Ambiente

Terra e gente di Piemonte

Il ricambio generazionale è difficile. La burocrazia contro i giovani che vogliono tornare alla terra  —

Tratto da Altreconomia 148 — Aprile 2013

Franco Fischetti è uno dei pionieri dell’agricoltura biologica in Italia. Quando arrivo a casa sua ad Albugnano (At), nel Monferrato astigiano, mi accoglie con un sorriso intorno alla tavola dov’è seduta la sua famiglia, e poi mi mostra subito i lavori di casa di cui va più fiero: l’agriturismo, i pannelli fotovoltaici, la stalla ma soprattutto il paesaggio intorno fatto di boschi e viti. In questo contesto nasce la Cooperativa Terra e Gente (www.terraegente.it) che affonda le sue radici non solo nel vino locale, rigorosamente biologico, ma anche in percorsi di solidarietà (la cooperativa sostiene persone in difficoltà e appoggia progetti di cooperazione) e all’educazione (è stata una delle prime fattorie didattiche d’Italia).
La scelta di fare agricoltura in un certo modo, più naturale e libera da prodotti chimici, matura già nel 1972 quando ancora non si parlava di biologico: “Sapevamo che si doveva lavorare per vivere, ma si doveva anche vivere in modo sano -racconta Franco-. Vedevamo intorno a noi colleghi che si ammalavano a causa dei pesticidi e dei prodotti chimici impiegati massicciamente in agricoltura”. Allora erano in pochi a pensarla come Franco, e le leggi nemmeno riconoscevano un’agricoltura senza prodotti chimici. Anzi, la consideravano un inganno nei confronti dei consumatori. Ma Franco e la sua famiglia andarono avanti per la loro strada fino ad assistere, grazie al lavoro di coltivatori come loro, al pieno riconoscimento dell’agricoltura biologico, “che non è solo una tecnica, ma anche un senso di vita: abbiamo scelto di vivere in comunità e abbiamo posto attenzione al consumo energetico (con pannelli, caldaia a legna, coibentazione). Tutto questo rientra pienamente nella filosofia del biologico” spiega Fischetti. È stato tra i primi sostenitori di Aiab (Associazione italiana per l’agricoltura biologica) ed è stato presidente di AgriBio Piemonte che riunisce oltre 700 produttori biologici.
Ora, passati i 60 anni, fatica a intravede un ricambio generazionale. Per la moglie Lucia il problema sta nei ritorni economici che non attirano i giovani: “È difficile assicurare uno stipendio fisso e sostanzioso. Bisogna fare grandi investimenti all’inizio, e ci vuole almeno un anno prima di veder rientrare dei capitali. Ma non bisogna pensare al breve termine o ripiegare sull’agricoltura convenzionale per motivi economici: i pesticidi hanno dei costi sostenuti. Diventare contadini determina un forte legame con la terra: quando vedo il mandorlo in cortile fiorire mi sento parte di un ciclo”. Con l’apertura dell’agriturismo nel 1987 (anche qui: uno dei primi in Piemonte), la cooperativa ha potuto “impiegare” i propri prodotti. Una scelta alternativa rispetto a quella di chi si rivolge alla grande distribuzione.

Una scelta che contraddistingue numerosi produttori del biologico. Come Mario Gala, figlio di un operaio emigrato dal Sud a Torino negli anni 60. Ha da sempre “coltivato” un interesse particolare per l’agricoltura. Dopo essere stato per anni boscaiolo e giardiniere, nei primi anni 90 si è spostato sulle colline di Murazzano (Cn) in Alta Langa, celebri per i formaggi. E proprio il formaggio di capra è diventato il suo prodotto biologico di punta, tanto da diventare Presidio Slow Food: “La mia filosofia non è guadagnare di più ma spendere di meno: per questo produco verdura e carne, vino e formaggio tutto quello che occorre a me, alla mia famiglia e a i miei ospiti”.
Questo pastore è una persona curiosa e attraverso internet ha aperto le porte di casa sua ai wwoofer (la sua fattoria biologica dà vitto e alloggio a chi in cambio offre il proprio aiuto) e così sono arrivati tantissimi giovani da ogni angolo del mondo: dall’Etiopia alla Mongolia, dagli Stati Uniti d’America alla Corea passando per studenti universitari in cerca di esperienze sul campo. “Il mio sogno è quello di ripopolare questa borgata e quando vedo del talento in questi giovani cerco di ‘corromperli’”. Qualcuno è tornato nel New Hampshire o nell’Oregon per aprire un’azienda agricola (a Mario gli si illuminano gli occhi quando dice di aver insegnato loro il terrazzamento), una coppia si è trasferita in una frazione lì vicino e tuttora produce formaggi di qualità. Quando arrivo nel cortile della Cascina del finocchio verde -così si chiama la sua attività- mi accoglie un ragazzo di Verona che è tornato a lavorare con Mario: “Da me gli appezzamenti di terra costano molto. Mi sposterò dove la terra costa di meno. Per ora sto imparando a fare il contadino: essere un wwoofer è la miglior università in questo campo”. Mario ama le tradizioni ma allo stesso tempo è un innovatore: “Sono ancora uno dei pochi che munge a mano pecore e capre ma con altri coltivatori sto portando avanti il discorso del ritorno alla trazione animale con tecniche moderne”. Lui assicura che in collina, dove l’agricoltura è caratterizzata da declivi scoscesi, l’animale sa adeguarsi meglio, è più efficiente e costa meno del gasolio. Potrà sembrare un sognatore ma il suo modello di microeconomia è vincente e concreto: più della metà di quello che produce lo vende direttamente a casa mentre per il resto ci sono i Gas che sono una fetta di mercato sempre più importante per chi produce biologico.

È così anche per Francesco, 29 anni, e titolare di un’azienda di cereali da quando ne aveva 20. “La Ghiandaia” di Murazzano macina decine di farine biologiche diverse con i suoi due mulini a pietra, confeziona dolci a base di cereali e nocciole, polenta di mais “8 file” (un’antica varietà piemontese) affidandosi solo alle proprie forze. È stato papà Carlo a scegliere il biologico già nel 1992 per le stesse ragioni spiegate da Franco. In più, Carlo è un perito: “In quel periodo la chimica prometteva prodotti perfetti, in abbondanza e senza malattie. Ci siamo presto accorti che quella promessa comprometteva i terreni”. “Bisogna dire -continua Francesco- che nella nostra zona fare agricoltura convenzionale non sarebbe competitivo per via del fatto che bisogna produrre tanto e disporre di molta terra. Il biologico diventa, per fortuna, una necessità”.
Benché Francesco lavorasse già con il padre, è solamente con gli investimenti degli ultimi anni che è riuscito a consolidare la sua produzione, differenziando il prodotto: “Per un giovane non è facile fare l’agricoltore, le terre coltivabili sono ancora poco accessibili”. Fatica a trovare campi con contratto quinquennale -per le colture erbacee, la conversione del terreno dura due anni-, e gli anziani preferiscono mantenere il controllo anche per via dei contributi della Pac. L’accesso alla terra, l’abbandono dei campi, il consumo di suolo non sono gli unici freni allo sviluppo dell’agricoltura, in particolare quella biologica. “Di mezzo -nota Franco- c’è una burocrazia che colpisce di più chi sbaglia a compilare un registro piuttosto di chi produce vino violando le regole. In Italia manca del tutto una politica agricola attenta a semplificare gli aspetti legislativi”. —

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