Esteri

Rifugiati, l’accoglienza è soltanto un affare

Le difficoltà economiche ostacolano l’accesso alle cure psicologiche. Si moltiplicano gli esempi di centri terapeutici con tariffe accessibili

Tratto da Altreconomia 124 — Febbraio 2011

Gli occhi socchiusi per il sole che lo colpisce in pieno volto, tra le dita poche fotocopie volanti, Ahmed sta aspettando che inizi la lezione. È seduto per terra, la schiena appoggiata alla parete esterna del prefabbricato adibito a classe per l’insegnamento dell’italiano. Tutto attorno, il grigio è rotto solo dalle linee rette dei mastodontici blocchi di cemento della struttura dell’Inail di Castelnuovo di Porto in provincia di Roma, oggi parzialmente adibita a Cara, Centro di accoglienza per richiedenti asilo. Ovvero uno dei 12 centri governativi -dalla capienza complessiva di quasi 5mila posti – istituiti per ospitare coloro che hanno chiesto asilo politico all’Italia, nel periodo in cui le domande di protezione vengono esaminate.

Tutti i Cara sono situati in luoghi lontani da centri abitati e generalmente circondati da alte mura e filo spinato, nonostante i richiedenti asilo possano uscire e rientrare in orari stabiliti. Nella massiccia struttura concorsuale dell’Inail alle porte di Roma, come nella vecchia pista di atterraggio della Nato a Foggia e nell’ex base areounautica di Crotone, alloggiano per mesi uomini, donne e bambini in fuga da dittature o Paesi in guerra, e spesso vittime di torture. In luoghi come questi, il somalo Ahmed, l’eritrea Ababa con il suo bambino appena nato e l’ivoriano Patrice, mangiano, dormono e attendono. Un pasto, una visita medica, ma soprattutto  un permesso di soggiorno per “asilo politico” o “motivi umanitari”. Quando questo arriva però, termina anche l’obbligo per lo Stato italiano -sancito dalla Direttiva europea 2003/9/Ce- di ospitare queste persone, che verranno immediatamente dimesse. Da quel momento dovranno cavarsela da sole, in un Paese ancora completamente sconosciuto.

Con una capienza di 680 persone, il Cara di Castelnuovo di Porto è il secondo più grande d’Italia. Ma quella che viene chiamata “scuola” è una stanzetta che potrà ospitare al massimo 30 individui. Chiedo, alla ragazza che mi viene indicata come insegnante, come sia possibile che in uno spazio del genere si tengano lezioni per diverse centinaia di persone. Parla di vari turni. Il primo comincia alle 10 di mattina, ma quell’ora è stata ampiamente superata. Mi spiega che gli insegnanti fanno quello che possono, essendo tutti volontari. Il Capitano Massimo Ventimiglia, direttore del centro, attualmente gestito dalla Croce Rossa italiana, conferma che non ci sono insegnanti di italiano retribuiti nel Cara e di conseguenza molti ragazzi si recano a Roma per seguire corsi di lingua lì. Con il rischio di essere costretti a scendere per mancanza di biglietto dell’autobus. Infatti la legge vieti ai richiedenti asilo di lavorare, e quindi di avere un reddito proprio, ma la convenzione con la prefettura non prevede la distribuzione di titoli di viaggio agli ospiti.

Eppure i fondi per un’accoglienza dignitosa dei richiedententi asilo non mancano: sul sito della Prefettura di Roma si legge che il costo complessivo dell’appalto, per tre anni, è di 34.500.000 euro. Che fanno 11,5 milioni di euro in un anno. Poiché, attualmente, il centro ospita circa 350 persone, possiamo calcolare che l’accoglienza di ognuna di esse -vitto, alloggio e assistenza sanitaria- costa allo Stato oltre 90 euro al giorno: tutti destinati all’ente gestore. A questo importo vanno aggiunte le spese dell’immobile, per le utenze (le bollette) e per la manutenzione, che -si legge nel capitolato d’appalto valido per tutti i Centri di accoglienza- “restano a carico dell’amministrazione”.

