Ambiente

Rio. Alla ricerca di un senso

Si chiude la terza sessione negoziale con un testo ancora generico e comunque poco ambizioso. Il quadro rimane bene o male lo stesso: azioni volontarie e tanta speranza che succeda qualcosa, ma da leader globali che dovrebbero affrontare una crisi epocale ci si sarebbe aspettato di più. Il momento clou del summit si avvicina, intanto un report di Human Rights Now e le ultime scelte di PetroBras ci raccontano come la coerenza sia diventata dote d’altri tempi.

"We invite", "We recognise", "we encourage" e "we stress". Provate a cercare nella nuova bozza di documento finale alcune parole più impegnative, come "we decide", rimarrete banalmente delusi.
Più che un vertice di Governi e di decisori politici sembrerebbe più una rimpatriata di buone intenzioni e di paternalistici consigli. Basso profilo e minima ambizione per quello che dovrebbe essere uno dei Summit del secolo, ma che verrà forse ricordato negli annali come l’ennesima Conferenza dove si parla di sostenibilità.
Tutto è utile e tutto è necessario, senza Rio+20 si perderebbe l’occasione per focalizzare sui temi dell’insostenibilità sociale ed ecologica del sistema e, forse, alcuni minimi passi avanti non si farebbero. Ma pensando alle sfide che abbiamo davanti, tanta carenza di leadership la dice lunga sugli anni che ci aspettano.
Tra le pagine della bozza di documento finale ancora sul tavolo negoziale cambia la formattazione ma rimangono le criticità. Le parentesi quadre, e quindi gli oggetti di disaccordo, vengono via via eliminate ma la focalizzazione del testo è ancora, e sempre più, centrata sul ruolo dei mercati globali, andando nella direzione opposta rispetto a quello che ci si dovrebbe aspettare dopo anni di fallimenti del mercato.
Nella parte collegata alla sicurezza alimentare (dove la sovranità alimentare non viene neanche citata) l’accento è sulla necessità di liberalizzare il mercato agricolo, per promuovere "lo sviluppo rurale in particolar modo nei Paesi in via di sviluppo". E’ necessario "affrontare le cause dell’eccessiva volatilità dei prezzi agricoli alla radice a tutti i livelli, a partire dalle cause strutturali", ma aldilà dei discorsi generali non si capisce nulla di come farlo. L’unica cosa che rimane ben evidente sono gli emendamenti di alcuni Paesi, tra cui gli Stati Uniti, legati alla volontarietà e non all’obbligo di un trasferimento di know-how e tecnologie e su una strenua difesa dei Diritti di proprietà intellettuale (IPRs), leggi brevetti, in mano alle multinazionali del settore. Poco importante se il Dipartimento Affari Economici e Sociali dell’Onu oramai da anni denuncia come l’attuale regime di tutela degli IPRs sia un ostacolo per i Paesi del Sud del Mondo alla messa in campo di politiche efficaci sulla sostenibilità.
Ma gli elementi di criticità ci sono per tutti. Come per il G77 che si oppone ad inserire tra i problemi da affrontare e risolvere quello del taglio illegale delle foreste e del commercio altrettanto illegale del loro legname. Dopotutto lo stesso Governo brasiliano di Dilma Rousseff ha ricevuto montagne di critiche per l’approvazione da parte del Congresso del nuovo Codigo Forestal che metterebbe a rischio porzioni di foresta tropicale.
D’altra parte è di pochi giorni fa la denuncia di Human Rights Now su come il Governo indiano abbia gravi responsabilità nella disastrosa situazione delle miniere in India. Secondo il report recentemente diffuso (Out of control – mining, regulatory failure and human rights in India), le industrie del settore sarebbero  lasciate libere di muoversi senza controllo. Un sistema di governance inadeguato e burocratico e di Valutazione di Impatto Ambientale di fatto controllato dai chi dovrebbe essere monitorato, permette alle industrie private di non rispettare i diritti del lavoro né tanto meno quelli ambientali in fase estrattiva. Questo porta a problemi di non poco conto, come il rischio di espulsione di 700 famiglie dalle loro terre, nello stato dell’Orissa, a causa di un progetto estrattivo dell’azienda sudcoreana Pohang Steel Company. O gli impatti pesanti del gigante minerario indiano Vedanta, nel suo progetto di ampliamento degli impianti.
Questo è un esempio lampante di cosa significhi lasciare libertà alle imprese, nell’onda di quell’approccio volontario alla Responsabilità sociale ed ambientale che caratterizza anche il testo sulla Green economy, appena uscito dall’ultima tre giorni negoziale a Rio.
Quello che la società civile di mezzo mondo, qui da Rio de Janeiro, sta chiedendo è "cambio di rotta" e "coerenza delle politiche". Nel primo caso le aspettative sono basse, nel secondo la risposta l’ha appena data PetroBras, la principale azienda petrolifera di stato, che ha deciso di aumentare del 5,2% degli investimenti in combustibili fossili per i prossimi cinque anni. Con un investimento complessivo di 236 milioni di dollari è stata una delle azioni finore più chiare in un mare di parole confuse e generali.
 

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