Ambiente

Rio+20, il futuro che vogliono loro

Sul tavolo dei capi di Stato, almeno di quelli attesi oggi, spicca un documento finale incapace di "visione", privo di impegni concreti. Nemmeno una percentuale tra parentesi ad indicare un passo avanti sostanziale verso una reale transizione. Il vertice Onu di Rio rischia di essere considerata l’ennesima occasione perduta per il pianeta. Ma una buona opportunità per le imprese.

"The future we want". Il titolo del documento è sostanzialmente rimasto lo stesso. Chiaro e conciso. La grande domanda è di quale futuro si stia parlando e soprattutto a vantaggio di chi.
Considerata l’intensa partecipazione del settore privato, "Rio potrebbe essere ricordato per aver riconosciuto che le imprese sono una fonte primaria di sviluppo sostenibile". Le parole sono di Peter Bakker, presidente della WBCSD, la World Business Council for Sustainable Development, una delle principali lobby imprenditoriali presenti a Rio de Janeiro.
Perchè è questo, in fondo, il senso di mesi di negoziato e di un documento finale che aldilà del diplomatichese non segna alcun passo avanti sostanziale e concreto in nessuna delle quasi 50 pagine diffuse.
Il Ministro degli Esteri brasiliano Antonio Patriota è soddisfatto si un testo sostanzialmente bilanciato. Todd Stern, caponegoziatore statunitense, ribadisce come il documento sia un forte passo avanti. Un testo positivo e ben equilibrato, come sottolinea il cinese Ma Zhaoxu.
E’ iniziata la samba delle dichiarazioni per un documento che dovrebbe dire molto ma rischia di non significare nulla. Non un impegno concreto, nessuna data precisa, nessuna precentuale di riduzione, ad esempio, dei sussidi ai combustibili fossili né un impegno concreto per mettere la parola fine allo sviluppo insostenibile.
I passi sostanziali che, solo su alcuni temi, sembravano fossero a portata di mano rimangono in tutta la loro genericità. Il Programma ambientale dell’ONU, l’UNEP, avrà membership universale ed un suo proprio budget, ma sul come, dove e quando si rimanda alla prossima Assemblea Generale.
Sugli oceani e la biodievrsità marina la preoccupazione è alta, ma per qualsiasi azione si aspetta il completamento del lavoro di reporting sullo stato dell’ecosistema marino, e le conseguenti considerazioni dell’Assemblea Generale, a dopo il 2014.
Per le questioni riguardanti il cambiamento climatico, si rimanda alla prossima Conferenza delle Parti Onu sul tema, in programma a fine anno a Doha. Sulla protezione e tutela della biodiversità, si invitano i Governi a ratificare il protocollo di Nagoya sull’accesso e la tutela delle risorse genetiche.
Ma il cuore del problema, le regole del mercato e il ruolo del privato, non solo non viene toccato ma viene sostanzialmente confermato.
Nessuna regola vincolante per le imprese. Addirittura sulla questione del "decent work" c’è sentita preoccupazione per le condizioni del "mercato del lavoro" e per un "diffuso deficit di opportunità disponibili di un lavoro dignitoso". Perchè le condizioni di lavoro non sono determinate da un conflitto di interessi tra diritti del lavoro e ricerca di profitti, ma dall’andamento della domanda e dell’offerta di lavoro. E’ la filosofia che permea tutta la parte economica del documento, perchè la Green economy si presenta come un fattore determinante dello sviluppo sostenibile prossimo venturo, ma senza orpelli regolatori, con la prospettiva del "laissez faire, laissez passer".
E ben venga la conclusione del Doha Round, il ciclo negoziale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio bloccato da anni sui tavoli di Ginevra, e la riscoperta di nuove risorse finanziarie, provenienti dalle più disparate fonti, pubbliche e private, ma soprattutto innovative. Benvenuta la finanza, ed i suoi derivati, nella gestione dele risorse naturali.
Mesi di negoziato, migliaia di dichiarazioni si risolvono in un documento che è poco più che una buona intenzione. La prima fase del carnevale brasiliano in salsa Onu si è conclusa, tra poche ore sono attesi i Capi di stato con il loro codazzo di dichiarazioni, fotografie e buoni propositi. Ci saranno alcune assenze importanti, tra cui Obama, Cameron e la Merkel, ma quello che mancherà più di tutti sarà la capacità di leadership. Ed ogni possibilità di colpo di scena finale è, a detta di molti Todd Stern in testa, impossibile.
Oggi migliaia di persone parteciperanno alla manifestazione che dalla Cupula dos Povos si snoderà per le vie di Rio de Janeiro. Dai popoli indigeni alle reti contadine, per passare dalle realtà dell’economia ecologica ai sindacati, un fiume di persone che sottolineerà ancora una volta l’inadeguatezza di un percorso istituzionale e la necessità di un cambio di rotta.
Ma dopotutto "Rio è solo l’inizio", come ha avuto modo di tranquillizzare Janez Potocnik, il commissario all’ambiente dell’Unione Europea. Un inizio che dura da vent’anni, ma che dimostra di essere incapace di essere all’altezza dei tempi.

 

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia