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Rwanda, dieci anni dopo – Ae 48

Numero 48, marzo 2004In poco più di tre mesi le vittime furono 800 mila. È come se le Twin Towers fossero state abbattute tre volte al giorno per tre mesi di seguito. Un progetto per non dimenticare e aiutare la…

Tratto da Altreconomia 48 — Marzo 2004

Numero 48, marzo 2004

In poco più di tre mesi le vittime furono 800 mila. È come se le Twin Towers fossero state abbattute tre volte al giorno per tre mesi di seguito.
Un progetto per non dimenticare e aiutare la ripresa


D
ieci anni per dimenticare il Rwanda. Non c'è voluto poi molto per relegare tra i ricordi sbiaditi il più grande genocidio nell'Africa dell'ultimo secolo.

Sterminio pianificato, numero impressionante di vittime civili: oltre 800 mila secondo le stime più accreditate.

La guerra civile tra truppe governative da un lato e, dall'altro, Fronte patriottico rwandese (tutsi e hutu in esilio) fa da sfondo al genocidio e, anzi, è il pretesto usato da militari e hutu estremisti per sterminare la minoranza tutsi e gli oppositori politici.

Quasi un milione di persone in poco più di tre mesi. “È come se le Twin Towers fossero state abbattute tre volte al giorno”, spiega con paragone drammatico Daniele Scaglione, ex presidente della sezione italiana di Amnesty Iternational.

“Tre volte al giorno entrambe le torri distrutte, per 104 giorni di fila”. E poi due milioni di profughi, su 7 milioni di abitanti complessivi, alla fine degli scontri.

Eppure è successo: il 6 aprile di quest'anno cade il decimo anniversario di quello che in Rwanda è diventato il principale spartiacque temporale -la vita “prima” del genocidio, la vita “dopo” il genocidio; in mezzo la follia-, ma che fine abbia fatto il piccolo Paese centrafricano in questo periodo di tempo pochi di noi saprebbero dirlo. Una terra in lenta ripresa economica, il cammino verso la riconciliazione sociale, le prime elezioni dopo il genocidio, una nuova costituzione, i processi contro i responsabili del massacro (90 mila persone in carcere in attesa di giudizio).

Un Paese che, dopo dieci anni, deve ancora chiudere i conti con la paura. E con il sospetto: l'esercito rwandese e i paramilitari estremisti hutu (i famigerati interahamwe) con il pretesto di difendersi dalla minaccia tutsi hanno sparso sangue e odio ovunque: “Si era arrivati a un punto di non ritorno. È scattato il meccanismo della violenza generalizzata”. Che ha coinvolto i civili, centinaia di migliaia, trasformati in carnefici: uomini, donne, addirittura bambini e religiosi. Paolo Cereda non riesce a dimenticare il giorno in cui arrivò a Kigali, la capitale del Rwanda, come responsabile del Programma Grandi laghi di Caritas italiana. Era il mese di agosto del 1994, il genocidio era alle battute finali: “C'erano molti cadaveri e silenzio”. Uccisi a colpi di machete e abbandonati nelle strade, gettati nei fiumi. Accatastati dentro le chiese.

“Un processo di disumanizzazione in corso in molte altre parti del mondo anche oggi -dice Paolo, che adesso lavora per il Jesuit refugee service, il servizio dei gesuiti per i rifugiati-. Penso alla Liberia, fatte le debite proporzioni, o alla Costa d'Avorio”.

Poi, a genocidio concluso, è stato il tempo delle vendette da parte dei superstiti.

L'eredità, dieci anni dopo, è diffidenza diffusa. “Su queste basi è difficile costruire qualcosa. Anche se un tentativo di ritorno alla normalità c'è”. Caritas italiana ha puntato in prima battuta sui centri sanitari, sugli ospedali, sulle carceri che esplodevano, piene degli accusati del genocidio. Senza cibo, senza assistenza sanitaria.

E poi i bambini. In una Paese come il Rwanda, dove l'età media è di 17 anni, sono quelli che hanno pagato i prezzi più alti. Ammazzati a migliaia con i machete (a volte, addirittura, da propri coetanei), “i più fortunati -dice Human Rights Watch- uccisi con armi da fuoco”. Molti dei supersiti hanno riportato mutilazioni permanenti e cicatrici: volto, testa, spalle. Furia cieca delle lame.

Ma le ferite più profonde e difficili da guarire non si vedono a occhio nudo. Traumi da orrore: secondo un'indagine condotta dall'Unicef nel 1995 su oltre 3 mila bambini tra gli otto e i diciannove anni, il 95% ha assistito a scene di violenza, l'80% ha avuto almeno un morto in famiglia e quasi metà del totale ha perso i genitori. Molti hanno assistito a stupri o a violenze su coetanei. Il 90% credeva che sarebbe stato ucciso.

Orfani, abbandonati dai parenti in fuga verso i campi profughi oltre frontiera, o per motivi economici. Piccoli tossicodipendenti da colla, bambini di strada.!!pagebreak!!

