Ambiente / Approfondimento

Siracusa chiama Taranto

Il 40% dei prodotti petroliferi italiani viene raffinato nell’area industriale della città, che è patrimonio Unesco. Come nel caso Ilva, salute e lavoro si scontrano

Tratto da Altreconomia 142 — Ottobre 2012
Il petrolchimico di Siracusa

Le fiamme che escono dalle ciminiere sputano una nube di fumo grigio e maleodorante che aleggia sulle teste dei cittadini di Augusta, Priolo Gargallo e Melilli, dove inquinamento e lavoro sono argomenti quotidiani e indissolubili. La zona industriale di Siracusa comprende uno dei poli chimici tra i più grandi e importanti d’Europa, che insiste lungo oltre 30 chilometri di costa, tra Augusta e la periferia nord di Siracusa. Un complesso che si è insediato negli anni 50 e che, per quasi un trentennio, ha determinato una forte crescita dell’occupazione, ma anche un impatto durissimo sull’ambiente e sulla salute dei cittadini. Un’enorme varietà di produzioni, tra le quali spiccano il settore chimico, con la produzione di etilene e di semiderivati, e quello della raffinazione di prodotti petroliferi, che copre il 40% circa del fabbisogno nazionale. Nel polo siracusano sono presenti i più grandi colossi dell’industria italiana ed europea: Esso, Eni, Air Liquide ed Enel, mentre la russa Lukoil è subentrata di recente ad Erg.

Qui l’inquinamento è un freno per lo sviluppo: l’avvelenamento di acqua, aria e suolo, dovuto ad anni di mancato rispetto delle regole e di carenza di controlli un dato di fatto. Nel 2001, il pediatra, primario presso l’ospedale di Augusta, Giacinto Franco (morto per un tumore il 12 settembre), aveva diffuso i dati allarmanti sulle nascite di neonati malformati nell’anno 2000: una percentuale pari al 5,6%, ben oltre la soglia di allarme dell’Oms, fissata al 2%. Oggi il dato è in lieve diminuzione, ma sono aumentate di oltre 4 volte le interruzioni volontarie di gravidanza. Numeri e percentuali che si scontrano con altri dati: il polo industriale siracusano, nonostante la difficile situazione economica, dà lavoro a quasi 10mila persone, tra impianti di produzione, attività di servizio dell’indotto e officine esterne. Anche se, pure qui, le prospettive non appaiono rosee, come dimostra il crollo, negli ultimi anni, di centinaia di piccole e medie aziende, e la progressiva flessione del numero di occupati. Sono 2.000-2.500 i lavoratori fuori dal settore produttivo: alcuni (1.700 persone circa) si trovano in cassa integrazione guadagni (cig) ordinaria, straordinaria o in deroga, gli altri si trovano in condizioni ancor più difficili, in mobilità o disoccupati privi di qualsiasi fonte di reddito. In più, per i dipendenti di diverse aziende i periodi di cassa integrazione utilizzabili sono prossimi alla scadenza, senza prospettive di rientro al lavoro. Paolo Zappulla, segretario generale provinciale della Cgil, spiega come le cause siano essenzialmente due: “In primis, il completamento degli investimenti di ristrutturazione e innovazione degli impianti, e in particolare la riconversione a turbogas delle centrali termoelettriche degli stabilimenti, e in secondo luogo la fase fisiologica di vuoto delle grandi manutenzioni straordinarie, le cosiddette fermate”. Le fermate seguono cicli triennali e, in assenza di nuove attività industriali nelle aziende dell’indotto, creano un surplus di manodopera che non viene più assorbito da altre attività produttive, anch’esse in difficoltà. La contemporanea crisi del settore dell’edilizia, in cui negli ultimi tre anni si sono persi 4mila posti di lavoro, non serve più come valvola di sfogo per i manovali in esubero nell’area industriale. Perfino nel settore chimico, di solito indenne, sono stati cancellati circa 150-200 posti di lavoro per il ridimensionamento degli organici. Come ricorda Zappulla, il dramma rischia di acuirsi per via di “quelle imprese che, per sopravvenute difficoltà finanziarie, non riescono ad acquisire la riconferma dei contratti per le attività di manutenzione ordinaria. È il caso della Sina Service, importante azienda dell’indotto, in cui sono a rischio 120 posti di lavoro”.

La “soluzione” ai problemi, quella perseguita da alcuni gruppi industriali e dalle istituzioni regionali e locali, è la costruzione di un rigassificatore. Un impianto da realizzare nel cuore dell’area dell’Isab Nord (ex Erg Med), in territorio di Melilli ma a poca distanza dal centro abitato di Priolo Gargallo e a ridosso di stabilimenti ad elevato rischio e ad alta infiammabilità ed esplosività. Per anni la Erg (ora uscita dal progetto) e la Shell (attraverso Ionio Gas) hanno tentato, contro la volontà delle popolazioni di Priolo e Melilli espressa in ben due referendum, di imporre questo investimento-business, puntando sul miraggio di forti sbocchi occupazionali e di compensazioni economiche ai comuni. Forti del sostegno dell’ex ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, hanno cercato di realizzare tre enormi serbatoi di Gnl (gas naturale liquefatto) da trasformare  in 12 miliardi di metri cubi allo stato gassoso, in un sito inidoneo, segnato da continui e gravi incidenti e ad elevato rischio sismico (nel 1990 l’intera zona è stata colpita da un violento terremoto).
Le lotte dei comitati di cittadini e delle associazioni ambientaliste, con i referendum popolari e con la richiesta di puntare sulle fonti rinnovabili, in primis il fotovoltaico, si scontrano ancora con vecchie logiche, le stesse che hanno guidato lo sviluppo industriale dell’area, provocando effetti gravissimi sulla salute dei cittadini e sull’ambiente e rappresentando anche un freno alla ripresa: “Meglio morire di fumo che di fame”.
Ecco perché, tra le soluzioni per far ripartire l’occupazione, Paolo Zappulla indica “la realizzazione del piano di bonifiche, già previsto dall’Accordo di programma del novembre 2008, che per il Sito di interesse nazionale di Priolo prevedeva uno stanziamento di 774 milioni di euro (circa 290 milioni a carico delle industrie responsabili dei danni ambientali, vedi Ae 136) per la bonifica dell’area e per la riqualificazione ambientale. L’avvio delle operazioni di disinquinamento dei fondali della rada di Augusta, ad esempio, creerebbe nuovi sbocchi occupazionali e darebbe impulso allo sviluppo del porto commerciale di Augusta, oggi penalizzato dallo stato della rada”.
“Come a Taranto, anche qui gli effetti notevoli dell’inquinamento -prosegue Paolo Zappulla- ci sono tutti. La differenza è che nella nostra zona industriale gli impianti più inquinanti sono stati nel tempo dismessi (produzione di fertilizzanti, impianto clorosoda e altri). Ciò con cui dobbiamo fare i conti è l’inquinamento pregresso che ha contaminato l’intero territorio: suolo, aria e acque”.
Il problema è la mai avviata fase di bonifica della zona e, soprattutto, l’assoluta assenza di controlli adeguati (come spiega ad Ae il professor Solarino nell’intervista qui accanto), oltre alla negligenza degli amministratori locali, regionali e nazionali.
“La cosa più assurda -conclude il segretario della Cgil- è che nel 2008 il ministro dell’Ambiente, la siracusana Stefania Prestigiacomo, e il governo Berlusconi, mentre siglavano l’accordo di programma sulle bonifiche, facevano sparire, dirottandole in altre direzioni, le risorse impegnate per realizzarle”.

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