Esteri

Romania, il granaio d’Europa

Il suolo agricolo del Paese attrae investimenti dall’estero, provenienti in larga parte dal nostro. A stimolare l’interesse, prezzi stracciati e tassazione minima. Le storie degli agricoltori italiani trasferiti nell’"albero ricco di frutti", la cui sovranità alimentare, però, è sotto tiro. Ecco il reportage

Costo elevato della terra, burocrazia schiacciante, mancanza di accesso al credito, guadagni troppo bassi. Questi sono i principali ingredienti per i quali gli agricoltori italiani si trasferiscono in Romania, una distesa enorme di terra coltivabile che da sola rappresenta il 12,5% di terreno agricolo europeo. Qui l’accaparramento di suolo libero da parte di agricoltori e investitori stranieri, tra cui molti italiani appunto, è in continuo aumento. 
 
In Romania avviare un’impresa è cosa facile. Anche se ciò comporta una minaccia per la sovranità alimentare di questo grande Paese dell’Europa dell’Est. Sono 1174 le aziende agricole italiane registrate (fonte ICE) che coltivano 200mila ettari, pari al 25% del suolo agricolo romeno gestito da aziende straniere. In alcune zone gli italiani arrivano a rappresentare il 50% di presenza straniera, come nel distretto di Timis, il cui capoluogo Timisoara è conosciuto come l’“ottava provincia veneta”, per i tanti agricoltori provenienti da quella regione. Nel Timis ci sono 135 aziende italiane che fanno capo a 30mila ettari. 
 
Nonostante il suo chernozem (suolo, ndr) fertilissimo (quattro volte superiore a quello italiano) le imprese straniere coltivano solo mais, grano, colza e girasoli. Sono le colture meno costose e vengono destinate a una fitta rete di intermediari. La Romania ha una pressione fiscale del 16% e un costo del lavoro basso secondo gli standard europei. Ma ciò che attrae rimane il prezzo irrisorio del terreno. “Nel 2003 la terra costava 150 euro l’ettaro” racconta Marco Oletti, imprenditore agricolo e Viceconsole onorario di stanza a Craiova, nuova zona di migrazione italiana, “contro una media italiana di 30mila euro. Fu allora che acquistai qualche centinaio di ettari e quando si sparse la voce altre persone mi chiesero di comprare terra per conto loro e di rivenderla a prezzi maggiorati. Diventò il mio lavoro, creai un’agenzia di consulenza e da allora mi occupo di comprare e vendere terreni accorpati”. 
L’“accorpamento” è un processo indispensabile per chi vuole fare agricoltura convenzionale: oggi la Romania è ancora divisa in milioni di strisce -che gli italiani nostalgici chiamano ‘lasagne’- fette di terreno non più larghe di 7, 8 metri. Una frammentazione che è retaggio del periodo transitorio tra la caduta del regime e l’instaurarsi del nuovo governo il quale divise il terreno agricolo in tanti piccoli appezzamenti equamente assegnati ai contadini delle ex-cooperative statali. Una scelta che se da un lato ha permesso a chiunque di avere un pezzo di terra per l’autosostentamento, dall’altro ha contribuito a mantenere l’agricoltura un’attività pressoché rurale, di sussistenza.
L’accorpamento non è una pratica semplice. La trafila burocratica per mettere insieme i certificati di proprietà richiede tempo e fino al 2007 la Romania non ha mai avuto un catasto. Ma ciò non ha fermato il mercato della terra: oggi i proprietari con meno di un ettaro sono diminuiti del 14% mentre le grandi aziende che gestiscono decine di migliaia di ettari sono aumentate del 35%. 
 
Mauro e Adriano hanno 28 e 29 anni e sono qui da dieci. Terminati gli studi di agraria, il padre comprò loro della terra al confine con la Bulgaria: “Questa è la vita” ricordano “andatevela a prendere”. I due fratelli, preso alla lettera l’invito, oggi coltivano 300 ettari, anche se per essere considerati ‘grandi’ devono avere ben altri numeri. Quelli di Antonio, ad esempio, che coltiva 5000 ettari nella campagna intorno a Scorniçesti, paese natale di Nicolae Ceaușescu. Antonio ha 62 anni ed è disposto a cedere la sua proprietà per 8 milioni di euro (in Italia ne varrebbe almeno 40, dice Oletti). 
Totò è siciliano, emigrato da Agrigento perché non c’era più spazio per allargare la sua proprietà. “Mia figlia mi disse che la Romania le sembrava un albero pieno di frutti pronti per essere raccolti. Strade, ponti, autostrade: in Romania ci sono un mucchio di cose da fare”.
Produrre energia, poi, è un’evoluzione degli affari conclusi sui campi dei romeni. Oltre al fotovoltaico a terra, ci sono le centrali a biomasse. Domenico è un agronomo calabrese di 40 anni e nelle sue due aziende sta sostituendo progressivamente le coltivazioni di mais con la colza da cui trae il trinciato destinato ad “alimentare” questi impianti: “Riconosco che è un controsenso sottrarre coltivazioni al comparto alimentare per produrre energia. Ma io non sono padrone della mia azienda: lo è il mercato. E se il mercato va in quella direzione io, se voglio continuare a lavorare, devo seguirlo”. 
 
