Esteri / Reportage

La Costa d’Avorio rinasce anche grazie all’architettura

Segnato da un lungo conflitto, il Paese africano oggi progetta il suo rilancio puntando sulla formazione di architetti e progettisti. Un’occasione di sviluppo sostenibile e di riscatto per i più giovani. Per non essere costretti a emigrare

Tratto da Altreconomia 204 — Maggio 2018
Il colonnato della basilica di Notre-Dame de la Paix a Yamoussoukro. Progettata su modello della Basilica di San Pietro a Roma è la chiesa cattolica più grande del mondo - © Alberto Caspani

Il futuro sostenibile del Continente Nero passa per Bouelvard Latrille, viale che taglia in due il quartiere Cocody-Danga di Abidjan. Non lontano dall’Università dell’ex capitale della Costa d’Avorio, studenti in camicie immacolate e giacche porpora sfidano ogni giorno il sole battente. Hanno fra i diciotto e i diciannove anni, sono per lo più figli della nuova classe media, ma fra loro cresce il numero di ragazzi cui le borse di studio dell’Ordine Nazionale degli Architetti vogliono offrire l’occasione della vita: diventare gli artefici del riscatto africano.

“L’Ecole d’Architecture d’Abidjan ha aperto i battenti solo nel novembre del 2014 -spiega Jafar- ma ha già assunto un ruolo fondamentale per la Costa d’Avorio: dobbiamo ricostruire in fretta il nostro Paese, uscito da un decennio di guerra civile. Eppure abbiamo poco meno di 200 architetti, su una popolazione di 23 milioni di abitanti. Servono nuove leve, così come personale qualificato per sviluppare le infrastrutture. Stiamo perciò elaborando un nuovo modello di architettura che risponda davvero ai bisogni africani: un’architettura fatta di materiali nostri e nostre idee. Capace di durare nel tempo, tutelare l’ambiente e far rinascere le città a dimensione d’uomo. Abbiamo però un grave problema: il governo non riesce ad arginare l’emigrazione verso l’Europa”. Meta attrattiva per lavoratori regionali sin dagli anni Sessanta, la più ricca delle ex colonie francesi ha visto ribaltarsi drammaticamente i tradizionali flussi demografici: benché agli inizi il fenomeno sia stato ricondotto all’instabilità provocata dalla guerra fra i filofrancesi del Nord contro i nazionalisti del Sud (combattuta nella sua fase più critica fra il 2002 e il 2011) oggi le statistiche nazionali non riescono a trovare più giustificazioni.

Secondo i dati del ministero dell’Interno italiano, al 31 dicembre 2017, la Costa d’Avorio è il terzo Paese per provenienza tra i migranti che hanno attraversato il Mediterraneo su un gommone partito dalle coste libiche. L’economia nazionale registra però cifre record da ben sei anni: con un tasso medio di crescita dell’8%, abbondanti riserve di diamanti, manganese e oro, oltre che di mogano pregiato e giacimenti petroliferi, vanta in particolare un florido settore agricolo nel quale è occupato il 70% della popolazione. Non a caso la Costa d’Avorio è il primo produttore mondiale di cacao, con 1,9 milioni di tonnellate all’anno, oltre che leader nella produzione di semi di caffè e olio di palma.

“È paradossale sentir dire da un giovane ‘voglio andare in Europa per migliorare le mie condizioni di vita’ -osserva Issouf Ouattara, segretario generale dell’Ong “Sos Immigration clandestine” di Abidjan -quando per farlo è in grado di mettere a disposizione una cifra fra i 2 e i 3 milioni di franchi africani, cioè quasi 5.700 euro. È paradossale perché ciò di cui gli ivoriani mancano oggi è la fiducia in se stessi e nel proprio Paese: qui è presente già tutto ciò di cui hanno bisogno per uscire dal loro stato di insoddisfazione”.

Sotto lo slogan “Partire dev’esser una scelta, non l’unica strada”, i Salesiani di don Bosco hanno recentemente lanciato una campagna mirata su 400 giovani della periferia di Abidjan, di età compresa fra i 14 e i 30 anni, con l’obiettivo di tutelarli dalla “nuova tratta dei migranti”. Offrono loro opportunità di formazione e impiego per rafforzare la fiducia in se stessi, così come nelle capacità organizzative del Paese. Ai 30mila euro sinora investiti nelle azioni di sensibilizzazione, ne sono stati aggiunti altri 240mila per potenziare il centro socio-educativo “Villaggio don Bosco” nell’ex capitale Abidjan, dove vengono organizzati corsi di alfabetizzazione, informatica e imprenditoria giovanile. “BabyLab” è invece una start up creata da un giovane ingegnere informatico ivoriano, Guiako Obin, con l’obiettivo di insegnare l’uso del computer anche ai bambini, riciclando vecchie attrezzature e creando nuovi programmi.