Il cammino verso la normalità è fatto anche di vita quotidiana e lavoro. Il Paese è in fase di ripresa, ma resta fondamentalmente agricolo e senza grandi risorse nel sottosuolo (a differenza di travagliati vicini come la Repubblica Democratica del Congo) o da esportare. Un Paese poverissimo, con soltanto il 68% della popolazione alfabetizzata e una speranza di vita intorno ai 38 anni.

Ecco perché anche un progetto di commercio equo e solidale -uno dei pochi nel continente africano- diventa importante. La collaborazione tra la Bottega solidale di Genova e la Copabu, cooperativa di artigiani a Butare, la seconda città rwandese, inizia nel 1999 grazie ad un contatto con la Caritas del capoluogo ligure.

Il primo container di prodotti sbarca in Italia già quell'anno e, da lì, raggiunge le botteghe del mondo coinvolte, una settantina in tutto. Oggetti in fibra vegetale, maschere e statue in legno, ceramiche, strumenti musicali, biglietti di auguri. Un migliaio di artigiani coinvolti, per due terzi donne, appartenenti a 35 associazioni di villaggio riunite sotto l'ombrello della Copabu.

Maria Pellerano è responsabile del progetto Rwanda da un anno. Specializzata in grafica e design, ne segue tutte le fasi. A partire dalla progettazione, che nasce su un tavolo da disegno genovese, ma viene poi ridiscussa con gli stessi artigiani rwandesi. Dice: “Propongo loro le mie idee, che sviluppiamo insieme”. Anche il prezzo degli oggetti ha sorte analoga: sono gli artigiani a deciderlo, in base al costo della materie prime e alle giornate di lavoro necessarie.

I viaggi di Maria in Rwanda sono anche un'occasione per verificare la ricaduta economica del progetto. Positiva: con il primo ordine di cinque anni fa il fatturato della cooperativa è aumentato del 60% e oggi gli artigiani di Copabu lavorano per Bottega solidale nove mesi l'anno. “Ma l'obiettivo è di crescere ancora”. Reddito migliore significa poter acquistare le biciclette per spostarsi e trasportare i prodotti (che, in parte, si vendono sul mercato locale) o pagare le tasse scolastiche per i figli.

Esperienze significative, anche se piccole. Che fanno guardare al futuro con un po' più di ottimismo. Ma che non possono cancellare la realtà del Rwanda, che resta un Paese senza pace: la guerra nella regione dei Grandi Laghi per il controllo di risorse come diamanti, uranio, coltan, oro coinvolge troppi nomi e troppi interessi, tra Congo, Uganda, Burundi, lo stesso Rwanda, ma anche i Paesi occidentali; i rinnovati scontri con i responsabili del genocidio ancora liberi (gli ex militari dell'esercito rwandese e i miliziani interahamwe, rifugiatisi nei campi profughi e decisi a riconquistare il potere); il nuovo governo di Kigali che è ancora difficile definire democratico e che dopo il breve periodo di “unità nazionale” post genocidio (con un governo di hutu moderati e tutsi) oggi è di fatto in mano ai tutsi di Paul Kagame, il leader del Fronte patriottico.

Amnesty International denuncia la “scomparsa” di oppositori politici, arresti e detenzioni arbitrarie, torture.

La strada verso la normalità è ancora lunga. Daniele Scaglione nel suo recente libro Istruzioni per un genocidio scrive: “I rwandesi sono stati divisi secondo una logica pretestuosa”. Ora questa divisione “va superata. Forse una via per la riconciliazione è proprio quella di reimparare a lavorare insieme, a cooperare”. Come accade in Copabu, la cooperativa di artigiani che collabora con il commercio equo: “Hutu e tutsi lavorano insieme -conferma in effetti Maria Pellerano di Bottega solidale-. Fianco a fianco, ogni giorno”. Ma del genocidio, dice, non parlano mai.

Dieci anni, per dimenticare, non sono abbastanza.!!pagebreak!!

Dal 1999 prodotti artigianali nelle nostre case
Per rinascere serve cooperazione. Quella delle ong, con i progetti di sviluppo e riconciliazione, ma anche quella del commercio equo. La Bottega solidale di Genova dal 1999 importa i prodotti degli artigiani della Copabu di Butare: dai prodotti in fibra vegetale alle ceramiche (a fianco).
www.bottegasolidale.it

Cronologia
La semplificazione porta all'ingiustizia. Per avere una quadro realistico di quanto accaduto in Rwanda nel 1994 non ci si può fermare allo schema hutu-tutsi, alla guerra etnica o tribale. Al genocidio si arriva in decenni e le responsabilità risalgono ai tempi della colonizzazione belga, all'inizio del '900, quando i tutsi, la minoranza allora al governo, vengono definiti razza superiore. “Questo, nel tempo, ha determinato nella popolazione hutu un odio feroce verso chi li comandava”, dice Daniele Scaglione di Amnesty International. Poi, negli anni '60 le cose sono cambiate. Ma l'odio che ha portato al genocidio (preparato da tempo, con una propaganda sistematica affidata a gran parte di stampa e radio) era ormai radicato.

