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RiMaflow, sette anni di una fabbrica recuperata alle porte di Milano

Con l’acquisto di un immobile, a due passi dalla vecchia Maflow di Trezzano sul Naviglio, il progetto mutualistico degli ex operai trova una casa stabile. Dove far crescere la rete solidale costruita a partire dall’occupazione del 2013

Tratto da Altreconomia 220 — Novembre 2019
Mariarosa Missaglia, responsabile della gestione degli spazi e della movimentazione merci del magazzino nella nuova fabbrica RiMaflow - © Antonio Galliazzo

“RiMaflow FuoriMercato, società operaia di mutuo soccorso, cooperativa sociale di comunità a responsabilità limitata”. Quando Gigi Malabarba, -ex operaio all’Alfa Romeo di Arese-, recita il nome della nuova cooperativa legata alla fabbrica recuperata di Trezzano sul Naviglio (MI), sta attento a non dimenticare nemmeno un pezzo. Dietro a quelle parole, infatti, c’è una storia decennale di lavoro, cittadinanza, lotta e solidarietà giunta oggi a un punto di svolta: quello del rilancio, in una “casa” nuova di zecca, finalmente “di proprietà”, a pochi passi dalla “vecchia” azienda dove tutto è nato e dove tutto ha rischiato di finire. “Il nostro obiettivo è un sogno e un numero -racconta Malabarba-: creare almeno 331 posti di lavoro, uno in più rispetto a quelli cancellati dal ‘padrone’ tra il 2009 e il 2012”.

Torniamo indietro di dieci anni. Nel 2009 a Trezzano sul Naviglio, Sud-Ovest milanese, RiMaflow non c’era. Esistevano la Maflow e il suo stabilimento da 14mila metri quadrati coperti. Lì, fino al 2009-2010, venivano prodotti tubi per i condizionatori delle auto (BMW in particolare). Poi è arrivata la crisi, dovuta a un dissesto finanziario indipendente dall’attività produttiva, le vertenze sindacali, il fatturato praticamente azzerato e il poco lavoro garantito dalla rotazione autogestita degli operai, l’amministrazione straordinaria, l’asta del Tribunale e un’offerta d’acquisto, nell’estate 2010, da parte di una società (Boryszew Group) con sede in Polonia. Nel frattempo, i mille lavoratori dei “tempi d’oro” della fabbrica negli anni 90, già ridotti a 330 nel passaggio da Murray a Maflow, crollano a 80, il numero più basso possibile per acquisire la fabbrica all’asta. Boryszew, ormai intestatario dei certificati di qualità, delle commesse ma non dell’immobile -nel portafoglio di una società del gruppo Unicredit-, elimina Trezzano dal suo piano industriale. Nel 2012 saluta e se ne va (oggi l’ultimo frammento rimasto in Italia di Maflow Brs si trova ad Ascoli Piceno). All’inizio del 2013, sotto la neve e ormai espulsi dal ciclo produttivo, restano lavoratori e macchinari. Massimo Lettieri, Marisa Sciretta, Donatella Marzola, Beppe Corteggiano, Massimo Bollini, Pietro Calvi, Gina Iacovelli per citarne alcuni. Non accettano il ruolo di “scartati” e occupano la fabbrica (il presidio si chiamerà “Occupy Maflow”). Preservano i capannoni dal degrado, difendono pochissimi macchinari, i trapani a colonna, la troncatrice, la mola, il banco sollevatore e a marzo di quell’anno danno vita a una cooperativa. Il loro obiettivo -anche grazie a Luca Federici, da poco laureato alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Pisa con una tesi sulla pianificazione dello sviluppo, l’analisi del ciclo di vita di un prodotto e i suoi impatti sulla comunità- è quello di riconvertire la fabbrica dal settore “automotive” a quello del riuso e del riciclo di apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE) e più in generale verso produzioni ecologiche e dar vita a una “Cittadella dell’altra economia”.

