Diritti / Opinioni

I nostri compiti delle vacanze

In Italia la povertà educativa dilaga silenziosa e si trasmette per via ereditaria. Occorre ribaltare l’agenda politica. E prendersi cura di quel che sta fuori dalla scuola

Tratto da Altreconomia 205 — Giugno 2018

A giugno la meglio gioventù d’Italia cambia pelle: finisce la scuola. Per noi adulti ex scolari è l’occasione per chiederci come sta la scuola, laboratorio di futuro. L’occasione quest’anno ce la dà il rapporto su povertà educativa e resilienza di buona scuola (pubblicato da Save the Children). Un pugno nello stomaco. Dopo poche righe scopriamo che è tragicamente bassa la capacità di riscatto che le scuole garantiscono ai nostri ragazzi provenienti da ambienti familiari disagiati. La scuola è zoppicante e non offre un salvagente ai ragazzi che hanno il disagio sociale in tasca. Loro hanno più del triplo di probabilità di non raggiungere le competenze minime rispetto ai coetanei delle famiglie più benestanti. Altro che buona scuola (che pur c’è): qui siamo in mezzo a un dramma. Se la scuola smette di essere strumento di rimozione degli ostacoli alla diseguaglianza (Piero Calamandrei) e si adegua al dannato “resti quel che nasci”, che scuola è mai? Che ce ne facciamo?

Ma l’allarme non finisce qui ed esplora altri sentieri più bui, ponendo questioni come: se la scuola fallisce, i ragazzi predestinati alla povertà educativa, trovano gocce di riscatto da qualche altra parte? I ricercatori sono tombali: dove c’è degrado del contesto socio-urbano c’è basso riscatto educativo. Pare che non basti la favola dell’edilizia scolastica o della lavagna tecnologica, ma occorra occuparsi anche dell’ambiente urbano dove i ragazzi vivono il loro tempo, perché questo funziona da fattore protettivo, offrendo resilienza.

Se la scuola fallisce, è il “fuori scuola” l’àncora di salvezza che potrebbe fare da comunità educante. Una sorta di scialuppa compensativa che porta in salvo qualche ragazzo dal naufragio del disagio sociale. Se la città pubblica surroga bene un pezzo di responsabilità educativa, si creano migliori possibilità di uscire da quel tunnel da predestinati all’insuccesso (che poi diventa l’insuccesso del Paese).

Ma cosa c’è fuori dalla scuola di cui prendersi cura? I luoghi che abitiamo, il Paesaggio che vediamo, le strade che percorriamo, i marciapiedi dove camminiamo, i campetti da calcio dove giochiamo, le (non) ciclabili dove pedaliamo, le piazze, i giardini, i parchi, i campi sportivi, insomma c’è, ci dovrebbe essere, la città pubblica di qualità. Se questa funziona, raddoppia o triplica la possibilità di riscatto dei ragazzini disagiati. Vi rendete conto? Investire in biblioteche, cultura, sport, qualità dello spazio pubblico è un salvagente per il Paese. Da nessuna parte del rapporto si legge che salviamo i nostri ragazzi continuando a consumare suolo, fare autostrade, parcheggi, case inutili al posto di campi utili, aggiungere cemento al cemento, occuparci di rendita immobiliare. Ho letto invece che visite a musei, a beni archeologici, a parchi, a monumenti e belle piazze raddoppiano la resilienza educativa.

Un ragazzo con meno di 15 anni di una famiglia disagiata che vive in un contesto urbano con pochi spazi e opportunità per lo sport ha il doppio delle probabilità di non farcela a scuola

Mi pare chiaro che noi urbanisti, noi professori, noi sindaci, noi politici e noi governanti dobbiamo ossessivamente trovare il modo di prenderci cura della scuola assieme all’ambiente che gli sta attorno. Di nuovo si tratta di ribaltare le agende politiche e culturali e lavorare senza sosta ai fattori protettivi, culturali e materiali, che fungono da antidoto resiliente al predestino dei ragazzi. I compiti delle vacanze li abbiamo noi, non i nostri ragazzi. Eppure nessun politico ne parla, tanto sono presi da loro stessi e dalle solite cose che fanno gola ai votanti. Già perché, ora che ci penso, gli scolari non votano: perché perdere tempo con loro? E così la povertà educativa dilaga silenziosa e si trasmette per via ereditaria. Una politica che non è buona a salvare i propri figli più soli, non porta lontano il Paese.

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “100 parole per salvare il suolo” (Altreconomia, 2018)

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