Altre Economie / Reportage

Terre Colte, una proposta sarda contro l’abbandono della terra

Un’associazione di promozione sociale ha salvato 18mila metri quadrati di suoli agricoli, nel Campidano, a Cagliari. Suddivisi in piccoli lotti, sono affidati a circa 200 ortisti, che devono impegnarsi a coltivarli senza utilizzare prodotti chimici

Tratto da Altreconomia 193 — Maggio 2017
L'ingresso agli orti condivisi di Terre Colte nella sede Bio Zolla, a Decimomannu (Ca) - foto di Elvira Corona
L'ingresso agli orti condivisi di Terre Colte nella sede Bio Zolla, a Decimomannu (Ca) - foto di Elvira Corona

Fattoria Giulia, Bio Zolla, Pachamama, Orti condivisi di Giuliano, Tenute sorelle Marras e Orto e non solo sono le sei sedi operative dell’associazione di promozione sociale Terre Colte. Sono dislocate nel campidano, la zona più fertile della Sardegna, in provincia di Cagliari. L’idea di Massimo Planta, Sivio Melis e Andrea Massidda -fondatori dell’associazione- è quella di mettere terreni incolti a disposizione di chi desidera coltivare il proprio orto. Un totale di circa 18mila metri quadrati divisi in lotti da 50 metri, e 800 soci (di cui 50 bio coltivatori) che vengono chiamati ortisti e si occupano di 200 orti. Tutti possono chiedere uno o più lotti e lavorarci per una stagione, un anno o più. L’unico divieto è l’uso di prodotti chimici: negli orti condivisi si coltiva solo con metodi naturali e solo per l’autoconsumo. L’associazione mette a disposizione l’acqua per l’irrigazione, l’energia elettrica, le attrezzature, un servizio di vigilanza e un’assicurazione, in cambio di un euro al giorno oltre alla quota associativa di 6 euro.

La Sardegna nel 2016 ha registrato 5mila abitanti in meno e il tasso di natalità più basso d’Italia. Per questo ogni iniziativa che mira almeno ad arginare l’abbandono delle terre e ad animare le comunità, riscuote subito interesse

“Terre colte” –associazioneterrecolte.blogspot.it– ha tra gli obiettivi, per statuto, anche la tutela dell’ambiente, mettendo al riparo i terreni dall’abbandono, dagli incendi e dalle discariche abusive. Ma anche dall’accaparramento da parte di multinazionali. L’abbandono della terra in Sardegna è un fenomeno sempre più rilevante: l’ultimo censimento Istat certifica che la superficie agricola utilizzata (SAU) sia cresciuta del 13%, ma il dato assoluto inganna. In realtà, sono aumentate le terre lasciate al pascolo, con un incremento del 32%, mentre le altre superfici -quali seminativi, legnose agrarie e orti familiari- registrano una riduzione rispettivamente del 4,8%, del 49,3% e del 25,4%. Ma ci sono anche le speculazioni, terreni agricoli fino a poco tempo fa produttivi, venduti a grandi società interessate ai certificati verdi e ai finanziamenti pubblici. I parchi eolici di Portoscuso e Buddusò, le serre di fotovoltaico di Narbolia e Villasor, sono solo alcuni esempi che dimostrano come l’accaparramento di terre non sia più solo un fenomeno dei Paesi del Sud del mondo. L’isola lo scorso anno ha registrato 5mila abitanti in meno e il tasso di natalità più basso d’Italia, per questo ogni iniziativa che mira almeno ad arginare l’abbandono delle terre e ad animare le comunità, riscuote subito interesse. Come ci spiegano i fondatori di Terre colte.

Incontriamo Massimo e Silvio nella sede di Decimomannu, la Bio Zolla, un campo di 4mila metri quadrati dov’è anche la casa che Silvio condivide con la sua famiglia. Siamo a pochi chilometri da Villasor, e dai 130 ettari di serre di fotovoltaico dell’indiana Twelve energy srl, al centro di una vicenda giudiziaria ancora in corso per presunta truffa: parallelamente alla produzione di energia verde si sarebbero dovuti coltivare anche ortaggi, ma oggi l’impianto è sotto sequestro.
Silvio e Massimo  parlano di altri progetti simili nella zona, di grandi società che acquistano terreni da privati ad un prezzo allettante per chi vende, sottraendoli alla piccola agricoltura con la promessa di sviluppo e nuovi posti di lavoro.

