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Tazzine modificate

"Arriveremo in Italia con grande umiltà". Howard D. Schultz, ad di Starbucks, ha annunciato a Milano, nel corso della Settimana della moda, che entro l’anno il colosso statunitense della caffetteria aprirà il primo negozio nel nostro Paese. Nell’approfondimento di Altreconomia 179 (febbraio 2016) tutti le questioni aperte, tra Ogm, elusione fiscale e diritti

Tratto da Altreconomia 179 — Febbraio 2016

All’età di 70 anni, il celebre cantautore canadese Neil Young ha deciso di dedicare il suo ultimo lavoro discografico alle multinazionali del settore agroalimentare. S’intitola “The Monsanto Years”, è del maggio 2015. Nella prima strofa del brano “A Rock Star Bucks a Coffee Shop” dice “Sì, desidero una tazza di caffè, ma non voglio ogm. Mi piacerebbe iniziare la giornata senza dare una mano a Monsanto”. La canzone non ha sfondato su YouTube (350mila visualizzazioni a metà gennaio 2016) ma ha contribuito ad allargare il fronte del boicottaggio internazionale a carico del colosso americano della caffetteria: Starbucks, il gigante che punta a sbarcare anche in Italia.

Nato nel 1971 e guidato ancora oggi dal suo fondatore, Howard Schultz, Starbucks conta qualcosa come 23mila punti vendita distribuiti in 67 Paesi di tutto il mondo (vedi infografica), ed è stato capace di chiudere il 2014 con oltre 16 miliardi di dollari di fatturato (il 2015 è proiettato a 19 miliardi di dollari, più 17% sull’anno precedente) o garantire nello stesso anno, ai propri investitori, un rendimento sul capitale pari al 27,2%.
L’arrivo in Italia della multinazionale è stato anticipato il 6 dicembre scorso dal Corriere della Sera, che ha indicato come partner dell’operazione l’imprenditore Antonio Percassi (vedi a pag. 27). A suggello del connubio vi sarebbe la Siren Coffee srl, società fondata e presieduta da Percassi a fine novembre 2015 per esercitare “anche indirettamente attraverso società partecipate, sia in Italia che all’estero, attività di somministrazione al pubblico di alimenti e bevande alcoliche e non alcoliche in genere”, come recita lo statuto depositato in Camera di commercio. Il suo nome, Siren, farebbe da esplicito richiamo al logo stampato sui bicchieri di Starbucks, una sirena bianca, incoronata, con doppia coda e sfondo verde. La Siren Coffee srl è interamente detenuta dalla Percassi Food and Beverage srl, ma all’inizio del mese di gennaio risultava ancora “inattiva”. Conoscere filiera, strategia e prospettive dell’impresa in Italia non è possibile, perché, come spiega ad Ae l’ufficio comunicazione del Gruppo, “La posizione di Percassi è quella di non commentare indiscrezioni di mercato”. Un atteggiamento, condiviso con il gruppo statunitense, che costringe all’attesa. Non resta che farsi guidare dalla voce di Young, che non si è rivolto a Starbucks per caso.

Partiamo dal “caso ogm”. La campagna GMO Inside (gmoinside.org), promossa negli Stati Uniti dal network Green America, ha recentemente rivolto alla multinazionale un appello che ha raccolto 155mila adesioni. Sul bicchiere, al posto della sirena, c’è un mucca. “Dì a Starbucks di servire solo latte biologico, non quello di Monsanto”. Si parla di latte, in primo luogo, e non di caffè. Il motivo è semplice: secondo una fonte citata nel rapporto, il colosso USA acquista ogni anno qualcosa come 530 milioni di litri di latte, quantità sufficiente a riempire 212 piscine olimpioniche. Secondo i promotori della campagna -autori di un dettagliato report che s’intitola “Starbucks: from crop to cup”-, “è giunto il momento che Starbucks si renda conto degli effetti negativi della produzione industriale di latte degli Stati Uniti”, che vede gli animali alimentati soprattutto con mangimi derivanti da colture ogm resistenti a pesticidi e sostanze tossiche (“Come il glifosato, componente chiave della linea di prodotti Roundup di Monsanto”). Le scelte di Starbucks potrebbero dunque avere un peso rilevante nel mercato lattiero-caseario degli Stati Uniti, per l’83% in mano a cinque soggetti: Dean Foods, Dairy Farmers of America, California Dairies, Land O’ Lakes e Northwest Dairy Association.
Sul proprio sito, Starbucks tratta poco il “caso ogm”. L’ultima presa di posizione (di due) risale allo scorso dicembre, quando la società è tornata a ribadire la propria estraneità alla lobby che si oppone all’etichettatura dei prodotti ogm negli Stati Uniti. Un anno prima, a proposito di alcune polemiche emerse nello Stato del Vermont, era stata costretta addirittura a negare qualsiasi “allineamento alla Monsanto nel bloccare l’etichettatura degli alimenti”.

