte donne. Dopo essere state registrate negli uffici del parco, sono sottoposte a una serie di test di destrezza. Le più dotate vengono messe alle macchine da cucire, mentre quelle meno capaci si occupano dell’inscatolamento dei prodotti o della pulizia degli ambienti di lavoro. Oltre che dalla prospettiva di un salario -in media 700 birr, circa 20 euro, che per quanto possa sembrare misero risulta comunque convincente per chi arriva dalle campagne, come dimostrano le file che si formano spesso davanti al parco- molte di loro sono attratte soprattutto dall’opportunità di apprendere un mestiere, che sperano di esercitare più tardi in modo indipendente.

Ben presto però -oltre che con le spese per vitto, alloggio e trasporto quotidiano, che assorbono gran parte del salario- le nuove operaie devono fare i conti con i ritmi forsennati della produzione tessile intensiva. Compito fondamentale è di conseguenza quello svolto dai supervisori. Per quest’ultimo ruolo le compagnie straniere pescano invece tra gli studenti locali delle superiori, a cui offrono dei tirocini nella madrepatria delle varie compagnie, dove dovranno apprendere le dinamiche e i duri ritmi di produzione.

Gli appartamenti del personale straniero impiegato all’interno dell’Hawassa Industrial Park. Agli operai locali -circa 15mila, in gran parte donne- non viene invece fornito alloggio – © Adriano Marzi

“Al momento di partire -ci racconta Zadik, una studentessa di Hawassa mandata per tre mesi in Vietnam dalla compagnia Tal Apparel- mi è stata consegnata una minuscola valigetta come unico bagaglio consentito. Ho dovuto inoltre firmare un contratto di due anni in cui il salario era stato lasciato in bianco”. Quando ha cominciato a lavorare, una volta rientrata in Etiopia, veniva pagata 1.200 birr al mese (meno di 40 euro). Oggi, dopo 18 mesi di duro lavoro, guadagna 3.500 birr (circa 100 euro). “Costrette a controllare che operaie non qualificate mantengano ritmi di lavoro -continua Zadik- non sono molte le supervisori che resistono a lungo come me. La maggior parte cade in depressione e abbandona il lavoro. Lo stesso destino di tante operaie”.

La nostra visita guidata del parco -non ci verrà concesso di entrare all’interno dei capannoni dove ha luogo la produzione- continua negli impianti della Arvind, la compagnia indiana che si occupa della depurazione delle acque. Qui, le acque reflue del parco ribollono in una serie di enormi vasche a cielo aperto. “Tutta l’acqua utilizzata negli impianti di produzione, circa 11 milioni di litri ogni giorno, viene convogliata qui, dove microbatteri ed enzimi trattengono le particelle inquinanti”, ci racconta Sami, il responsabile della Arvind arrivato qui due anni fa da Mumbai.

Ogni giorno dalle campagne circostanti arrivano in media 150 aspiranti operai, in gran parte donne. Dopo essere state registrate, sono sottoposte a una serie di test

Vero protagonista della rivoluzione industriale etiope è il governo cinese, che ha finanziato (a tassi d’interesse più bassi di quelli di mercato) e realizzato (con costi minori e tempi più rapidi di qualsiasi altro concorrente) i parchi e le altre infrastrutture su cui poggia la nuova economia locale (ferrovie e autostrade, linee elettriche e di comunicazione). Infrastrutture per cui l’Etiopia si è indebitata -dal 2000 oltre 12 miliardi di dollari solo con il governo cinese, quasi 30 miliardi considerando anche i Paesi arabi e la Banca Mondiale (secondo la China Africa Research Initiative della Johns Hopkins University)- e di cui approfittano anche molte compagnie cinesi, che di fronte alla crescita dei salari in patria hanno trasferito qui gli impianti di produzione. È il caso della Huajian, compagnia che ogni anno produce tra le altre circa 100mila paia di scarpe griffate con il nome della figlia del presidente degli Stati Uniti, Ivanka Trump. Fondatore e capo esecutivo della Huajian, Zhang Huarong è proprietario di gran parte degli stabilimenti del parco industriale pioniere in Etiopia, la Eastern Industry Zone. Realizzato poco più di 10 anni fa a Dukem, un paesino di campagna pochi chilometri a Sud della capitale Addis Abeba, il parco ospita oggi 20 compagnie, tutte cinesi, che oltre alle scarpe producono altri manufatti in pelle e in acciaio. Secondo la Ethiopian Investment Commission, danno lavoro a più di 10mila operai etiopi. Da qui, approfittando anche dell’Agoa, ogni anno la Huajian esporta negli Stati Uniti oltre due milioni e mezzo di paio di scarpe, prodotte per marchi come Guess, Lucky, Naturalizer, Nine West.

