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Se al voto non si dice – Ae 70

Settecentomila elettori, 15 Consigli regionali e 361 parlamentari hanno chiesto il referendum per salvare la Costituzione, fatta a pezzi per cinque volte, in altrettante votazioni delle Camere, e infine liquidata dal Governo e dalla maggioranza, con la complicità dei presidenti…

Tratto da Altreconomia 70 — Marzo 2006

Settecentomila elettori, 15 Consigli regionali e 361 parlamentari hanno chiesto il referendum per salvare la Costituzione, fatta a pezzi per cinque volte, in altrettante votazioni delle Camere, e infine liquidata dal Governo e dalla maggioranza, con la complicità dei presidenti delle due Assemblee e nell’inerzia degli altri poteri dello Stato, anche quando almeno un  severo messaggio al Parlamento sarebbe stato possibile.

La nuova Costituzione, che investe e sostituisce l’intera seconda parte della Costituzione vigente, è intrinsecamente anticostituzionale, sia per la procedura seguita, che essendo quella dell’articolo 138 non avrebbe consentito un così radicale rifacimento, sia per la sostanza, perché travolge istituti fondamentali dello Stato repubblicano, neutralizzando il Parlamento e istituendo la  nuova figura di un “Primo ministro”, costruita come quella di un monarca assoluto. Egli avrebbe infatti tutti i poteri, ivi compreso quello di sciogliere la Camera a suo piacimento, scegliendo così il momento a lui più favorevole per chiedere una nuova investitura al corpo elettorale. Venuto meno il Senato “federale” come organo politico, la Camera dei deputati sarebbe ricattata dal Primo ministro e legata alla sua sorte in base al principio “antiribaltone” del “simul stabunt, simul cadent” (insieme staranno e insieme cadranno), che metterebbe fuori gioco i deputati dell’opposizione i cui voti in queste circostanze nemmeno verrebbero contati.

Il referendum popolare è dunque l’ultimo argine alla decostituzionalizzazione dell’Italia, già avviata di fatto negli ultimi cinque anni. La nuova Carta sarebbe infatti una Costituzione senza costituzionalismo, perché rifacendo all’indietro un percorso di due secoli ripristina un unico potere personale incondizionato e liquida lo stesso principio di rappresentanza, riducendo l’intero Parlamento a un salotto di Arcore, e tornando così a prima dell’89 (nel senso di 1789).

Né è a dire che resterebbero fermi i diritti e i principi consacrati nei primi articoli che non sono stati oggetto di riforma, perché se viene meno l’ordinamento che li garantisce, essi restano solo pie invocazioni e belle parole.

È molto singolare che questi temi non siano diventati l’oggetto prevalente della campagna elettorale. Sul piano dei valori, la difesa della Costituzione del ’48 vorrebbe dire rivendicare la grandezza del Novecento, che ha risposto al nazifascismo con una profonda conversione di dottrine politiche e ordinamenti giuridici; e sul piano dei contenuti denunciare la Costituzione riscritta a Lorenzago, sarebbe opporsi al vero programma del centro-destra. Non c’è bisogno di un nuovo contratto, né di nuove promesse: il programma è già tutto lì, ed è il passaggio anche in via di diritto a una forma autoritaria e monocratica di Stato, col popolo ridotto a un bacino di utenze televisive. Con l’aggravante che se vincesse Berlusconi, e poi la nuova Costituzione fosse respinta dal voto popolare, la Lega lascerebbe subito il governo e si dovrebbe tornare a votare entro l’anno, con enorme dissesto economico e politico.

Il vero punto politico perciò oggi è che la Costituzione sia salvata già il 9 aprile, e non solo nell’ultimissimo appello del referendum. Ma se questo il popolo non lo viene a sapere, e neanche l’Unione glielo dice, l’elettorato potrebbe sbagliare scelta e allora nel grande gioco d’azzardo che è diventata la politica italiana, in una sola giocata tutto potrebbe essere perduto.

Raniero La Valle dal 1976 al 1992 è stato parlamentare della Sinistra indipendente. Giornalista e scrittore, già direttore de L’Avvenire d’Italia è stato tra i primissimi e i più convinti sostenitore dei Comitati nati per la difesa della Costituzione che hanno raccolto 700 mila firme per chiedere il referendum popolare che dovrà svolgersi dopo le elezioni politiche del 9 aprile.

(Per informazioni:
www.referendumcostituzionale.org)

Per Altreconomia ha scritto lo scorso anno il libro “Agonia e vocazione dell’Occidente”.

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