“Anche per questo abbiamo pensato di mettere i nostri terreni a disposizione delle persone che vogliono coltivare” dice Silvio Melis. L’idea nasce nel 2012 quando Massimo Planta rientra in Sardegna per motivi familiari, dopo aver vissuto 20 anni in Brasile. Gestiva un internet point in una metropoli brasiliana e da un giorno all’altro si è ritrovato a San Sperate, paese di 8mila abitanti a 20 chilometri da Cagliari, con un podere di 3mila metri quadrati e senza sapere da dove ricominciare. Nessuna esperienza in agricoltura e una superficie troppo piccola per l’agricoltura intensiva, così ha pensato di dividere la sua terra in piccoli lotti e di metterli a disposizione di chi vuole coltivare un orto biologico. Ha iniziato in maniera informale, con le conoscenze personali e il rapporto di fiducia. Qualche mese dopo durante una fiera dedicata al biologico incontra Silvio Melis, ex lavoratore di una società italo-scozzese esternalizzata della Saras (la raffineria nel Sud della Sardegna della famiglia Moratti). La società aveva appena perso l’appalto e Silvio doveva decidere se mantenere il lavoro ma trasferirsi in Scozia, oppure inventarsene uno e rimanere in Sardegna. Anche lui come Massimo aveva a disposizione un terreno incolto. Più tardi si unisce anche il terzo socio fondatore Giorgio Massidda, e nel 2014 i tre decidono di formalizzare la loro idea. Nasce così l’associazione di promozione sociale Terre Colte, “un’idea nata da una necessità” precisa Massimo Planta, simile ad altre esperienze in Italia di cui però i tre fondatori non conoscevano l’esistenza.
Dai 5 lotti nei terreni di San Sperate, arrivano presto a 50 grazie alle conoscenze personali di ognuno, un po’ di pubblicità sui social media, la partecipazione alle fiere del settore, “ma -come sottolinea Silvio Melis- è il passaparola di chi coltiva già il suo orto biologico il metodo più efficace di tutti”. L’associazione organizza dei laboratori sui principi dell’agricoltura sinergica, ma poi ognuno decide da sé come coltivare. “Qui non ci si scandalizza se gli ortaggi sono imperfetti e non sono belli da vedere, siamo lieti di condividerli con qualche insetto” scherza Massimo.

A colpo d’occhio tutto è ordinato e ogni orto ha una piccola recinzione e un cancelletto. Si possono vedere alcuni lotti dove non ci sono solo ortaggi come cipolle, lattughe, cavolfiori, finocchi, carciofi, ma anche fiori ed erbe che servono ad attirare gli antagonisti di alcuni insetti potenzialmente dannosi. Altri sono ancora in attesa di accogliere la semina primaverile, altri ancora sono a riposo. Massimo assicura che ogni lotto può produrre fino a un massimo di 30/40 chili di ortaggi al mese. Nicola Giordano racconta la sua esperienza da ortista: ha conosciuto Terre Colte tramite internet. Raggiunge il campo di San Sperate in bici da Elmas almeno due volte a settimana per coltivare ortaggi di stagione: “Ho sperimentato anche le arachidi, ora sto aspettando il raccolto dei piselli. Vorrei comprare un piccolo terreno tutto mio, queste sono le prove generali”. Nicola non aveva nessuna esperienza in agricoltura ma un passato in fabbrica di mattoni refrattari. Ora è disoccupato da due anni e quest’attività lo aiuta anche a scaricare la mente contro lo stress e l’ansia della precarietà. Anche Giorgio Garau e sua moglie hanno conosciuto l’associazione tramite internet. Impiegato lui, infermiera lei: “Coltivare è molto gratificante, lavoriamo due lotti e riusciamo a produrre ortaggi di stagione, più o meno tutto quello che ci serve per l’autoconsumo. Qui nascono anche delle belle amicizie”.

Coltivazione di cipolle in orto sinergico (a Bio Zolla) - Elvira Corona
Coltivazione di cipolle in orto sinergico (a Bio Zolla) – Elvira Corona

Non solo orti. Il nuovo progetto dell’associazione prevede l’adozione a distanza di un campo di grano e legumi. Si chiama “Farina del tuo sacco” e si tratta della coltivazione di grano Senatore Cappelli nelle campagne vicine a Senorbì (a 30 chilometri da Cagliari), nella Trexenta, zona considerata il granaio dell’antica Roma. Silvio e Massimo spiegano che anche questo progetto nasce da una necessità: “Il nostro socio Emanuele è proprietario di un terreno di 60 mila metri quadrati con certificazione ‘bio’, da quattro anni produce grano, ma una volta conferito al mulino per la macinazione la farina si perde con quella tradizionale, vanificando tutto il suo lavoro. Era sul punto di abbandonare il terreno al pascolo poi l’anno scorso ci siamo incontrati durante una delle nostre iniziative di informazione e lo abbiamo convinto a provare questa strada”. Il progetto è alla ricerca di sostenitori attraverso il crowdfunding sulla piattaforma Produzioni dal basso (www.produzionidalbasso.com/project/farina-del-tuo-sacco-adotta-un-campo-di-grano-senatore-cappelli).

Chi vuole adottare una parte del terreno otterrà come ricompensa direttamente la farina di grano o di ceci. Il ricavato serve ad anticipare tutte le spese per la lavorazione della terra e la semina, remunerare il lavoro, distribuire i compensi ai sostenitori e acquistare una piccola macina a pietra. Il raccolto è atteso per l’estate 2017.

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