La voce di Young ha avuto eco durante tutto il 2015. Nel luglio scorso, ad esempio, l’inglese the guardian ha dato spazio a una denuncia del movimento di consumatori e investitori SumOfUs (http://sumofus.org) relativo alle forniture di olio di palma, prodotto la cui estrazione è alla base dell’intensa deforestazione che colpisce il continente asiatico. Pur essendosi impegnato fin dal 2013 ad utilizzare olio di palma certificato al 100% dalla RSPO (la “tavola rotonda” sull’olio di palma sostenibile), Starbucks non ha mai pubblicato il dovuto report annuale sui progressi compiuti. Tant’è che a cercare il nome dell’impresa sul portale di RSPO (rspo.org) s’incappa in un “Sorry, there are no results for your search query”. Anche in questo caso è partita una campagna di pressione pubblica in rete (282mila firme al 16 gennaio 2016). Uno degli ultimi aggiornamenti risale alla fine dell’ottobre scorso, quando i promotori dell’iniziativa -che il 17 dicembre hanno spedito una lettera all’attenzione del fondatore del Gruppo, Schultz- si sono nuovamente dichiarati insoddisfatti: “Le dichiarazioni d’intenti di Starbucks non argomentano affatto come pensino di poter raggiungere il saldo zero nella deforestazione”, un obiettivo ambizioso che la multinazionale sostiene sul proprio sito di aver raggiunto a gennaio di quest’anno.

Non è finita. Nel settembre scorso, la sirena sorridente s’è tinta di un arancione triste. L’ha fatto in occasione della pubblicazione di un’indagine sui diritti dei lavoratori del gruppo rappresentativa di ben 37 Stati USA in cui ricadono negozi Starbucks, coordinata dalla piattaforma Coworker.org (“Che sostiene le persone nel raggiungere un cambiamento sul proprio luogo di lavoro”). “I risultati della nostra indagine -scrivono i curatori del report, che come logo ha appunto un bicchiere grigio con la sirena arancio- rivelano che Starbucks non rispetta fino in fondo il suo impegno di migliorare gli orari di lavoro dei suoi dipendenti. L’imperativo di ridurre al minimo i costi del lavoro sembra guidare le pratiche di organizzazione, ostacolando l’attuazione di politiche destinate a stabilizzare le ore di lavoro e di fornire programmi salubri”.
A complicare ulteriormente l’anno appena trascorso ci ha pensato la Commissione europea, a fine ottobre, quando ha toccato un tasto che per Starbucks è già stato dolente nel 2012, nel Regno Unito: quello fiscale. “A seguito di indagini approfondite -si legge nel comunicato stampa del 21 ottobre 2015, al momento unica fonte in attesa della pubblicazione integrale della decisione- la Commissione è giunta alla conclusione che […] i Paesi Bassi hanno concesso vantaggi fiscali alla società di torrefazione del caffè di Starbucks”. Di più, l’autorità tributaria dell’Olanda avrebbe garantito alla “Starbucks Manifacturing EMEA BV” -l’unica società di torrefazione del caffè del gruppo in Europa- pratiche fiscali in grado di “ridurre artificiosamente le imposte a carico della società” per un valore compreso tra 20 e 30 milioni di euro “dal 2008 a oggi”. Una triangolazione “illegale” (la definizione è della Commissione europea) che avrebbe coinvolto una società di diritto britannico -la Alki, facente parte del Gruppo-, e la “Starbucks Coffee Trading SARL” -con sede in Svizzera e responsabile della vendita alla prima di chicchi verdi di caffè-. “Errori significativi” li ha bollati invece un portavoce di Starbucks, che si è difeso sostenendo che tra il 2008 e il 2014 la società ha versato globalmente 3 miliardi di dollari d’imposte.

Nonostante tutto, il logo di Starbucks rientra tra i quelli segnalati da Fairtrade Foundation, da non confondere con la World Fair Trade Organization, o la filiera del Consorzio Altromercato, “che negli anni ha sviluppato e promosso relazioni durature, pre-finanziando l’attività dei propri produttori fino al 50% dell’importo e senza pretendere interessi, su estensioni medio-piccole delle piantagioni per evitare dinamiche di sfruttamento o logiche distanti da quelle familiari”, come spiega ad Ae la responsabile degli acquisti, Martina Madella. La fonte che la Fondazione indica ai cittadini per “verificare” le buone pratiche della sirena americana rimanda al sito starbucks.co.uk/responsibility, dove si apprende da un grafico stilizzato che il 2015 è stato l’anno del raggiungimento del 100% di caffè tratto da fonti “etiche”. Un bel risultato commerciale per quello che l’Economist -all’inizio di quest’anno- ha definito un “demone del fisco” (ma un “santo per la società”). —

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