La Fondazione Félix Houphouët-Boignyla a Yamoussoukro. A promuovere lo sviluppo architettonico della Costa d’Avorio fu il suo primo presidente Félix Houphouët-Boigny che diede vita alla corrente dell’Afro-modernismo - © Alberto Caspani
La Fondazione Félix Houphouët-Boignyla a Yamoussoukro. A promuovere lo sviluppo architettonico della Costa d’Avorio fu il suo primo presidente Félix Houphouët-Boigny che diede vita alla corrente dell’Afro-modernismo – © Alberto Caspani

Il tradizionale sfruttamento della mano d’opera nella produzione di cacao, che tende a portare nelle casse degli agricoltori ivoriani meno del 10% del costo di una barretta venduta in Europa, ha subito un importante contraccolpo grazie all’iniziativa della Société Cooperative Equitable du Bandama. La SCEB, fondata a circa 130 chilometri da Abidjan, è la prima cooperativa in Costa d’Avorio ad aver ottenuto la certificazione bioogica ed equosolidale: nel 2017 ha coinvolto 66 coltivatori, producendo circa 75 tonnellate di cacao, vendute poi sul mercato a più di due euro al chilo. Inoltre, nel corso del 2018, punta a occuparsi direttamente della trasformazione del cacao in cioccolato (solitamente realizzata fuori dalla Costa d’Avorio), aumentando così il ricavato netto dei suoi soci e proponendosi come modello nazionale cui ispirarsi.

Benché il tasso di povertà del Paese sia ancora elevato, circa il 50% della popolazione, il risanamento economico avviato dal presidente Alassane Ouattara sta dando frutti promettenti.

“Puntiamo a divenire un Paese emergente entro il 2020 -ha dichiarato al sesto Forum commerciale Europa-Africa del novembre scorso-. Abbiamo lanciato nel 2016 un Piano Nazionale di Sviluppo quinquennale, con una capacità d’investimento di 45 miliardi di euro”. Gioiello nazionale di questa strategia di rilancio è appunto l’Ecole d’Architecture d’Abidjan, all’interno della quale il Belpaese gioca un ruolo decisivo.

“La Costa d’Avorio ha un grande debito culturale con l’Italia -spiega Bakary-. Nella nostra capitale è stata edificata negli anni Ottanta la più grande chiesa del mondo, riproducendo la basilica di S. Pietro a Roma. Qui ad Abidjan, la Cathédrale Saint Paul è invece una creazione stupefacente dell’architetto italiano Aldo Spirito: ha rivoluzionato l’architettura religiosa africana. Ma il progetto più sorprendente è forse la Pyramide, l’ex centro commerciale di Abidjan costruito fra il 1968 e il 1973 da Rinaldo Olivieri”. Coraggioso tentativo di reinvenzione del classico mercato coperto africano, l’edificio ne esprime la vivacità degli scambi attraverso l’intersezione sfalsata di più piani, assumendo le sembianze di uno ziggurat ipermoderno. Oggi versa però in condizioni fatiscenti, ormai sovrastato da costruzioni ancor più ambiziose nel ricco quartiere del Plateau. “La Pyramide è per noi il simbolo di tutto quanto dobbiamo far tesoro -aggiunge Bakary-. Vogliamo recuperarne l’originalità geniale, ma evitare al contempo di commettere gli errori degli europei in Africa. L’edificio è stato infatti costruito con materiali tipici delle città a clima temperato, inadatti alle zone equatoriali, tant’è che si è ammalorato già pochi anni dopo l’inaugurazione. Vogliamo ora ridargli nuova vita ispirandoci ai principi dell’architettura sostenibile locale: trasformeremo la Pyramide nel più importante museo di architettura contemporanea dell’Africa. In questo modo potremo onorare anche lo spirito avanguardistico del nostro primo presidente, nonché fondatore della Costa d’Avorio, Félix Houphouët-Boigny”.

Le Grand Papa, com’è affettuosamente ricordato dai suoi concittadini, non fu solo l’artefice dell’indipendenza ivoriana nel 1960, ma anche un sorprendente statista che trasformò il proprio Paese in un’utopia sperimentale, costellandolo di edifici capaci di indurre gli storici dell’arte a coniare addirittura la definizione di Afro-modernismo. Basta aggirarsi nella sua città d’origine, la capitale Yamoussoukro, per stupire a ogni passo: fra piazze sterrate su cui pascolano greggi di capre e laghi da dove si levano i canti delle donne impegnate a lavare, svettano astronavi di cemento armato come l’Hotel President, o mastodontiche piste d’atterraggio in vetro riflettente, che i profani chiamano Fondazione Houphouët-Boigny.

Oggi la Costa d’Avorio guarda all’Italia come partner privilegiato per il rilancio dei suoi settori strategici: la lavorazione del legno, i trasporti marittimi, l’agroalimentare e la ricostruzione delle infrastrutture, con una bilancia d’interscambio che vale già 500 miliardi di euro. “Ricostruiremo a partire dalle canne di bambù per offrire ombra e far circolare l’aria -ha anticipato Guillaume Koffi, titolare dello studio Koffi & Dibaté e fondatore dell’Ordine nazionale degli Architetti- ma useremo anche la terra rossa e il legno di cui sono fatti gli edifici tradizionali. Vogliamo riprendere lo slancio e l’eleganza delle abitazioni coloniali di Grand Bassam, ma anche lo sperimentalismo di Yamoussoukro, con un obiettivo ben chiaro: lasciarci alle spalle gli eccessi del passato, per mostrare al mondo quale sia l’anima vera dell’Africa. Il suo amore e il suo rispetto per la Terra, così come per gli uomini che la abitano”.

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