Ambiente

Se l’Europa scopre il bio

La riforma della politica agricola comunitaria sembra far propri alcuni “principi” cardine dell’agricoltura biologica, ad esempio sui limiti della monocoltura

Tratto da Altreconomia 135 — Febbraio 2012

Esiste da quando è nata l’Unione Europea. La politica agricola comunitaria (Pac, la pagina internet è questa: ec.europa.eu/agriculture/index_en.htm) assorbe il 40% del budget dell’Ue, ovvero qualcosa come 55 miliardi di euro. Il futuro dell’agricoltura del continente, e quello degli agricoltori italiani (vedi Ae 123), dipende da come questi soldi vengono spesi, e a chi finiscono.
Alessandro Triantafyllidis da dicembre è presidente dell’Associazione italiana per l’agricoltura biologica (www.aiab.it). 45 anni, nato a Milano dove si è laureato in Scienze agrarie, vive dal 1996 in Liguria, dove conduce un  agriturismo con annesso allevamento di pecore, un piccolo castagneto, l’orto. “La Pac è uno dei pochi campi in cui c’è una politica davvero comune in Europa -spiega-. In tutti gli altri ambiti questo non avviene in egual misura. In agricoltura, la discrezionalità degli Stati membri è piuttosto bassa: tutto viene definito a Bruxelles”. L’Unione gestisce le politiche agricole dei suoi membri, attraverso un periodo di programmazione che dura sette anni. Quello attuale è in scadenza, e la Pac in questi mesi viene ridiscussa, in vista di una riforma che partirà nel 2014 e andrà a regime nel 2018.
“Se ci guardiamo dentro, la Pac è divisa in due ‘pilastri’: il primo consiste nel sostegno al reddito degli agricoltori: gli Stati membri ricevono un budget, che può essere speso secondo le indicazioni dell’Unione”.
Su questo primo pilastro, la riforma immaginata dal commissario Dacian Ciolos (42 anni, romeno, in carica dal 2009) si chiama “greening”. “A ottobre, presentando la sua proposta di riforma della Pac, Cioloş ha proposto che il 30% del budget nazionale sia elargito ad aziende che adottano azioni di compatibilità ambientale. Ovvero: su 100 euro a ettaro stanziati per un’azienda, 70 andranno a sostenere il reddito e 30 verranno erogati solo nel caso in cui questa intraprenda azioni di ‘sostenibilità’. Si punta in particolare sulla diversificazione delle produzioni.  È un principio positivo: non è ancora la rotazione dei terreni, che si adotta nell’agricoltura biologica, ma può essere utile per contrastare la monocoltura. Si chiede che le produzioni siano almeno tre, e che la principale non occupi più del 70% della superficie aziendale. Per il bio, che applica questo principio per legge, questo 30% spetta di diritto in presenza della certificazione. Prima il criterio non era nemmeno nominato. Un’altra azione ritenuta valida ai fini di questo incentivo è che almeno il 7% della superficie dell’azienda sia adibita ad area ecologica -siepi, laghetti etc-; infine, se possibile, garantire la presenza ove ci sono dei prati stabili, per non perderli a favore di seminativi. Chi attua queste tre azioni ha diritto a quel 30% in più di contributo”.
Il sostegno garantito dal “primo pilastro” si deve al fatto che, tra tutti i settori economici dell’Ue, quello degli agricoltori è il reddito di gran lunga inferiore alla media. Tra i capisaldi -per certi versi lungimiranti- della Pac c’è sempre stato il principio che oltre a tutelare il consumatore europeo da prezzi troppo alti si dovesse preservare la campagna dalla spopolamento: “Oggi questo meccanismo è complesso, basato su serie storiche. Cioloş ha promesso semplificazione. Per il futuro ci attendiamo un pagamento che dalle proiezioni del ministero dovrebbe essere attorno ai 290 euro per ettaro (30% ‘green’ compreso). Si rischiano grandissimi scompensi: chi in passato prendeva molto, in particolare nel settore del riso e del tabacco, vedrà il proprio contributo molto ridotto. Altri soggetti prenderanno di più, soprattutto foraggere, pascoli, zone montane. Molto probabilmente a farne le spese saranno le grandi aziende della Pianura Padana: riso, mais, altre colture intensive”.
Il sostegno europeo per l’agricoltore è oggi, in media, nell’ordine del 30/40% del fatturato di ogni azienda, con punte anche del 50%. Tra le novità della riforma del primo pilastro, anche un premio forfettario per i “piccoli produttori”, pari al 10% del budget. Si parla di 1.500 euro per azienda all’anno. “Ma la definizione di che cosa sia un ‘piccolo produttore’ non esiste ancora- spiega Alessandro-. In ogni caso, questa è una delle misure osteggiate dal mondo agricolo convenzionale, oltre all’inverdimento”.
Infine, nel primo pilastro dovrebbero trovare spazio altri due incentivi: il 2% del budget destinato ai giovani, e il 5% per aree svantaggiate.
“Non siamo di fronte a una riforma che rivoluziona, ma Cioloş vi ha inserito degli elementi interessanti. Per la prima volta nella storia della politica comunitaria, ad esempio, si parla di filiera corta.  È nel ‘secondo pilastro’, cui spetta il 25% del budget Pac”. Storicamente, al secondo pilastro sono sempre state demandate politiche ambientali e sociali. È all’interno di questo capitolo, in quelli che vengono definiti “piani di sviluppo rurale”, che oggi sono posizionate le misure più importanti per l’agricoltura biologica e “altra”. La declinazione delle misure è di solito rimandata agli Stati membri. Germania e Italia, poi, demandano a livello regionale. “La riforma prevede interessanti novità: misure ad hoc per il bio, misure di assistenza tecnica, di formazione, e per la costituzione di associazioni di produttori. Si parla di forme di vendita alternative e di progettazione di nuovi sistemi che rendono possibile la filiera corta. Ovvero nuovi modi di raggiungere i consumatori”.
Tuttavia vi sono anche elementi molto pericolosi e negativi: “Tutto ciò che è sostegno alle organizzazioni di mercato, finanziamenti di solito a carico del primo pilastro, è stato trasferito nel secondo. Il rischio è che questo capitolo di spesa dreni risorse da tutto il resto.
C’è, inoltre, la questione dell’assicurazione del reddito. In sostanza, l’idea dell’Ue per contrastare gli effetti della volatilità dei prezzi sul reddito dei produttori, assodato che il dogma del mercato libero è intoccabile e che è impensabile proporre ‘protezionismi’ di alcun tipo, è di garantire i produttori attraverso la stipula di contratti assicurativi: una proposta fuori dal mondo. Non è mai esistita, e se deve stare da qualche parte è nel  primo pilastro. Meglio ancora, da nessuna parte. Il sostegno si fa con altre politiche commerciali, sostenendo le produzioni nazionali. Non favorendo le compagnie assicurative, le uniche che escono avvantaggiate da questo sistema”. —

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