Esteri

Se frena la locomotiva

La Germania fa i conti con i limiti di un’economia che dipende dall’export. Disoccupazione e debito pubblico sono problemi anche a Berlino

Tratto da Altreconomia 131 — Ottobre 2011

“A Berlino… va bene” è il titolo di una famosa canzone anni Ottanta di Garbo, ripresa in un video di giovani neo-immigrati appena trasferiti in cerca di fortuna nella capitale tedesca, che spopola su internet.
È solo uno dei tanti esempi di come gli italiani, esauriti dalla crisi economica e da un mercato del lavoro ancora instabile, percepiscano la vita oggi in Germania: ricchezza, stabilità e prospettive future. Eppure proprio la capitale tedesca, ascesa al rango di Land autonomo dopo la riunificazione, è tutt’altro che un paradiso idilliaco: poverissima, con un debito abnorme con gli altri Stati federali -circa 70 miliardi di euro-, praticamente priva di imprese e industrie, non da meno assillata da un 13,3% di disoccupazione, Berlino rappresenta la punta dell’iceberg di una situazione economica e sociale segnata da incertezza e insicurezza.
Nonostante ciò l’atmosfera è quello di un’“isola che non c’è”, dove la  giovane comunità internazionale, accorsa in città sull’onda dello slogan “povera ma sexy” del sindaco socialdemocratico Klaus Wowereit, a settembre riconfermato per il terzo mandato, continua a condurre uno stile di vita bohemienne. Mentre si passeggia per gli sciccosi caffè di Prenzlauer Berg e Mitte, dove i neo-berlinesi, carta di credito del babbo in tasca e un piccolo assegno elargito dal generoso sussidio di disoccupazione, siedono in attesa dell’ispirazione artistica, tra mobili e arredamento riciclato -a Berlino l’usato fa trendy-, sorge spontanea una domanda: “Ma qualcuno qui lavora?”.
Ovviamente c’è una Germania che lavora, produce e ostenta ricchezza e potere. È la Germania delle grandi industrie automobilistiche, dell’high-tech e delle aziende metallurgiche, che non si sono fermate nemmeno durante la crisi finanziaria del 2009, quando il tasso di crescita del prodotto interno lordo (Pil) ha toccato il minimo storico, meno 4,7%. È la stessa che ha condotto la ripresa nel 2010, con un +3,6 del Pil, l’aumento delle esportazioni del 17% e delle importazioni del 15%. Quella che, con i suoi balzi improvvisi e la forte dipendenza dal mondo economico-finanziario globale, rischia di far crollare il sistema tedesco stesso. Come mostra la bruschissima frenata, con crescita praticamente zero (+0,1%), nel secondo trimestre del 2011.
“L’economia tedesca deve la sua ricchezza al mercato estero -spiega Ulrike Herrmann, analista del quotidiano die Tageszeitung-. Nell’ultimo decennio la società tedesca ha costruito il proprio benessere sulle esportazioni, in particolar modo con i Paesi dell’Unione Europea. Il protrarsi dell’attuale crisi dei Paesi della zona euro potrebbe avere ripercussioni fortissime sulla Germania: se i principali partner economici si trovano in difficoltà e non possono importare, la Germania a sua volta non è in grado di soddisfare le proprie esigenze interne.”
Mentre i guru delle grandi società per azioni si affrettano a decifrare questa situazione, c’è un’altra Germania, quella della gente comune, che è stanca di rimanere sempre esclusa dalle decisioni.
È la Germania che ha scalzato in maniera clamorosa la maggioranza di centro-destra dal governo dei principali Länder nelle elezioni 2011, favorendo l’ascesa del partito ecologista dei Grünen, e che fa tremare la cancelliera Angela Merkel in vista delle elezioni federali 2013.
La crisi del debito pubblico nei Paesi europei è stata il motore che ha dato voce recentemente al malcontento popolare:
“I tedeschi hanno recepito queste discussioni come se dovessero pagare di tasca propria il debito dei Paesi coinvolti -spiega la Herrmann-, mentre in realtà si tratta di dover salvare un mercato comune di cui la Germania stessa è prima approfittatrice.”
La domanda, però, è chiara: “Perché dobbiamo pagare noi il debito degli altri?” si chiede Markus, che lavora come operaio presso lo stabilimento della Volkswagen di Wolfsburg. “Non abbiamo forse già pagato abbastanza per salvare le banche dal fallimento?”. Il debito pubblico tedesco ammonta all’83,2% del Pil, una quota ridicola se confrontata con quelle dell’Italia (119 %) o della Grecia (142,8%), ma ben lontana dal limite del 60% imposto dal Patto europeo di stabilità e crescita.
Si tratta, inoltre, di un dato in costante crescita: “Un forte aumento si è avuto dopo la Riunificazione -spiega la redattrice della Taz-, ma il vero salto è stato contratto durante la crisi finanziaria del 2008-2010, quando il debito è balzato dal 66% all’attuale 83,2%, soprattutto a motivo dei fondi destinati al salvataggio delle banche nazionali. Nonostante ciò, non sussiste ancora una situazione di passività, quindi lo Stato tedesco non ha avuto l’esigenza di interventi o riforme in ambito sociale.”
D’altronde, lo sa bene la cancelliera Merkel, ritoccare i conti destinati al sociale potrebbe significare politicamente un suicidio.
