Altre Economie

Salviamo il paesaggio, notizie dal campo

"Salviamo il paesaggio!" è un libro in movimento, e le storie raccolte da Luca Martinelli -le 25 che abbiamo preso ad esempio per scrivere il nostro "dizionario per la difesa del territorio" e la resistenza al cemento- sono in evoluzione.
Qui raccontiamo una bella vittoria a Chiari (Brescia), una vittoria a metà in Valle del Mis (Belluno) e una (vera) sconfitta, che adesso diventa beffa, a Torino

La vittoria. A Chiari, in provincia di Brescia, non si farà il campo di golf da 9 buche su un terreno agricolo di 25 ettari di proprietà dell’Istituto Morcelliano, di cui abbiamo scritto anche su Ae 151. Lo stop è arrivato il 28 ottobre in consiglio comunale, come racconta il giornalista Andrea Mihaiu, giornalista di Chiari Week:

"Si è ‘spiaggiata’ in aperta campagna la balena partorita dall’Istituto Morcelliano, lo storico ente caritativo di Chiari (in provincia di Brescia) che nel 2011 ha messo sul piatto dell’amministrazione comunale il progetto per la realizzazione di un campo da golf a nove buche. Un impianto spalmato su 25 ettari di pura e tutelata campagna e dotato di una ventina di ‘ville accessorie’, ritenute queste una chiave per aumentare il turismo. Lunedì sera il consiglio comunale di Chiari ha però detto no al ‘Campo d’Oglio’ -dal nome del fiume che taglia le province di Brescia e Bergamo- anche grazie a un dietrofront di parte della maggioranza di centrodestra. Immensa la soddisfazione dei comitati, che per tutelare quel suolo agricolo avevano elaborato un progetto per ristrutturare la vecchia cascina abbandonata, costruire un frutteto e dare vita a un agriasilo. Dopo la seduta, fuochi d’artificio sono stati esplosi in piazza".

La vittoria a metà.
Domenica 10 novembre
è in programma un "Presidio attivo per il ripristino della Valle del Mis", sulle Dolomiti bellunesi. È passato un anno da quando una sentenza della Corte di Cassazione ha stabilito lo stop definitivo del progetto di Valsabbia spa, che avrebbe voluto realizzare una centrale idroelettrica ed aveva aperto i cantieri. La ditta, però, non ha ancora "chiuso" i cantieri, e ha abbondonato l’area. Le istituzioni pubbliche, intanto, non hanno preteso la restituzione dell’area nelle condizioni che questa aveva prima dell’avvio dei lavori. 

Scrive il Comitato bellunese acqua bene comune: "A un anno dalla vittoria in Cassazione, quello che allora giustamente denunciammo come un cantiere abusivo, oggi è diventato una vera e propria discarica a cielo aperto. In una valle unica al mondo, porta d’ingresso del Parco nazionale delle Dolomiti bellunesi patrimonio Unesco, lo spettacolo che si presenta agli occhi dei visitatori è un mix vergognoso di spazzatura e cemento. Una situazione che non è più tollerabile. Una situazione che ben descrive l’impatto ambientale che queste opere hanno sul territorio, alla faccia di chi ancora tenta di chiamarle ‘centraline’.

Per questo motivo, di fronte all’immobilismo delle autorità competenti che ancora non hanno disposto il ripristino della valle, abbiamo deciso di convocare un presidio attivo di inizio bonifica di quei luoghi: muniti di guanti e di buona volontà cominceremo a ripulire l’area. Una giornata ecologica che ha lo scopo di riportare l’attenzione su una vicenda che non ha ancora dei responsabili politici. Nessuno ha avuto la dignità di dimettersi nemmeno di fronte alla richiesta di 38 milioni di euro di danni per mancato guadagno da parte della ditta Valsabbia, che se venisse considerata fondata, non può e non deve ricadere sulla collettività. Le responsabilità individuali vanno ricercate all’interno di un meccanismo procedurale autorizzativo che continua ad essere una ‘pro forma’ al rilascio delle concessioni".

Su "Altreconomia" di ottobre 2013 siamo tornati ad occuparci del sovra-sfruttamento idroelettrico dei corsi d’acqua del bellunese.

La beffa.
Fiorella Paradiso, del Comitato "Snia rischiosa" di Torino, ieri mi ha invitato una e-mail ironica: "Domani [il 31 ottobre, ndr] ci ‘accolgono"’ in Commissione ambiente e urbanistica [del Comune di Torino, ndr], per la famosa petizione… dolcetto o scherzetto? Dopo 4 mesi e mezzo, mai successo…". Perché, come abbiamo scritto su altreconomia.it a giugno 2013, "la ex Diatto non c’è più": l’edificio che ha ospitato in passato la fabbrica d’auto Diatto -e poi la Snia- è stato demolito, un passo necessario per realizzare un nuovo piccolo quartiere residenziale. "Il Comune ha conferito l’immobile ad un fondo, con il compito di ‘valorizzarlo’ -scrivemmo a febbraio 2013-. Finché un gruppo di cittadini non l’ha occupato".

Quella della ex Diatto è "un’operazione urbanistica realizzata senza il minimo coinvolgimento dei cittadini, approvata in fretta e furia nell’arco di pochi mesi (da luglio ad ottobre 2012), concedendo una finestra per le osservazioni sul progetto dal 10 al 24 agosto [2012]" come sintetizza il comitato nel documento con cui -a inizio ottobre 2013- ha presentato un ricorso al Tar del Piemonte e un esposto alla Procura di Torino.

"La mattina del 5 giugno scorso, più di 100 poliziotti hanno sgomberato uno stabile vuoto, bloccando per l’intera giornata un isolato e mantenendo anche nel giorno successivo un imponente presidio. Inizia la demolizione e noi cittadini abbiamo avuto il privilegio di interfacciarci con la non curanza e l’arroganza dei dipendenti di diversi enti statali: la Sovrintendenza che non si scompone nello scoprire che nell’area era depositato (o forse dimenticato) l’acquedotto romano emerso dagli scavi di via Botero e nel vederlo in parte danneggiato dalle prime demolizioni; l’Assessore al Bilancio Passoni, che è in grado solo di dire che il Comune non ha voce in capitolo, poiché l’area è di un privato, venduta tre anni fa al Fondo Città di Torino (che ricordiamo è partecipato dal Comune con la quota del 35%) e che, alle molteplici e pertinenti domande e osservazioni conclude dicendo ‘…voi invece siete tutti tuttologi’, dimenticandosi che sappiamo leggere i loro stessi documenti e soprattutto che noi siamo i cittadini ai quali questi ‘rappresentanti’ devono rispondere". 

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