Ambiente

Taranto al voto sull’Ilva

Domenica si svolge nella città pugliese il referendum consultivo sulla chiusura, o meno, dello stabilimento siderurgico, promosso da "Taranto Futura". La consultazione popolare arriva a pochi giorni dalla sentenza della Corte Costituzionale, che ha riconosciuto la legittimità del decreto che quest’estate ha salvato l’impresa

Le prime due settimane di aprile si sono rivelate le più delicate della storia recente di Taranto, e si chiudono -domenica 14 aprile- chiamando i cittadini ad esprimersi su due quesiti referendari relativi alla chiusura totale o parziale (solo l’area a caldo) dell’Ilva, il più grande siderurgico d’Europa. Il referendum, che ha carattere consultivo, arriva dopo la manifestazione di domenica 7 aprile contro la legge “salva Ilva” (la n. 231 del 2012), e a sostegno della magistratura ionica, impegnata in una complessa indagine che vede coinvolti i vertici del gruppo Riva, e dopo la sentenza della Corte Costituzionale, che il 9 aprile ha stabilito che il provvedimento non viola alcun articolo della Costituzione, a differenza di quanto sostenuto dal gip Patrizia Todisco e dal Tribunale del riesame di Taranto.


Senza neanche il tempo di metabolizzare la decisione della Consulta (le motivazioni non sono state ancora depositate), già si affaccia un altro appuntamento cruciale. Cui la città arriva dopo un percorso accidentato: il referendum promosso da “Taranto Futura” ha avuto, sin dall’inizio, un iter travagliato, prima a causa dei ricorsi al Tar presentati da Ilva, Confindustria, Cisl e Cgil, e in seguito alla necessità di dover mettere a punto un regolamento comunale ad hoc. Senza dimenticare la lentezza della macchina amministrativa.

Sullo sfondo i sospetti alimentati dalle intercettazioni telefoniche (datate luglio 2010) raccolte dalla Guardia di Finanza nell’ambito dell’inchiesta “Ambiente Svenduto”, in cui il sindaco Stefàno rassicurava Girolamo Archinà, responsabile delle pubbliche relazioni dell’Ilva, su uno slittamento della data del referendum. In città il dibattito sui quesiti referendari è passato quasi sotto silenzio.
A mobilitarsi, però, sono soprattutto i sostenitori della chiusura: il comitato “Taranto Futura” sta informando i cittadini nei mercati e nelle strade con azioni di volantinaggio, mirate a sensibilizzare una cittadinanza ancora non adeguatamente informata sull’importanza dell’evento; l’avvocato Nicola Russo, principale artefice del referendum, lo definisce storico: “Finalmente i tarantini potranno esprimere il loro punto di vista e spingere la classe dirigente verso ipotesi di sviluppo alternative alla grande industria inquinante”.


Settori dell’associazionismo locale si sono riuniti nel “Comitato 14 aprile – Sì al cambiamento, Sì alla partecipazione”, il cui principale obiettivo è quello di arginare il rischio rappresentato dall’astensionismo: “Una scarsa partecipazione dei cittadini verrebbe interpretata come se ‘a Taranto va tutto bene’”. Diverse associazioni ambientaliste hanno lanciato appelli a favore del voto: da Legamjonici, da sempre sostenitore del referendum, al Fondo Antidiossina Onlus, passando per Peacelink e Altamarea.


Le istituzioni appaiono unite nel lanciare un messaggio tranquillizzante: il peggio è alle spalle – dicono – il problema ambientale e sanitario è in via di risoluzione. Davanti a queste rassicurazioni, gli ambientalisti scuotono la testa. Preoccupa, innanzitutto, lo stato di attuazione dell’Autorizzazione integrata ambientale collegata alla legge “salva Ilva”. Lo scorso 26 marzo,  il garante per l’Aia Vitaliano Esposito ha comunicato al presidente del Consiglio, ai ministeri dell’Ambiente e della Salute e al prefetto di Taranto, una serie di ritardi, inadempienze e violazioni da parte dell’azienda. Tutte criticità certificate dai tecnici dell’Ispra
  (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale). Alla lettera del Garante sono seguite due diffide all’Ilva da parte del ministero dell’Ambiente.

Intanto, l’azienda va avanti per la sua strada. La decisione della Consulta le consente di continuare a produrre senza intoppi, col pieno utilizzo dell’area a caldo, quella che lo scorso 26 luglio era stata sequestrata dalla magistratura perché ritenuta responsabile di un inquinamento “che ha prodotto e continua a causare malattia e morte”. Inoltre, secondo la legge n. 231, l’Ilva può tornare in possesso dei beni prodotti durante la fase di sequestro. I legali dell’Ilva hanno già presentato istanza di dissequestro ma la Procura li ha gelati inviando al gip Todisco un parere contrario.


L’11 aprile il consiglio di amministrazione dell’Ilva ha nominato Enrico Bondi amministratore delegato della società,
e confermato come presidente l’ex prefetto Bruno Ferrante. Il bilancio 2012, il piano industriale e il piano investimenti a copertura degli interventi previsti per il risanamento degli impianti non sono stati ancora presentati: il futuro dello stabilimento ionico, quindi, resta nebuloso. Ed è in questo contesto, gravato da interrogativi, che tra due giorni i tarantini si recheranno ai seggi per dire, una volta per tutte, che futuro vogliono consegnare ai loro figli.

* Inchiostro Verde

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