Dal punto di vista del lavoro, infatti, nonostante la percentuale di disoccupazione sia in costante diminuzione (dal 7,7% del 2010 al 7% prevista per il 2011), continua ad essere enorme la differenza tra i Länder della ex Germania Est (media 10,9%, con punta massima a Berlino, 13,3%) e gli Stati federali dell’Ovest (media 6%, con punta minima in Baviera, 3,7%). Una situazione che la famosa Hartz IV, la legge che regola la disoccupazione in Germania, ha di fatto incentivato. Lo Stato tedesco, infatti, fornisce ai disoccupati un cospicuo sussidio (pari al 60% dell’ultimo stipendio netto, o a un minimo di 315 euro circa più l’affitto), se s’impegnano a rispettare determinati obblighi: corsi integrativi, numero di colloqui al mese, divieto di spostarsi dal proprio luogo di residenza. Ciò comporta, nella realtà, la creazione di enormi quartieri, come Lichtenberg o Neukölln a Berlino, dove decine di Arbeitsloser -disoccupati- si trovano sotto casa con casse di birra a fianco e Scorpions a tutto volume. Per i disoccupati che ambiscono a migliore stile di vita, invece, rimane il lavoro sottopagato in call center e affini, con punte minime di un euro all’ora. Tragica la situazione per il personale qualificato, perché una volta marchiato come “Arbeitsloser”, disoccupato, è quasi impossibile trovare un impiego all’altezza delle aspettative. Una recente ricerca del Bundesamt ha evidenziato, per esempio, come in Germania ci siano circa 250mila genitori single disoccupati con alto profilo professionale e qualifica di livello universitario. Non mancano infine storie di delocalizzazione: eclatante il caso di Ebay Deutschland, che lasciò a casa più di 400 impiegati operanti nel call center di Berlino lo scorso anno, per riaprire i medesimi uffici in meno costosi Paesi dell’Est Europa.
Altro fattore discriminante è il background d’immigrato. Si tratta di una condizione che accomuna figli e nipoti dei Gastarbeiter -lavoratori ospiti-, giunti negli anni ’50 e ’60 specialmente da Turchia e Italia e, a distanza di mezzo secolo, ancora considerati come elementi estranei, se non addirittura nocivi, alla società. È la tesi di Thilo Sarrazin, senatore socialdemocratico dello Stato di Berlino, il quale nel suo libro Deutschland schafft sich ab (La Germania si abolisce, oltre due milioni di copie vendute in meno di un anno) sostiene l’inferiorità genetica degli immigrati, specialmente turchi.
La ragione di fondo sarebbe la mediocre media scolastica dei figli degli immigrati. Ovviamente Sarrazin dimentica che in un sistema come quello tedesco, dove a 10 anni l’insegnante decide per l’alunno la possibilità o meno di accedere in futuro all’Università, Omar o Luigi, i cui padri hanno lavorato una vita per ricostruire gli edifici della Germania devastata dalla Seconda guerra mondiale, e che non si sono mai potuti permettere una biblioteca decente, hanno poche possibilità di fronte a un coetaneo tedesco cresciuto a furor di Goethe, Schiller e con le Valchirie di Wagner in sottofondo.
La scuola non è il solo ambito in cui il sistema tedesco mostra due pesi e due misure. In Germania vige un doppio sistema sanitario, a seconda del reddito e dello stato di salute.
Da una parte c’è l’assicurazione sanitaria pubblica, obbligatoria dal 2009, che viene detratta dallo stipendio mensile per un’ aliquota del 14,9%, e che riguarda le fasce sotto i 49.500 euro di reddito annuo; dall’altra, per coloro che hanno un reddito superiore e godono di buona salute, c’è la possibilità di stilare un’assicurazione privata, che garantisce una migliore assistenza. La quota mensile è determinata non solo dallo stipendio, ma anche dalla condizione di salute del cliente. È grazie a questo meccanismo che Bob Rutman, ottant’anni, guru della pop art e dell’improvvisazione musicale nell’underground berlinese, è costretto, nonostante il successo, a sottoporsi ancora a strumenti obsoleti in studi medici malandati della ex Berlino Est: quale assicurazione stipulerà mai, infatti, un contratto con un vecchio malandato della sua età? A proposito di vecchiaia, la Germania è la madre di tutti i sistemi pensionistici. Anche qui, però, la classe politica tedesca non agisce in maniera poi tanto differente dall’Italia. Di fronte all’esigenza di rinsaldare le casse dello Stato è stato recentemente proposto dalla maggioranza un innalzamento dell’età pensionabile da 65 a 69 anni; contrario, oggi, il Partito Socialdemocratico, che non più di un anno fa aveva avanzato l’ipotesi di alzare la soglia a 67 anni.
La sfiducia nella classe politica è, d’altronde, un dato emergente in Germania. Emblematico il caso di Stuttgart 21, il movimento contro la costruzione della nuova stazione di Stoccarda (vedi Ae 124) che ha portato per la prima volta, nel maggio scorso, all’elezione in un Länder (Baden Württemberg) di un Presidente “verde”. Di fatto, nonostante i propositi della campagna elettorale, la stazione si farà e gli elettori tedeschi cominciano anch’essi a chiedersi, come nel Belpaese, se è la politica a servire loro o loro a servire la politica.
A Berlino va bene? Insomma, con riserva: si tratta pur sempre del Club Europa, dove si chiacchera, vocifera, spettegola e se va bene, va bene per tutti; ma se va male…