© Antonio Galliazzo

Le prime attività puntano al ripristino dello stabilimento e al recupero del materiale. Viene organizzato un mercatino dell’usato, offerti spazi per altri lavoratori licenziati provenienti da fabbriche chiuse, artigiani, pensionati, addirittura un servizio di rimessaggio per camper. Nel frattempo prendono forma anche una mensa e un’attività di ristorazione. I soci della cooperativa raccolgono risorse facendo traslochi, liberazioni di immobili, sgomberi. Progressivamente si afferma il “cuore” di RiMaflow -come lo definisce Malabarba-, ovvero l’attività artigianale della Cittadella, anche grazie all’associazione temporanea di scopo “Casa del Mutuo Soccorso”, messa in piedi da RiMaflow, Libera e Cooperativa sociale IES presieduta da don Massimo Mapelli. La falegnameria, l’antiquariato, il restauro di mobili e la tappezzeria, i laboratori di miniature di trenini e ferrovie, la ciclo-officina. Nel 2014, dall’incontro tra RiMaflow e l’associazione SOS Rosarno, parte “Fuorimercato”, embrionale progetto di distribuzione diretta dei prodotti agricoli ai gruppi di acquisto che oggi è divenuto realtà con una rete su tutto il territorio nazionale. Da un’altra collaborazione, questa volta con gli Archivi della Resistenza di Fosdinovo (MS), fiorisce anche il progetto sociale di autoproduzione dell’“Amaro partigiano”.

Fin dalle origini, RiMaflow è un motore anarchico e innovatore che procede per tentativi. Non sempre gli esiti sono fortunati. Il colpo più duro, la cooperativa lo riceve nell’estate 2018, quando un’inchiesta della magistratura relativa a una presunta associazione a delinquere finalizzata al trattamento illecito dei rifiuti porta -tra gli altri- all’arresto di Massimo Lettieri, operaio dal 1995 della Maflow e poi presidente di RiMaflow, nonché al sequestro della cooperativa e dei suoi beni. “Avevamo da poco iniziato a sperimentare il recupero degli scarti di produzione, in particolare carta da parati. Era un’attività dai riflessi inesistenti sul nostro bilancio, una sorta di investimento per il futuro”, ricorda Malabarba. La denunciata “illegalità” derivava dall’impossibilità di regolarizzarne l’attività in una fabbrica occupata, nonostante il materiale trattato fosse integralmente tracciato. Mentre Massimo e RiMaflow finiscono all’inferno, i proprietari dei capannoni colgono l’opportunità per tentare la via dello sfratto, indirizzato all’intermediario immobiliare (Virum), e metter così fine all’esperienza di RiMaflow. Lo sgombero per via indiretta e con uso della forza pubblica è disposto all’inizio di settembre del 2018 con scadenza fissata poco dopo, il 28 novembre. Sembra finita ma quello stesso giorno, all’incontro decisivo presso il tavolo costituito alla Prefettura a Milano, mentre centinaia di persone aspettano le forze dell’ordine giunte in massa ai cancelli di Trezzano, il procedere creativo di RiMaflow prende una curva inaspettata. Lo fa grazie alla rete di solidarietà che ha alle sue spalle: dalla Caritas diocesana alla Fondazione Peppino Vismara, dalla cooperativa del commercio equo Chico Mendes al Gruppo Bastogi, dai sindacati a Libera fino a tutti i nodi della rete Fuorimercato.

Umberto Banchieri, uno degli artigiani della “Cittadella” di RiMaflow, all’opera – © Antonio Galliazzo

“La banca proprietaria dell’immobile era interessata alla vendita, non avendo mai voluto regolarizzarci, e viste le forze scese in campo al nostro fianco aveva proposto all’ultimo di vendere proprio a quei soggetti lo stabilimento”, ricorda Malabarba. Il prezzo richiesto non era alla portata, ma gli operai e gli amici della “fabbrica recuperata” hanno in mano un’altra carta. A qualche minuto dalla vecchia azienda, oltrepassata la Statale Vigevanese, c’è infatti lo stabilimento di una società, un tempo “pezzo” della Maflow. È l’Autosystem, produttrice di compressori per condizionatori d’aria per veicoli, in cui erano finiti a lavorare alcuni dei licenziati Maflow fino al momento del concordato, nell’aprile del 2018. L’immobile -che è più piccolo (6mila metri quadrati coperti) ma più “performante” rispetto alla Maflow- è all’asta. “Compriamo, abbiamo detto con i nostri partner seduti al tavolo. E chiediamo a Unicredit di mettere proprie risorse nell’operazione”, ricorda soddisfatto Malabarba. Queste si tradurranno in un contributo di 300mila euro, oltre a sei mesi di tempo per trasferirsi dalla Maflow e nessuno sgombero forzato. “Nei guai sono venute fuori grandi cose. Se non fosse stato per la grandissima solidarietà che ci ha circondato e per  persone come quelle del gruppo Bastogi, che ci hanno sostenuto in tutta questa fase, per la Caritas e per il suo direttore, Luciano Gualzetti,  non avremmo saputo come vincere questa sfida e portare a casa un’intesa sottoscritta dal Prefetto di Milano”.

