Altre Economie / Approfondimento

La lotta allo spreco alimentare passa per le filiere solidali

Botteghe, reti che si occupano del recupero di eccedenze e gruppi di acquisto danno vita a pratiche virtuose che permettono di salvare ogni anno tonnellate di cibo dal cassonetto della spazzatura. Promuovendo la socialità

Tratto da Altreconomia 209 — Novembre 2018
Un gruppo di volontarie di Recup. Nel 2017 l'associazione ha recuperato oltre 15mila chili di frutta e verdura © Recup

Le verdure scartate nei mercati milanesi sprigionano ancora colore. Verde spinacio, arancio buccia di cipolla e viola barbabietola. Le materie prime sono messe a disposizione dai volontari di Recup, la fantasia è quella dei bambini della scuola dell’infanzia di via Arena, a Milano. Così, a partire da un disegno fatto di scarti, con l’associazione Recup la sensibilizzazione sullo spreco alimentare passa dai banchi del mercato a quelli di scuola.

Prendendo l’idea da una buona pratica conosciuta in Francia, nel 2014 Recup ha iniziato a recuperare in modo informale il cibo scartato dal mercato di viale Papiniano, a Milano. Due anni dopo, è diventata un’associazione di promozione sociale. “All’inizio eravamo tre volontari; oggi siamo una trentina, attivi durante la settimana in nove mercati a Milano (sugli 86 del Comune, ndr) e da poco abbiamo iniziato la raccolta anche nel mercato di Melegnano (MI), la domenica mattina”, racconta Verdiana Di Cesare, volontaria dell’associazione. Grazie a una relazione diretta con i commercianti, raccoglie dai diversi banchi l’invenduto, che sarebbe buttato, e lo porta in un punto di smistamento. “Lì facciamo una selezione di quello che è ancora recuperabile, lo dividiamo per tipologia e lo smistiamo”. Ciascuno dà una mano, così si genera anche coesione sociale e collaborazione tra diverse generazioni e culture: un altro punto di forza del progetto. Chiunque può prendere, gratuitamente, una parte dei prodotti recuperati, “nel rispetto degli altri -sottolinea Verdiana-. Ma c’è così tanto spreco che tutti riescono sempre a portare a casa qualcosa di buono”. A seconda delle giornate, Recup recupera tra i 50 e i 200 chili di prodotto fresco: 15.700 chili di frutta e verdura salvati dalla spazzatura nel 2017.

Ma davvero le filiere sostenibili e solidali possono contribuire in modo significativo nella riduzione dello spreco alimentare? Secondo Stefano Spillare, ricercatore in sociologia dell’Università di Bologna, la risposta è positiva. Dal 2014 Spillare ha partecipato a un progetto di ricerca sulle pratiche di riduzione dello spreco alimentare da parte dei consumatori, che ha indagato tre ambiti: il recupero e la redistribuzione dei prodotti alimentari invenduti e scartati; le piattaforme digitali di condivisione del cibo; le reti di economia solidale e i mercati contadini. Per la sua parte della ricerca, dedicata a quest’ultimo aspetto, Spillare ha contattato circa 400 Gruppi d’acquisto solidale chiedendogli informazioni sulle pratiche antispreco. “In diversi casi mi hanno risposto in senso negativo, dicendo che non hanno avuto l’esigenza di ridurre lo spreco, poiché non ne generano”, spiega. Un dato confermato anche dallo studio dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, “Spreco alimentare: un approccio sistemico per la prevenzione e la riduzione strutturali” (Ispra), nel quale sono riportati alcuni studi che stimano uno spreco fino al 10% per le filiere corte, locali e di piccola scala, a fronte di uno spreco fino al 50% dei circuiti agro-industriali.

Tra i progetti di economia solidale e i mercati contadini, Spillare ha individuato tre principali azioni di riduzione dello spreco: la promozione delle filiere locali, senza intermediari -che, secondo Coldiretti, tagliano del 60% lo spreco; la condivisione di decaloghi antispreco; una miriade di buone pratiche attivate dai Gas, dalla programmazione delle semine con i produttori ai corsi di cucina per il recupero degli scarti. “In questi casi stiamo parlando di consumatori che danno un grande valore al cibo: c’è, di fondo, una cultura di cittadinanza responsabile che fa la differenza”. Ed è forte anche l’idea di condividere un progetto, per ricostruire una comunità solidale. È lo stesso principio che muove molti progetti di empori solidali, che uniscono la lotta allo spreco alle esigenze sociali del territorio.