Benessere, per alcuni
La Germania continua a crescere, ma lascia indietro i più poveri

La Germania è davvero il “Paese del benessere”?. Secondo Simon Junker, analista dell’Istituto tedesco per la ricerca economica, la risposta non può essere univoca: “Se si considera la forte crescita del Pil tedesco nel 2010, +3,6%, e la sorprendente prestazione nel primo trimestre del 2011, questa sensazione appare giustificata. I microdati, inoltre, concordano complessivamente per un ulteriore miglioramento del Pil nel 2011 (+3,2%), che si dovrebbe estendere anche al 2012 (+1,8%). Anche le famiglie potranno approfittare del boom: il reddito disponibile, con un ribasso minimo per il 2011 e per il 2012, aumenterà di circa il 3,5% pro capite, mentre, dato l’aumento di circa il 2,5% del costo della vita -e un lieve calo nel tasso di risparmio-, la spesa dei consumatori aumenterà di quasi il 2%. La disoccupazione, inoltre, dovrebbe scendere al 7%, e nel 2012 al 6,7%. Secondo uno studio del nostro istituto sulla distribuzione e sullo scaglionamento del reddito, però, tende ad aumentare il margine tra chi gode di alti e bassi profitti. Questo significa che la crescita non è stata reale e uniforme. Anche l’inflazione è stata ancora molto forte quest’anno (2,4%), in parte a causa dell’aumento del prezzo dell’energia.
Sulla Germania incombe l’ombra della recessione?
L’economia tedesca è fortemente condizionata da esportazioni e importazioni. La crisi della zona Euro e la situazione economica Usa hanno creato un’atmosfera di forte insicurezza che si è ripercossa anche sul mercato interno. Molte aziende hanno rimandato la programmazione dei propri investimenti. Naturalmente la Germania non dipende dall’economia statunitense, ma gli Usa sono ancora un partner importante, nonostante l’export sia diminuito in favore di nuovi mercati, come la Cina. L’Eurozone, comunque, rimane il mercato di riferimento per gli imprenditori tedeschi, anche se nell’ultimo anno gran parte del volume di esportazioni si è spostato, oltre che ai mercati asiatici, verso i Paesi dell’Est Europa, come Polonia e Repubblica Ceca.
Quali sono stati i motivi della ripresa dell’economia tedesca?
In Germania non c’è stato alcun sbilanciamento da correggere: nessuna speculazione nel mercato immobiliare, nessun eccessivo indebitamento da parte degli imprenditori, nemmeno da parte delle famiglie. In secondo luogo, la politica occupazionale si è dimostrata flessibile e adeguata in periodi di crisi: per esempio, la possibilità di riorganizzare i turni lavorativi riducendo le ore è stata fondamentale per mantenere il livello di produzione e ha permesso un veloce rilancio dell’economia nel momento in cui è ripresa la domanda. Molti imprenditori ne hanno approfittato.
Quali sono stati i provvedimenti presi dal governo tedesco durante la crisi?
Lo Stato è intervenuto nel settore bancario, in particolare attraverso sussidi alle banche in difficoltà, come la Commerzbank. Questo ha influito negativamente sul deficit pubblico, che è balzato a + 3,3% nel 2010 e ha aperto un forte dibattito interno, in previsione del tetto limite per il debito pubblico -0,35% del Pil annuale- che la Germania si è imposta a partire dal 1° gennaio 2016. D’altra parte non è stato adottato alcun taglio ai servizi pubblici.
E il futuro?
Se i mercati dovessero rallentare, il governo dovrà pensare ad altre misure. Si parla di rendere ancora più flessibile il mercato del lavoro e di portare la pensione a 67 anni, ma, al momento, il problema non sussiste: gli indicatori mostrano che la Germania è ancora in crescita.

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