Ambiente

Rio+20: il futuro che vogliono

E’ iniziata la maratona negoziale che porterà a Rio+20, la Conferenza Onu sullo sviluppo sostenibile in programma a Rio de Janeiro, in Brasile, dal 20 al 22 giugno. Green economy, tanto ottimismo e molte promesse non vincolanti, ma le sfide che abbiamo di fronte chiedono altro. Più ambizione e, di certo, più responsabilità. Per questo lo "zero draft", la prima bozza di documento diffusa pochi giorni fa, non convince. Come chiarisce il documento a firma Altreconomia, Fair, Legambiente ed Associazione Botteghe del Mondo in vista del prossimo vertice globale.

Zero draft. Così si chiama la prima bozza di documento in vista della prossima sessione United Nations Conference on Sustainable Development che si terrà nel giugno di quest’anno in Brasile, a 20 anni esatti dal primo Earth summit che nel 1992 cominciò a delineare le prime connessioni a livello globale tra ambiente e sviluppo.
Le quasi 20 pagine del documento dal titolo immaginifico "the future we want" in verità spiegano poco a quale  futuro facciano riferimento i negoziatori, perchè altro non è che un elenco di 128 punti che ricordano più un documento finale di un G8 od un G20 che non una vera e propria agenda concreta ed effettiva.
E questo perchè le ambizioni, a cominciare da questa bozza datata fine gennaio, sono ancora molto, forse troppo basse. Il punto 128, l’ultimo in elenco, è quello forse più chiaro di tutti, perchè parla di "voluntary committments", quindi "impegni volontari", quasi a fare da controcanto rispetto a tutte le istanze della società civile che in questi anni stanno chiedendo più regolamentazioni, più impegni vincolanti. In poche parole più responsabilità.
Ma l’obiettivo, almeno apparente, del documento preparatorio e del Summit che seguirà pare essere quello di consolidare uno status quo, o meglio una tendenza, che è quella di cambiare tutto per non cambiare nulla.
L’ultima Conferenza delle Parti di Durban ha dimostrato come sia possibile spostare a data da destinarsi la decisione su impegni vincolanti, benché siano parte del Protocollo di Kyoto a cui la stragrande maggioranza dei Paesi del mondo ha aderito, e come l’approccio volontaristico stia diventando il motore trainante della nuova diplomazia. E’ uno scenario che abbiamo visto anche a Ginevra durante l’ultima ministeriale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, dove un gruppo di Paesi "volenterosi" ha deciso di accordarsi in separata sede, com’è accaduto sul tema della liberalizzazione degli appalti pubblici tra Usa, Unione europea ed altri 22 Paesi.
Ma se nel settore del commercio internazionali le avanguardie volenterose dinamizzano i negoziati, sul tema del cambiamento climatico e dell’ambiente dei percorsi volontari e non vincolanti rischiano di indebolire la cornice generale, col risultato di avere un nulla di fatto, se non centinaia di pagine scritte di buone intenzioni ma con poca efficacia sull’immediato.
Ma il concetto trainante dello "zero draft" è comunque la Green economy, secondo la filosofia per cui il mercato riesce a curare se stesso,  la tecnologia è la risposta ai problemi concreti e che solo con una crescita economica, seppur verde, è possibile aumentare il benessere per tutti.
Non esistono riferimenti alla finitezza delle risorse, all’insostenibilità della crescita, all’ingiustizia del mercato né alla giustizia climatica. Come se tutti questi aspetti non avessero diritto di cittadinanza all’interno di un evento di tale portata. C’è anche un accenno all’accoglimento dei risultati della COP17 di Durban (verrebbe da chiedersi quali) e all’importanza di raggiungere con successo gli Obiettivi del Millennio entro il 2015.
La sensazione è di un documento totalmente avulso dalla realtà, ancora fortemente radicato sulle convinzioni di un tempo che fu. Come se gli effetti sociali ed ambientali della crisi di sistema che stiamo vivendo siano semplici incidenti di percorso. Il titolo è "the future we want", andrebbe forse chiesto "a vantaggio di chi".
 

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