Diritti / Attualità

Richiedenti asilo respinti al confine tra Italia e Slovenia. La storia di Ahmed

Fermato a Trieste dalla polizia italiana a luglio 2020 e identificato senza la possibilità di formalizzare domanda di protezione internazionale, Ahmed è stato riammesso in Slovenia e infine in Croazia in un susseguirsi di violenze, percosse e trattamenti inumani e degradanti. La denuncia dell’avvocata e socia di Asgi Anna Brambilla e le responsabilità del ministero dell’Interno

Foto d'archivio. Bihać, Bosnia © Kamila Stepien/MSF

Luglio 2020. Un gruppo di circa 35 persone -cittadini afghani, pakistani e del Bangladesh, alcuni minorenni, tutti entrati in Italia dalla “rotta balcanica”- viene fermato dalla polizia italiana in prossimità della stazione di Trieste. Le persone sono trasferite con piccoli van in quello che è descritto dai testimoni come un “camp” fatto di tende. Qui le persone sono suddivise per nazionalità e sottoposte a procedure di identificazione. A tutti sono fatte domande sul viaggio e sulle ragioni dell’allontanamento dal Paese d’origine.

Uno di loro, che chiameremo Ahmed, prova, come molti altri, a chiedere asilo ma l’unica risposta che ottiene è “no asylum”. Qualcuno viene rassicurato sulla permanenza in Italia. Altri sono semplicemente ignorati. Ad Ahmed vengono fatti firmare alcuni fogli scritti in italiano senza alcuna spiegazione sul loro contenuto. Ahmed chiede cibo e acqua ma ottiene solo qualche biscotto. Alle 5.30 del giorno successivo viene trasferito, assieme ad altre persone, in Slovenia e qui riconsegnato alle autorità di polizia locali. Quello che accade dopo, durante la riammissione dalla Slovenia alla Croazia, è un susseguirsi di ulteriori violazioni ma soprattutto di violenze che per la loro sistematicità possono e devono essere definite come torture e trattamenti inumani e degradanti: percosse, cani, aria calda e fredda, elettricità.

Dal 31 luglio 2018 al 31 luglio 2019, 361 persone sono state riammesse dall’Italia alla Slovenia. A settembre 2020, il ministero dell’Interno ha confermato l’aumento delle riammissioni: 852 persone dal primo gennaio alla fine di agosto. In particolare nei mesi di giugno, luglio e agosto 2020, 1.880 persone sono state fermate in posizione irregolare in entrata nel territorio nazionale dalla polizia di frontiera di Gorizia, Trieste e del Tarvisio. Delle 1.486 persone fermate a Trieste, 491 sono state riammesse in Slovenia. Si tratta di afghani e pakistani ma anche di eritrei, somali, birmani e nepalesi. Ignoto è il numero dei minori stranieri non accompagnati che, erroneamente o volutamente considerati come adulti, potrebbero essere stati riammessi.

Per fermare le persone provenienti dalla “rotta balcanica” le autorità italiane, in accordo con quelle slovene, pur senza mai formalmente reintrodurre i controlli alle frontiere interne, hanno promesso e in parte messo in atto una crescente militarizzazione del confine: pattuglie bilaterali, esercito, droni e rilevatori termici. Più in generale a partire dal 2018 ma soprattutto nel corso del 2019-2020, la cooperazione tra Italia e Slovenia si è fatta più stringente e le autorità di entrambi i Paesi hanno fatto un uso sempre maggiore degli accordi di riammissione bilaterali per respingere le persone in arrivo dalla “rotta balcanica”.

Il 24 luglio 2020 il ministero dell’Interno, in risposta a un’interrogazione urgente presentata da Riccardo Magi, ha confermato che vengono riammesse in Slovenia anche persone che hanno manifestato la volontà di chiedere protezione internazionale e che le riammissioni vengono effettuate senza consegnare alcun provvedimento relativo alla riammissione stessa. Il ministero ha anche affermato di essere a conoscenza della successiva riammissione delle persone dalla Slovenia alla Croazia ma ha negato che questo rappresenta una violazione, trattandosi di Paesi europei.

In un ricorso recentemente presentato davanti al Tribunale di Roma proprio per una persona respinta dall’Italia alla Bosnia, abbiamo provato a portare all’attenzione dei giudici quelle che a nostro avviso appaiono come gravissime violazioni: violazione del diritto di accesso alla procedura di asilo, del diritto di informazione, del diritto a un ricorso effettivo, violazione del Regolamento di Dublino, del principio di non respingimento, del divieto di espulsioni collettive ma soprattutto totale assenza di valutazione del rischio di essere sottoposti a trattamenti inumani e degradanti.

E ancora. Al fine di comprendere meglio come avvengono le riammissioni e i controlli di polizia abbiamo presentato diverse richieste di accesso agli atti che tuttavia ad oggi sono state negate o non hanno trovato risposta. Per concludere: la tranquillità con cui il ministero dell’Interno ha ammesso tutte le violazioni è sconcertante e rappresenta un segno evidente di quanto il diritto di asilo sia oggi in pericolo.

Il confine italo-sloveno non è il solo confine interno europeo in cui si consumano violazioni. Dal 2015 la Francia ha “temporaneamente” reintrodotto i controlli ai confini interni e la Germania ha concluso accordi amministrativi con Grecia, Spagna e Portogallo di discutibile legittimità. Il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo rischia di sovvertire ulteriormente il sistema di asilo europeo in primis attraverso procedure che negheranno di fatto l’accesso al territorio europeo di tantissime persone in cerca di protezione. Chiudo con una domanda che arriva dal bellissimo libro di Jenny Erpenbeck “Voci del verbo andare”: “Dove va un uomo quando non sa più dove andare?”

Anna Brambilla è avvocata e socia dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione. Questo è il testo del suo intervento al convegno internazionale “Sulla rotta balcanica” organizzato il 27 e 28 novembre 2020 dalla rete “RiVolti ai Balcani”

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