Nel Comune di San Lazzaro di Savena (BO), 33mila abitanti, è stato inaugurato da un mese “Amalio”: una bottega dove le famiglie in difficoltà possono acquistare alimenti, prodotti per la casa e l’igiene donati dalla grande distribuzione, usando i punti della tessera familiare data dai servizi sociali del Comune. In questa fase iniziale, ne beneficeranno 35 famiglie. “Con Amalio -sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna- abbiamo voluto dare una risposta ai tanti cittadini che, per la prima volta, devono rivolgersi all’amministrazione per un aiuto”, spiega il sindaco di San Lazzaro, Isabella Conti. Questa realtà si connette a una rete regionale consolidata: sono 20 gli empori solidali in Emilia-Romagna, a beneficio di 3mila famiglie, con 600 volontari e 20 dipendenti. Ma oltre a sostenere il potere d’acquisto delle famiglie, questi spazi sono dei presìdi territoriali per “rafforzare una rete solidale di cittadini, imprese, enti e associazioni che insieme sono più incisivi nel sensibilizzare la popolazione sugli stili di vita sostenibili, la lotta allo spreco e l’educazione alimentare”, aggiunge Conti.

La bottega “Amalio” a San Lazzaro di Savena (BO) dove famiglie in difficoltà possono acquistare prodotti grazie a una tessera fornita dal Comune © Amalio

È pur vero che questi prodotti vengono dalla grande distribuzione -che getta circa 400mila tonnellate di prodotto all’anno, pari a 900 milioni di euro (Istat, 2015)- e non hanno una connotazione particolarmente attenta alla sostenibilità. “Sono sempre più diffusi i progetti virtuosi che riducono lo spreco nella parte centrale della filiera, quella distributiva, che incide sulla filiera dello spreco per circa il 15%. Ma più raramente si interviene dove lo spreco è altrettanto significativo, a monte”, osserva Lorenzo Ciccarese dell’Ispra. Ciccarese è coautore, con Giulio Vulcano, della ricerca dell’Ispra sullo spreco: “Abbiamo riscontrato molti sforzi positivi sul fronte del recupero del cibo, con esperienze innovative e importanti anche per l’aspetto educativo e di sensibilizzazione sul tema. Ma crediamo che si sia fatto troppo poco per ristrutturare il sistema produttivo agricolo e una politica alimentare che ancora produce molto spreco già in campo”. Per questo è importante ricordare che “le buone pratiche nella prevenzione e riduzione dei rifiuti alimentari non investono solo la redistribuzione del cibo, ma anche altri ambiti”: ricerca e innovazione; crescita della consapevolezza, informazione e istruzioni; dati e informazioni affidabili sullo spreco dei rifiuti alimentari; e ovviamente la politica e le istituzioni.

“In Italia, una moltitudine di esperienze ci insegna che è possibile affrontare un problema complesso e vasto come quello delle perdite alimentari e dello spreco attraverso pratiche locali, dal basso, su piccola scala e quasi sempre su base volontaria”. Iniziative che servono anche ad alimentare il senso di solidarietà e di responsabilità, ma che d’altra parte, aggiunge Ciccarese, “non devono far perdere di vista l’attenzione su altri ambiti più efficaci, come la prevenzione dello spreco. Corriamo il rischio che questo tipo di impostazione trasformi in permanenti delle misure che dovrebbero essere emergenziali, rendendo implicitamente necessaria la formazione di eccedenze alimentari”. Per questo l’Ispra suggerisce che i prossimi passi siano fatti verso “soluzioni strutturali, in grado di prevenire alla fonte la produzione delle eccedenze alimentari e i conseguenti sprechi. Il cibo, infatti, viene sprecato lungo tutta la filiera: dal campo all’azienda, nelle fasi di trasformazione e confezionamento, nei ristoranti, nelle mense, nelle case. Guardando all’intera filiera si possono ridurre i pesanti impatti che lo spreco alimentare ha sull’ambiente”.

“Sono sempre più diffusi i progetti virtuosi che riducono lo spreco nella parte centrale della filiera, quella distributiva, che incide per circa il 15%” – Lorenzo Ciccarese

Per prevenire, “c’è bisogno una profonda conoscenza delle cause dello spreco e di valorizzare il ruolo attivo dei consumatori, a sostegno delle filiere corte e dell’agricoltura biologica”. Ma servono anche “iniziative istituzionali, inclusa la revisione della norma che in Italia (uno dei pochi Paesi) regola lo spreco alimentare, puntando prevalentemente al recupero”. La 166 del 2016 (“Legge Gadda”), reca le disposizioni per “la donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici a fini di solidarietà sociale e per la limitazione degli sprechi” e ha avuto un impatto positivo. La Fondazione Banco alimentare ha registrato un aumento del 20% in un anno dall’approvazione della legge nel recupero delle eccedenze dalla Gdo. Per Ciccarese, è necessario andare oltre e “integrare la questione dello spreco alimentare negli strumenti di pianificazione della produzione, distribuzione e consumo del cibo e sviluppare politiche alimentari locali, sistemiche e partecipate”. Solo modificando i modelli di produzione e consumo è possibile affrontare il problema in modo strutturale.

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