Ambiente

Rio+20. Il rischio di uno (sotto)zero draft

Si è appena conclusa la tornata negoziale a New York in vista di Rio+20, il prossimo summit delle Nazioni Unite che si terrà a giugno in Brasile, a 20 anni dall’Earth summit di Rio su Ambiente e Sviluppo. Le prime indiscrezioni parlano di distanze siderali tra i Paesi, di una bozza di documento lievitata come un soufflé e di alcuni passaggi di sostanza che, se applicati, potrebbero modificare ogni sviluppo negoziale futuro. A cominciare dal concetto di "limiti del pianeta". Ma il condizionale è d’obbligo.

La matematica non è un’opinione. Qualsiasi numero moltiplicato per zero dà, come si sa, zero. E se zero erano le ambizioni della prima bozza di 20 pagine di documento negoziale verso il summit di Rio+20, il cosiddetto zero draft, fatta circolare nel gennaio scorso, anche i suoi ultimi sviluppi non entusiasmano. Il fatto che dopo la prima tornata di riunioni formali/informali dell’Onu, svoltasi a New York dal 19 al 27 marzo scorsi, il documento abbia moltiplicato la sua lunghezza per 10 non significa che si sia arricchito di chissà quali contenuti. Almeno per quanto si deduce dai primi testi in circolazione.
Al contrario dimostra la grande difficoltà nel riuscire a fare passi avanti di fronte alla diplomazia che pretende di limare persino le virgole. Il documento che è stato fatto circolare dalle reti internazionali (e che noi pubblichiamo in allegato in questa pagina), e che mostra le aggiunte alle Parti I e II del testo iniziale da parte dei singoli Paesi. Una nuova versione (un "first-draft"?) sarà disponibile a breve, ma questa bozza strappata dai tavoli negoziali mostra le posizioni dei vari Governi, gli aggettivi e i concetti che alcuni piuttosto che altri ritengono necessario inserire.
Aldilà di questo spaccato di diplomazia, il percorso verso Rio+20 è ancora a metà del guado. I rischi di progressi insufficienti sono ancora sul tavolo e le attese guardano ai prossimi mesi, ed al Paese ospite, il Brasile che vent’anni dopo ritorna ad essere al centro dei riflettori del multilateralismo.
Ed assieme ai progressi insufficienti, anche l’ombra di un imbroglio. Lo dice chiaramente Marie-Danielle Samuel, vicepresidente dell’organizzazione peruviana Yachay Wasi, speaker il 20 marzo scorso del movimento dei Popoli indigeni all’apertura dell’Intersessional Meeting: "Green economy è già diventato un termine utilizzato dalle imprese e dalle pubblicità senza alcun riferimento ai valori di sostenibilità dei prodotti. Ha perso la sua integrità e non può essere associata a Rio+20, la parola" continua la Samuel, "dovrebbe essere sostituita". E la soluzione viene dalla sostenibilità praticata quotidianamente: "appoggiamo gli emendamenti dell’Indigenous Peoples Major Group che il termine da utilizzare dovrebbe essere Green economies".
Quanto il privato avrà un ruolo nella rivoluzione verde del nuovo millennio si potrà sapere solo vivendo. Saranno i Governi a doverlo stabilire sia a livello nazionale che multilaterale, perchè ogni passo indietro del pubblico rispetto all’invadenza dell’economia è sempre una scelta politica, visto che i mercati non crescono spontaneamente come gli alberi. Questo, tra gli altri, è il grande tema che starà dietro le quinte e sopra i tavoli negoziali di Rio+20.
Perchè uno sviluppo sostenibile presuppone la revisione alle radici del mercato per come lo conosciamo oggi, come ha ricordato Joji Cariño, dell’organizzazione indigena Tebtebba (Indigenous Peoples’ International Centre for Policy Research and Education) in un meeting il 21 marzo scorso, quando ha ricordato l’importanza delle economie locali e della regolamentazione del mercato per evitare lamd grabbing ed investimenti predatori.
Quanto queste voci siano state ascoltate è presto per dirlo, ma certo è che l’alzata di scudi della società civile mondiale sul rischio che persino il tema dei "diritti umani" potesse essere escluso dal testo negoziale, tra cui il "diritto all’acqua" è un pessimo precedente (c’è una petizione indirizzata al Segretario Generale delle Nazioni Unite su http://www.ipetitions.com/petition/rightsatrisk/) e dà la percezione di cosa possa essere in gioco tra quelle miriadi di parentesi quadre che arricchiscono quelle 200 pagine discusse a New York.
Un solo, possibile ed auspicato, passo avanti: il riferimento ai "limiti del pianeta", cavallo di battaglia dei movimenti ecologisti ed ambientalisti di tutto il mondo dai tempi del Club di Roma. Un passaggio, sebbene breve, su un concetto così impegnativo metterebbe in crisi la logica della crescita indefinita. Sempre che alle parole scritte, ed alle parentesi quadre, possano seguire politiche coerenti.

 

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