250 milioni di dollari: il costo di realizzazione del parco industriale Hawassa

All’interno degli stabilimenti della Huajian gli operai etiopi devono essere in grado di ripetere le stessi azioni lungo l’intera giornata lavorativa, che può durare anche 12 ore. “Per stimolare obbedienza e concentrazione -ci racconta Zhang Zizhu, uno dei pochi giornalisti cui è stato concesso di entrare negli impianti di produzione- all’inizio della giornata e subito dopo la pausa pranzo agli operai viene chiesto di seguire comandi militari, marciare e cantare inni in cinese”.

I risultati ottenuti a Dukem e Hawassa stanno favorendo la diffusione dei parchi industriali in tutta l’Etiopia. Sono già attivi quelli di Mekelle e Kombolcha, mentre a ottobre è stato inaugurato quello di Adama -costruito dalla China Civil Engineering Construction Corporation su 120 ettari di terra fertile e costato quasi 150 milioni di dollari, finanziati dalla Export-Import Bank of China – dove la Huajian promette di assumere altri 50mila operai. Un’altra decina di parchi (tra cui quelli di Dire Dawa, Jimma, Arerti) è in fase di completamento. Secondo le previsioni del governo, saranno 30 nel giro di qualche anno ancora.

20 euro: il salario mensile medio per un’operaia non specializzata

Anche l’Unione europea sta offrendo il suo contributo allo sviluppo dei parchi industriali etiopi, soprattutto a quello di Mekelle, nell’Etiopia settentrionale. Attraverso lo Stemming Irregular migration in Northern and Central Ethiopia (Since) -un programma da 20 milioni di euro voluto per “contrastare la migrazione irregolare dall’Etiopia”, un Paese che ospita oltre un milione di rifugiati provenienti dalle confinanti Eritrea, Somalia e Sud Sudan- la Ue sta finanziando una serie di progetti di formazione e avviamento dei nuovi operai etiopi di cui approfittano imprese come l’italiana Calzedonia (appena inaugurata in modo ufficiale, la sua prima fabbrica etiope dà lavoro a oltre mille operai locali e già esporta in Europa per 22 milioni di birr, quasi 700mila euro), l’indiana Velocity (che tra gli altri produce per Adidas, Nike, Wilson, Samsonite) e la bangladese Dbl (tra gli altri H&M, Walmart, Puma, G-star).

La rivoluzione industriale etiope non porta con sé solo la promessa governativa di “creare due milioni di posti di lavoro entro il 2025”. Per far spazio ai parchi e alle altre infrastrutture, il governo ha infatti espropriato migliaia di contadini. Le proteste popolari che ne sono scaturite hanno fatto da scintilla alle violente tensioni che da oltre tre anni infiammano il Paese e che lo scorso marzo hanno spinto il primo ministro Hailemariam Desalegn alle dimissioni. Salutato con entusiasmo in patria e all’estero per gli accordi di pace raggiunti con l’Eritrea dopo 20 anni di guerra fredda e per la svolta democratica impressa in pochi mesi al governo del suo Paese, il nuovo premier etiope Abiy Ahmed si trova ora di fronte alla sfida più dura, quella dell’economia.

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