Nel 2007, anno in cui la Romania è entrata a far parte della Comunità europea, il Governo stabilì che solamente le aziende di diritto romeno avrebbero potuto acquistare o affittare terra su suolo nazionale. Ostacolo aggirato dalle aziende straniere, forti di alleanze strategiche con soci romeni. Anche se domani non ce ne sarà più bisogno, visto che dal 2014 la legge decadrà. Molte compagnie stanno già scalpitando come cavalli da corsa ai blocchi di partenza, pronte a sfrecciare verso la conquista di terre incolte. Tra queste anche alcuni giganti, tra cui la Rabobank, colosso finanziario olandese, e la Lukoil, azienda petrolifera russa che già monopolizza le pompe di carburante romene. I due lavorerebbero la terra per produrre grano, trasformando la Romania nel nuovo “granaio d’Europa”, destinato specialmente al mercato orientale. 
Tutto questo ha ovviamente fatto lievitare i prezzi di mercato dei terreni. Se fino a dieci anni fa un ettaro costava poco più di 150 euro, oggi siamo passati a una media di 2500. Che rimane sicuramente poco per un investitore straniero ma che è del tutto fuori portata per la maggior parte dei contadini il cui stipendio medio in campagna si aggira intorno ai 100 euro appena. 
 
Nel suo studio “L’accaparramento di terre in Romania: minaccia per i territori rurali”, l’esperto francese Judith Bouniol sostiene che ciò che sta accadendo in Romania comporterà non solo il controllo delle risorse da parte di pochi grandi investitori, in larga parte stranieri, ma conferirà loro pure il potere di decidere sull’uso di questi terreni causando una progressiva perdita della sovranità alimentare da parte del governo. Parlare di land grabbing è complicato, ammette Bouniol, dal momento che le persone non sono costrette a lasciare la loro terra, anzi la popolazione rurale, in larga parte anziana e vulnerabile, è generalmente entusiasta quando arrivano massicci investimenti di questo tipo. In definitiva l’impresa si trova davanti a contadini ben contenti di guadagnarsi qualcosa vendendo o affittando la propria terra. “Tuttavia” scrive Bouniol “la legalità apparente di questo fenomeno è guidato da un guanto di velluto che maschera l’aggressività di un pugno di ferro”. Intanto l’esodo verso le città è in continuo aumento (la popolazione rurale è passata da essere l’80% della popolazione nazionale al 45%) e si stima che il 6% (700.000 – 800.000 ettari) di suolo agricolo romeno sia già in mano a soggetti transnazionali. 
Un processo visto con favore dal governo e sovvenzionato dall’UE. Dal 2000 al 2006 la Romania ha ricevuto 150 milioni di euro a fondo perduto per progetti di ammodernamento delle strutture agricole finiti quasi tutti in tasca ai progetti di larga scala. Nel 2012 l’Europa ha coperto per intero il costo di affitto dei terreni favorendo con soldi pubblici le aziende "agri-business oriented". Per non parlare di come sono state distribuite le risorse: su 500 aziende, l’1% ha ricevuto la metà dei fondi disponibili; all’altra metà è andata il restante 99%. Inoltre, quasi tutti i contributi per il Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (2,9 miliardi) sono stati erogati a quelle imprese capaci di mettere sul tavolo una cifra pari a quella richiesta: ciò significa che i piccoli contadini, a cui spesso non vengono erogati prestiti dalle banche per mancanza di garanzie, non hanno beneficiato di nessun aiuto allo sviluppo. Se ci aggiungiamo che recentemente la Banca Nazionale Rumena (BNR) ha proposto di stabilire tasse punitive per forzare i piccoli agricoltori a fondersi o vendere le loro strisce di terra, si può dire che lo sviluppo agricolo romeno ha la strada dell’industrializzazione già ben spianata.   

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