“Il nostro obiettivo è un sogno e un numero: creare almeno 331 posti di lavoro, uno in più rispetto a quelli cancellati dal ‘padrone’ tra il 2009 e il 2012” (Gigi Malabarba)

Intanto la trattativa per l’altro immobile della “nuova RiMaflow” va in porto. A febbraio di quest’anno nasce il “Consorzio Almeno 331 società cooperativa”. Lo sottoscrivono i rappresentanti della Fondazione Peppino Vismara, di Chico Mendes (che da novembre al Banco di Garabombo di Milano avrà anche quest’anno i prodotti di RiMaflow in bella vista), della Onlus “Una casa anche per te”, della cooperativa agricola “Madre Terra”, di IES, di FuoriMercato, della Casa del mutuo soccorso, dell’associazione “La Barriera” di Vigevano”. Ai soci si è aggiunta la ricostituita Cooperativa RiMaflow. Il Consorzio -si legge nell’atto costitutivo- “ha per scopo  l’acquisto di un immobile da destinare ad attività produttive che consentano di restituire il lavoro a coloro che l’hanno perso in seguito alla chiusura della Maflow e di avviare nel contempo un processo di sviluppo economico locale di produzioni artigianali e alimentari, etiche, volte a ridare futuro a un’area depressa e a una comunità colpita dal processo di deindustrializzazione, aggregando intorno al progetto anche realtà produttive esterne capaci di favorire un mercato per i prodotti realizzati in questo sito”.  L’investimento sulla nuova casa di “RiMaflow” è importante: due milioni di euro, suddivisi in parti diverse tra i vari attori e un mutuo acceso grazie a Banca Etica. “Nel mese di maggio del 2019 siamo entrati fisicamente nell’immobile”, ricorda Malabarba mentre fa strada tra gli uffici della nuova palazzina affacciata su via Verri e le due ali dei capannoni, tra le botteghe degli artigiani e gli spazi ancora in cerca di destinazione, ma già dotati di pannelli solari sui tetti. Pietro, ex operaio Maflow, si è orgogliosamente portato dietro dalla fabbrica un intero soppalco della vecchia officina. In cucina c’è Francesca Tosto, licenziata dall’Ikea. Christian Bilotta, ex lavoratore Autosystem, cura il gruppo comunicazione. E poi ancora Maria Rosa Missaglia, Elena Saladini.

38 i soci di RiMaflow: in origine la cooperativa s’è costituita nella primavera del 2013

Mentre avanzano i lavori per l’inaugurazione della “nuova” fabbrica recuperata -dallo sgombero degli uffici al rifacimento degli impianti-, gli attuali 38 soci di RiMaflow e la rete solidale mettono a punto il programma (infinito) delle cose da fare: accanto alle botteghe dei circa 70 artigiani che si sono trasferiti, si lavora a un liquorificio interno dove produrre direttamente l’Amaro partigiano, confezionare la Vodka antisessista Kollontai in collaborazione con il Comitato Kollontai e il movimento femminista e LGBT*IQ+, il “Rigamotto” con SOS Rosarno, e progettare nuovi infusi alcolici come il “Ri-Ace” a sostegno della battaglia dell’ex sindaco Mimmo Lucano, o come il liquore alla liquirizia con una cooperativa di Camini, anche questa in Calabria, o quello “Mediterraneo”, con la piattaforma civile di soccorso in mare.

E poi uno spazio di laboratori di trasformazione alimentare, a seconda delle richieste dei produttori del circuito Fuorimercato, e per il “luppoleto sociale” che dà l’aroma alla “Staffetta”, la birra artigianale Fuorimercato, biologica e solidale, con il luppolo prodotto dalla cooperativa Madre Terra sempre alle porte di Milano (vedi Ae 205). La nuova sede si presterà a breve anche per un’attività di mensa pubblica e di ristorazione sociale, con una quota di “pasti gratuiti” in collaborazione con la Caritas e uno spazio espositivo per dar visibilità alle lavorazioni artigianali. “Dentro la fabbrica troverà casa anche ‘Fuorimercato’ e la sua piattaforma distributiva rivolta inizialmente a 60 gruppi di acquisto solidale e ora anche ad altri punti di spaccio del milanese -continua Malabarba-, trasferendo qui il magazzino attualmente collocato presso la Libera Masseria di Cisliano (MI). Continueremo poi la collaborazione con la Civica Scuola di Musica Antonia Pozzi di Corsico, attraverso l’associazione culturale Officina delle libere stelle, presieduta da Moni Ovadia. E tanto altro ancora”. RiMaflow non si ferma più.

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