Esteri

Segretezza al cubo

La proposta elvetica per ridurre l’evasione, il cosiddetto "Rubik" non convince: a rischio il processo Ocse sulla trasparenza. Da Altreconomia di novembre 2012 il video-reportage che ricostruisce la genesi dell’accordo intervistandone i protagonisti, in Svizzera —

Tratto da Altreconomia 143 — Novembre 2012

Le sue banche detengono capitali pari a 5mila e 800 miliardi di euro. Poco meno della metà è riferibile a clienti stranieri. Secondo le stime più prudenti, 130 miliardi appartengano a cittadini residenti in Italia. Per questo la Svizzera è considerata dalla Banca d’Italia come un importante attore “nella gestione di attività non dichiarate” e dal ministero dell’Economia come un “territorio non cooperativo e a fiscalità privilegiata”. Ed è proprio con la Svizzera che il governo italiano sta trattando -dopo l’iniziale contrarietà manifestata nel dicembre 2011 dal ministro per i Rapporti con il Parlamento, Piero Giarda– un accordo bilaterale in materia fiscale. Accordo che si basa su un modello teorico denominato “Rubik” -evocativo della complessità dell’omonimo cubo- che vedrà la Confederazione comportarsi come sostituto d’imposta, prelevando una percentuale sul capitale detenuto dal contribuente residente nel Paese partner.

Finora hanno avviato e concluso patti di questa natura con la Svizzera, sebbene nessuno sia ancora entrato in vigore, Regno Unito, Germania, Austria, Belgio e Grecia. I primi due hanno pattuito aliquote comprese tra il 21 e il 34% per la cosiddetta “regolarizzazione del passato”, e dal 26,4% al 48% sui redditi prodotti dal capitale. Dal canto suo, la Svizzera s’è assicurata il mantenimento del segreto bancario, l’amnistia e l’anonimato per il cliente, l’accesso al mercato finanziario presso i Paesi contraenti -data la sua uscita dalle “liste nere” per trasparenza fiscale- e due importanti rassicurazioni. Primo: i Paesi che hanno stipulato gli accordi, in questo caso Regno Unito e Germania, a garanzia del rispetto della convenzione, potranno avanzare -“in caso di motivo plausibile”- un numero limitato di richieste di informazioni specifiche. Da 900 a 1.300 per il Regno Unito. 500 all’anno per la Germania. Secondo: non sarà più permesso l’acquisto e l’impiego di dati trafugati -provenienti ad esempio da “funzionari infedeli” delle banche elvetiche, si pensi alla “lista Falciani”.

Questa la struttura del modello “Rubik”. Chi l’ha concepito, il banchiere Alfredo Gysi, dal gennaio 2012 al vertice di Bsi (ex Banca della Svizzera italiana, gruppo Generali) ritiene -anche se non ha accettato d’esser intervistato- che “Rubik” rappresenti un passo avanti. L’organizzazione indipendente britannica Tax Justice Network (www.taxjustice.net), da anni impegnata contro l’impunità dei paradisi fiscali, ha definito questi accordi bilaterali come una “truffa”, che mina lo scenario ideale tratteggiato dall’Ocse: lo scambio automatico d’informazioni tra autorità fiscali dei singoli Paesi. In mezzo a questi due poli opposti, Ae ha raccolto cinque contributi da parte di altrettanti osservatori attenti della materia. Andrea Manzitti, avvocato milanese che ha guidato il Dipartimento per le politiche fiscali del ministero dell’Economia tra il 2002 e il 2005, non esita a demolire l’accordo: “La prima trappola del ‘Rubik’ è il contingentamento delle richieste di informazioni. Lo standard Ocse (inteso come lo scambio di informazioni su richiesta utilizzabili ad ogni fine tributario nello Stato richiedente, ndr) non prevede affatto un tetto massimo. Inoltre, delegando alle banche svizzere il ruolo di sostituto d’imposta, si stanno affidando funzioni para-pubbliche a entità che non sono soggette ad alcun controllo dell’autorità fiscale italiana -a differenza dei datori di lavoro e delle banche italiane-”. Il gettito ipotizzato (30 miliardi di euro) potrebbe oscurare le debolezze? “Questo condono non porterà tanti soldi. Le imposte saranno un gettito una tantum, non su base strutturale e francamente viene difficile pensare come l’Italia, che ha varato diversi programmi di emersione come lo scudo fiscale ad aliquote molto basse (2,5%, 5%, 6%, 7%), possa pensare di attirare capitali che non hanno aderito a quelle proposte di emersione. Tant’è vero che inglesi e tedeschi hanno chiesto un versamento minimo rispettivamente di mezzo miliardo e di due miliardi di franchi svizzeri, perché c’è totale incertezza sull’ammontare complessivo. Per quanto riguarda le trattative italo-svizzere è tutto relativo, quest’accordo potrebbe entrare in vigore a partire dal 2014”. Malaugurata ipotesi? “Da un punto di vista tattico, quest’accordo è un’ottima mossa da parte svizzera, perché sposta comunque in là nel tempo l’adempimento degli obblighi previsti dallo standard Ocse”.