Questo sistema di accoglienza è stato istituito nel 2008, anno dell’“emergenza sbarchi”, quando il record di 30.492 domande di asilo politico  ha giustificato l’apertura di decine di Cara improvvisati in varie parti della penisola. A due anni e mezzo di distanza, con le richieste asilo ridotte di un quarto dalla politica dei respingimenti in mare (si è passati da 16.800 nei primi sei mesi del 2008 a 4.035 nel primo semestre del 2010), i Cara ospitano un numero di persone molto inferiore alla loro capienza massima.
In alcuni casi il numero degli ospiti è addirittura inferiore a quello di coloro che ci lavorano: ad agosto nel Centro di accoglienza di Trapani, che ha una capienza di 260 posti, soggiornavano 23 persone, di cui 3 bambini piccoli, ma gli addetti alla gestione -dipendenti della Cooperativa Insieme, titolare di un’appalto da 2.186.666 di euro all’anno- restavano una settantina. Nel Cara di Crotone -che con una capienza di 1.458 posti, è il Centro d’accoglienza più grande d’Europa- vi sono al momento 876 ospiti, mentre vi lavorano circa 330 persone: 150 tra assistenti sociali, psicologi, educatori, mediatori culturali e esperti per la banca dati informatizzata, impiegati dall’ente gestore “Misericordie di Isola Capo Rizzuto” (appalto annuale: 10.865.465,67 euro), 70 dipendenti del Comune addetti a pulizia e manutenzione, un centinaio di militari e il personale di una Asl aperta 24 ore su 24.

Quando il numero degli ospiti presenti è inferiore al 10% della capienza complessiva, il prezzo pagato all’ente gestore viene parzialmente ridotto, ma resta comunque garantita la retribuzione per il personale necessario, calcolato a centro pieno. Un costo rappresentano anche i militari, messi a disposizione dal ministero della Difesa nell’ambito dell’operazione “Strade sicure”: oltre 7 milioni di euro annui -segnala la campagna Sbilanciamoci!- per i circa 500 soldati destinati al controllo della sicurezza nei soli Cara.
Vi sono poi spese che non vengono conteggiate nella gestione, ma che sono determinate dalla presenza di queste strutture: lo spostamento del comando di polizia locale vicino al Cara di Gradisca d’Isonzo -realizzato per rassicurare gli abitanti della cittadina friulana spaventati dalla massiccia presenza di stranieri- è costato alla Regione 50mila euro.

I container prefabbricati installati nella ex pista di atterraggio della Nato di Borgo Mezzanone, trasformata nel Cara di Foggia, sono stati realizzati grazie a un contributo del ministero dell’Interno di 3,5 milioni di euro. Un’accoglienza che nonostante gli alti costi, lascia i richiedenti asilo a se stessi. “In molti Cara, l’assistenza sanitaria, in particolare quella fornita a donne incinte e a neonati è assolutamente carente”, afferma Rolando Magnano della ong Medici Senza Frontiere, che ha curato il rapporto Al di là del muro. Viaggio nei centri per migranti in Italia (Franco Angeli, 2010). Magnano sottolinea come la carenza sia insita nel sistema Cara: “Gli unici controlli sulla gestione dei centri vengono realizzati da funzionari delle prefetture, che non hanno alcuna competenza medica per valutare le condizioni igieniche e sanitarie degli ambienti”. Una situazione che, sottolinea Magnano, rende difficile l’identificazione, la cura e la prevenzione della diffusione di diverse patologie.

Ma il dramma, per molti richiedenti asilo, soprattutto quelli in condizione più fragile, arriva proprio nel momento in cui ottengono il permesso di soggiorno: “Quello che mi fa arrabbiare -si sfoga Ali, un ex ospite del Centro di accoglienza romano di Castelnuovo di Porto che ha ottenuto l’asilo da circa un mese e ha difficoltà a trovare lavoro- è che sono stato otto mesi nel Cara, senza far niente. Ci lasciano vivere così, e poi appena hai il permesso soggiorno ti mandano via!”. La somma di vicende personali come quella di Ali ha contribuito al  proliferare, nella capitale come in altre città italiane, di assembramenti di persone cui è stato riconosciuta la protezione internazionale ma che vivono in condizioni di estremo degrado: dall’accampamento di profughi afgani alla stazione Ostiense, alle occupazioni di palazzi in zona Romanina da parte di rifugiati del Corno d’Africa, fino alla  concentrazione in condizioni disumane, di centinaia somali nell’ex ambasciata di Somalia, in via dei Villini a Roma.

L’integrazione senza fondi
Dopo l’asilo i migranti potrebbero fruire del programma "Sprar", coordinato dall’Anci, ma mancano le risorse

Si chiama Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) il programma governativo per l’accoglienza e l’accompagnamento all’integrazione di coloro cui è stata riconosciuta la protezione. Coordinato dall’Anci (Associazione nazionale comuni italiani), attraverso la rete dei comuni e la collaborazione di associazioni radicate sul territorio, realizza progetti di accoglienza della durata di un anno, destinati a gruppi di 15-20 persone, tra richiedenti asilo e rifugiati. Tuttavia, i posti finanziati annualmente per questo sistema di accoglienza -con uno stanziamento di circa 30 milioni di euro- sono solo 3mila, e anche se si riescono ad accogliere circa 7mila persone (grazie al turn over) resta un numero evidentemente inadeguato alla domanda: oltre 30mila richiedenti asilo nel 2008 e quasi 20mila nel 2009.

