Ambiente

Servizi, prove di monopolio

I Comuni del Nord Italia studiano una maxi fusione tra le “utility” che gestiscono acqua, energia, rifiuti. Obiettivo: fare cassa. I comitati per l’acqua bene comune lanciano un appello. _ _ _
 

Tratto da Altreconomia 137 — Aprile 2012

È partito da Torino il “risiko” delle ex municipalizzate. Sono il sindaco del capoluogo piemontese, Piero Fassino (Pd), e l’assessore al Bilancio del Comune di Milano Bruno Tabacci (Api), i grandi sponsor di un’aggregazione che coinvolgerebbe A2a e Iren, ovvero le multiutility che gestiscono il ciclo dei rifiuti, il servizio idrico integrato e il mercato elettrico nel Nord-ovest del Paese (Piemonte, Lombardia, Liguria e un pezzo di Emilia), e che potrebbe allargarsi anche ad Hera (ovvero ai servizi pubblici locali dell’intera all’Emilia-Romagna).  
Entrambe le società sono quotate in Borsa, ma per il momento la maggioranza delle azioni è ancora in mano pubblica: dei Comuni di Brescia e Milano, nel caso di A2a (che negli ultimi dodici mesi ha perso a Piazza Affari il 35,77% del proprio valore); dei Comuni di Torino, Genova, Parma, Piacenza e Reggio Emilia nel caso di Iren (meno 43,03% nell’ultimo anno). Chi ascolti parlare l’ex segretario Ds Piero Fassino, può credere che questa fusione sia frutto di un’idea industriale: “Vogliamo creare un grande player nella produzione energetica, e per farlo vogliamo mettere insieme le principali aziende del Paese”.
Ma Bruno Tabacci, che tiene i conti del Comune di Milano, riporta il senso di tutta l’operazione nei confini del reale: “A queste condizioni, A2a non garantirà dividendi al Comune, e non solo nel 2012: nemmeno nei prossimi anni”. C’è un problema di eccessivo indebitamento, che ha raggiunto un livello “più o meno doppio rispetto al valore di Borsa” come ha ricostruito Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera. E c’è l’esigenza di spalmarlo su spalle più grandi, allargando la compagine azionaria ad un partner finanziario, che potrebbe essere la Cassa depositi e presiti (Cdp) guidata da Franco Bassanini o il fondo d’investimento F2i (nelle ultime settimane al centro dell’interesse mediatico per un’inchiesta che coinvolge l’amministratore delegato Vito Gamberale e un membro del cda, Riccardo Conti, ex assessore in Regione Toscana alle Infrastrutture e ai Trasporti).
In quest’operazione, però, c’è un grande assente. È l’utente, ovvero il cittadino. Quando Fassino e Tabacci si sono incontrati a Milano, l’11 febbraio scorso alla Casa della cultura, invitati dal Pd metropolitano, la qualità del servizio non è stato nemmeno uno dei temi al centro del dibattito. Per questo, e perché questa fusione andrebbe contro il risultato dei due referendum sul servizi pubblici locali del 12 e 13 giugno, il Forum italiano dei movimenti per l’acqua, dopo un’affollata riunione milanese cui hanno partecipato comitati di tutta l’area interessata, ha promosso un “Appello contro la grande multiutility del Nord” (potete firmalo su www.acquabenecomune.org). “La proposta di creare una grande multiutility del Nord ci ripropone l’idea di vendere servizi essenziali per coprire buchi di bilancio e punta a superare i debiti delle aziende attraverso economie di scala -si legge nel documento, tra i cui primi firmatari ci sono Stefano Rodotà, Dario Fo, Daniele Silvestri e Claudio Bisio-.
È un’operazione lobbistica e verticistica di istituzioni, manager e correnti di partiti, estranea alle città interessate, che espropria i consigli comunali dei loro poteri e allontana le decisioni dal controllo democratico. Oggi serve una gestione dell’acqua, dei rifiuti, del trasporto pubblico locale, dell’energia prossima ai cittadini e alle amministrazioni locali, per garantire la trasparenza e la partecipazione nella gestione dei servizi”. Si tratta, infatti, di un’operazione che non prevede dibattito pubblico che coinvolga le amministrazioni locali, le assemblee elettive, coloro che hanno promosso e vinto i referendum, le associazioni, i comitati, tutti coloro che vogliono preservare l’universalità dei diritti fondamentali, come l’acqua, e tutelare i diritti dei lavoratori. “Non si può accettare -continua l’appello, firmato anche dal direttore di Altreconomia Pietro Raitano- l’espropriazione delle condizioni minime per esercitare i diritti di cittadinanza, per garantire la riproducibilità della nostra vita associata in armonia con l’ambiente”. —

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