Problemi strutturali ma anche temporali. Su questo, Alessandro Santoro, docente di Scienze delle finanze presso l’Università Bicocca di Milano, si esprime così: “La data a partire dalla quale verranno applicati i prelievi è successiva rispetto alla conclusione del trattato. Il che rende possibile per chi ha patrimoni molto ingenti di spostarli dalla Svizzera, appoggiandosi su Paesi con una legislazione più favorevole. Si dice che questo stia accadendo con Singapore”. Un timore che l’avvocato luganese Paolo Bernasconi considera ingiustificato: “Il ‘Rubik’ è una lampada di Aladino; il Paese strofina ed escono i soldini e non le richieste d’informazione, procedure lente che non porterebbero risultati prima di 7 anni”. Secondo Marco Jaeggi, presidente e docente presso l’Associazione centro di studi giuridici ed economici “Jean-Jacques Rousseau” di Chiasso, chi rema contro l’accordo bilaterale sarebbe la “finanza bianca” ben rappresentata nell’attuale esecutivo. Ovvero, le banche italiane. Più d’un motivo d’incertezza è stato espresso dall’Associazione bancaria italiana (Abi), nella persona del presidente Giuseppe Mussari, durante un’audizione dell’ottobre 2011 presso la Commissione VI “Finanze e tesoro” del Senato. L’accordo, secondo Abi, “mal si concilierebbe” con “gli sforzi compiuti per la realizzazione di un sistema di controlli basato sulla tracciabilità”. Jaeggi riconduce quest’osservazione a un’insofferenza del settore verso un’eventuale liberalizzazione del mercato interno, mentre Laura Zaccaria, responsabile Direzione norme e tributi di Abi, spiega che “dal 2004 qualunque operazione transiti attraverso un intermediario operante in Italia viene rilevata e le banche sono tenute a inviare una comunicazione mensile all’Agenzia delle entrate. Inoltre, il decreto Salva-Italia del governo Monti ha stabilito che si debbano comunicare all’anagrafe tributaria le movimentazioni dei conti correnti, attivi e passivi, una volta all’anno (Garante della privacy permettendo, viste le richieste di aggiustamento del sistema informatico, ndr)”. Una rete informatica da costruire e mantenere cui le banche svizzere potrebbero sfuggire? “Noi prendiamo atto dell’accordo, non abbiamo paura della concorrenza della Svizzera. L’aspetto delicato, su cui fare attenzione, riguarda i capitali depositati in Svizzera, sottoposti sì a tassazione ma a nessun altro tipo di controllo né a nessun rischio di indagine fiscale per le operazioni eseguite sui conti”. Marco Bernasconi, fratello di Paolo ed esperto di diritto tributario, è convinto che il vero spartiacque sarà l’ammontare dell’acconto: “Visti i due miliardi di franchi che le banche svizzere dovranno versare ai tedeschi a fondo perduto, credo che la carta che giocherà l’Italia sarà proprio questa. Dirà: ‘Io non posso controllare, non so quale sarà l’esito, sto sacrificando molto, che almeno le banche mi diano tot miliardi”. Dal ministero dell’Economia non filtrano dichiarazioni. Eccetto un principio: “Il governo Monti non potrà permettersi, neanche lontanamente, un condono”. Il che, alla luce delle storture del “Rubik”, pare un’illusione. Un’illusione al cubo. —

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