1890. Il Rwanda è un protettorato tedesco.

1916. L'esercito del Belgio invade il Paese, lasciandone il controllo formale ai regnanti tutsi.

1932. Il Belgio introduce le “carte d'identità etniche” con l'appartenenza hutu o tutsi.

1959. Hutu al potere. Decine di migliaia di tutsi costretti a fuggire in Uganda e altri Paesi confinanti.

1961. Il Rwanda diventa una Repubblica.

1962. Indipendenza. Il primo presidente, Gregoire Kayibanda, è hutu. Propaganda anti-tutsi.

1961-1967. Incursioni in Rwanda dei ribelli tutsi rifugiati in Burundi.

1963. Uccisi 20 mila tutsi per rappresaglia, in 150-250 mila lasciano il Paese.

1973. Kayibanda destituito da un colpo di stato militare guidato dall'hutu Juvenal Habyarimana, futuro presidente.

1987. Nasce il Fronte patriottico rwandese, formato da tutsi e hutu moderati in esilio in Uganda. Obiettivo: tornare in Rwanda.

1988. 50 mila hutu burundesi scappano in Rwanda per evitare le persecuzioni del governo che, in quel Paese, è tutsi.

1990. Il Fronte patriottico, con 200 uomini, entra in Rwanda. Habyiarimana arresta 13 mila tutsi.

1992. Nascono gli interahamwe, la prima “milizia civile” anti-tutsi.

1993. Pace di Arusha (Tanzania): prevede l'istituzione di un governo rwandese provvisorio hutu-tutsi.

1993-1994. Il Rwanda acquista 580 mila machete, principale arma durante il genocidio.

1994, 6 aprile. Habyarimana e il presidente del Burundi uccisi nell'attentato all'aereo su cui viaggiano. Ignoti i colpevoli. Gli estremisti hutu accusano il Fronte, dando il via al massacro dei tutsi. È l'inizio del genocidio.

1994, 18 luglio. Il Fronte patriottico entra a Kigali e dichiara la fine della guerra civile. Termina il genocidio.

1995. Ad Arusha si insedia il Tribunale penale internazionale per il Rwanda.

1996. L'esercito rwandese invade lo Zaire e attacca le milizie hutu rifugiatesi nei campi profughi.

1997. Mobutu, presidente dello Zaire, destituito dai ribelli sostenuti da Rwanda e Uganda. Lo Zaire, con Laurent Kabila prende il nome di Repubblica Democratica del Congo.

2000. Paul Kagame designato presidente da ministri e parlamento, dopo le dimissioni di Pasteur Bizimungu, hutu e primo presidente post genocidio.

2002. Accordo di pace tra Congo e Rwanda.

2003. Maggio, nuova costituzione; agosto, Paul Kagame vince le prime elezioni presidenziali dopo il genocidio; ottobre, prime elezioni parlamentari multipartitiche, vinte dal Fronte patriottico.
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I libri sull'orrore
“In Rwanda si è registrata un'intensità di morte seconda solo al ritmo di Auschwitz”. E la responsabilità morale più grande pesa sulle spalle di chi se ne è stato a guardare: Onu, Francia, Stati Uniti soprattutto. Testo documentatissimo per capire l'orrore del 1994. Daniele Scaglione, Istruzioni per un genocidio, Ega Editore, 258 pagine, 12 euro. Da segnalare anche: Yolande Mukagasana, La morte non mi ha voluta (Edizioni La Meridiana, 210 pagine, 12,40 euro), storia di un'infermiera tutsi che riesce a salvarsi grazie all'aiuto di una donna hutu; e poi Philip Gourevitch, Desideriamo informarla che domani verremo uccisi con le nostre famiglie (Einaudi, 378 pagine, 17,56) dai réportage pubblicati sul New Yorker. Infine, Livio Senigalliesi, Ruanda, dieci anni dopo. Memorie di un genocidio, libro fotografico più mostra (6 marzo-6 aprile) presso la libreria Feltrinelli di piazza Piemonte 2 a Milano. Info: Feltrinelli, tel. 02-43.35.41,
www.liviosenigalliesi.com

L'impossibile compito della giustizia
Il Rwanda ha bisogno di giustizia. Ancora oggi i detenuti per genocidio sono almeno 90 mila, in attesa di giudizio. Per la giustizia un lavoro immane che si svolge su diversi fronti. Nel 1994 è stato istituito il Tribunale penale internazionale per il Rwanda (www.ictr.org). Tra mille difficoltà e polemiche ha raggiunto però alcuni risultati storici:

prima condanna al mondo per genocidio, prima condanna per incitamento allo stupro, prima condanna di un capo di governo per genocidio. Nel 1996 il governo del Rwanda ha istituito 12 corti speciali e nel 2001 ha attivato i gacaca, tribunali popolari dove oltre 250 mila semplici cittadini (dopo una formazione giuridica di base) svolgono il ruolo di giudici popolari per gli imputati “minori” per genocidio.

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