Per questo, le liste d’attesa per accedere ai progetti Sprar sono lunghissime, e molti rifugiati riconosciuti si trovano a vivere in condizioni disumane come quella dell’ambasciata somala a Roma, di cui si sono occupati i quotidiani.  Eppure gli 11,5 milioni di euro spesi in un solo anno per un Centro di accoglienza come quello di Castelnuovo di Porto -che attualmente ospita 350 persone- si sarebbero potuti coprire quasi interamente le spese dei 1.500 posti presentati dagli enti locali del Sistema di protezione, ma rimasti senza finanziamento. La direttrice dello Sprar Daniela di Capua spiega infatti che i 123 enti locali partecipanti hanno presentato progetti per 4.500 posti, ma non è stato possibile avviarli tutti per mancanza di fondi da parte del ministero dell’Interno.

Il Viminale non si è però opposto al rinnovo, tra il 2009 e il 2010, delle convenzioni con gli enti gestori di tutti i principali Cara italiani, che oggi risultano semivuoti.  Pur garantendo un elevato standard di servizi alla persona -assistenza legale e sanitaria, mediazione linguistico-culturale, inserimento scolastico dei minori, orientamento per l’alloggio e per l’inserimento lavorativo- il sistema Sprar ha un costo molto inferiore a quello dei Cara: 28 euro al giorno per persona contro i 60-70 delle grandi strutture. Il risparmio è dovuto al fatto che i progetti realizzati dai Comuni possono usufruire dei servizi già messi a disposizione dalle amministrazioni locali per la collettività, come Asl o centri di orientamento al lavoro. Si eliminano, inoltre, gli enormi apparati di logistica e sicurezza, ospitando i richiedenti asilo e i rifugiati in piccoli appartamenti situati nei centri cittadini.

È alta anche la percentuale di rifugiati che si rendono autonomi dopo aver usufruito di uno di questi progetti: secondo l’ultimo rapporto Sprar, nel 2009 hanno trovato un lavoro e una sistemazione autonoma 1.216 beneficiari su 2.840, ovvero quasi la metà.
Andrebbe incentivato, come raccomandava già nel 2007 il rapporto De Mistura del Centro alti studi delle Nazioni Unite, che aveva realizzato una valutazione sul sistema di accoglienza italiano.

Box: Cooperative all’appalto
Se i richiedenti asilo non ricevono gran beneficio dall’ingente investimento pubblico destinato alla loro accoglienza, questa rappresenta certamente un affare per gli enti gestori dei Centri di accoglienza, che se la contendono letteralmente. È il caso, ad esempio, del Cara di Foggia: la Croce rossa italiana ha fatto ricorso al Tar contro l’assegnazione al consorzio di cooperative “Connecting people”, ottenendo la modifica dell’esito della gara. L’ente rivale aveva indicato nell’offerta economica un numero di operatori diverso da quello inserito in quella tecnica, e inferiore a quello richiesto dal capitolato d’appalto. Presieduto dall’ex parlamentare della Margherita Giuseppe Scozzari, Connecting People è nato nel 2005 e raggruppa 69 cooperative in tutta Italia, gestendo 17 centri per migranti, tra cui quattro Cara (Gradisca d’Isonzo, Brindisi, Trapani e Foggia) e due Centri di identificazione ed espulsione. La sua adesione al consorzio cattolico Cgm, uno dei più vasti gruppi di cooperative in Italia, permette a Cp di accedere ai finanziamenti di Intesa Sanpaolo, essenziali per presentarsi a bandi che richiedono notevole capacità di anticipazione finanziaria. Appartenenti al mondo cattolico sono anche l’ente gestore del Cara di Crotone, membro della federazione “Misericordie d’Italia” che raggruppa oltre 700 confraternite, e la cooperativa Auxilium affidataria del Cara di Bari. Auxilium fa capo alla holding di cooperative “La Cascina”, legata a Comunione e Liberazione, che secondo un’inchiesta condotta dalla procura di Potenza nel 2008 sarebbe stata favorita dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta nell’ottenimento, senza gara d’appalto, della gestione del Cara di Policoro, in provincia di Matera.

Invece la cooperativa “Albatros 1973”, nel 2006 oggetto di inchieste per episodi di razzismo e maltrattamento di migranti, si è vista rinnovare nel 2009 la gestione del Cara di Caltanissetta: un centro per 456 persone -attualmente ne ospita circa trecento- per un’appalto triennale da oltre 18 milioni di euro. Ma la cooperativa non ha un sito web e nemmeno un numero sull’elenco telefonico per essere contattata.

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia