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Quei fiori senza diritti

Prodotti in Kenya o in Etiopia, ogni anno miliardi di rose, gerbere, garofani viaggiano in aereo per raggiungere in pochi giorni l’Olanda. Il mercato floricolo mondiale non ha cambiato volto e dinamica e il movimento internazionale che chiedeva il rispetto dei diritti dei lavoratori e la creazione di certificazioni efficaci attraversa una fase difficile. Intervista a Cristiano Calvi, del movimento "Fiori e diritti"

“L’Europa è il più grande mercato di fiori recisi e fogliame. Il suo principale fornitore è il Kenya mentre l’Olanda ricopre ancora un ruolo chiave nella produzione e successiva distribuzione dei fiori in tutto il continente. Ma l’importanza dei Paesi in via di sviluppo aumenta gradualmente”. A leggere l’introduzione alle statistiche 2015 del mercato floricolo mondiale a cura del Centre for the Promotion of Imports from developing countries (CBI, in seno alla Netherlands Enterprise Agency), sembra che il tempo si sia fermato a poco meno di dieci anni fa. “La dinamica del mercato -racconta Cristiano Calvi, del movimento Fiori e diritti e co-autore nel 2007 del libro ‘Rose e lavoro’ (Altreconomia edizioni) con Pietro Raitano- è rimasta identica: dalla produzione intensiva e delocalizzata all’impattante trasporto aereo -che resta maggioritario rispetto a quello via nave-, fino al ruolo delle aste olandesi”. È un bilancio descrittivo quello che traccia Calvi. Il movimento internazionale che chiedeva il rispetto dei diritti dei lavoratori e la creazione di certificazioni efficaci attraversa una fase difficile. Mentre il mercato dei fiori -che, solo in Europa, al capitolo importazione, vale oltre 3,5 miliardi di euro- non è stato capace di trasformarsi radicalmente.
 
A otto anni dalla ricostruzione del viaggio “incredibile” dei fiori dal Kenya all’Italia contenuta in “Rose e lavoro”, come è cambiato il mercato dei fiori?
 
“La crescita di grandi piantagioni con economie di scala molto forti è rimasta invariata. Tuttavia negli ultimi 4 o 5 anni si è assistito allo spostamento di parte della produzione dal Kenya all’Etiopia, che è cresciuta in termini quantitativi del 40% tra il 2008 e il 2012. È la conseguenza della rincorsa alle migliori condizioni per chi produce. Vale lo stesso discorso per Ecuador e Cina. Sul fronte dell’export -dove i Paesi emergenti sono Malesia, Vietnam e India-, restano forti invece i legami tradizionali: dal Sud America verso il Nord, dall’Africa verso l’Europa, dall’Asia verso il Giappone. L’Olanda si conferma hub europeo e mondiale”.
 

[Il mercato dei fiori – Esportazioni – valori in milioni di euro] 
 
I dati CBI fotografano ancora una volta il ruolo chiave per il mercato europeo ricoperto dal Kenya nel 2013 (356 milioni di euro). Nel 2012, 2,6 miliardi di rose su 5 miliardi in commercio in Europa giungevano da quel Paese. Oggi chi cresce di più è l’Etiopia (+13% tra 2009 e 2013). Quando il presidente degli Stati Uniti ha fatto visita nel luglio di quest’anno in quel Paese, l’Ong Human Rights Watch gli ha ricordato come “l’Etiopia sia purtroppo diventata un modello per la legislazione draconiana a danno della libertà di parola e di associazione”. Come guardare a questo fenomeno?
 
“Bisogna fare molta attenzione alle condizioni di lavoro e ai salari cui si può ambire in quel Paese. Allo stato attuale, fatto 100 il valore al consumo di una rosa etiope sul mercato inglese, 97 resta in Europa e 3 rimane al Paese. Ventotto dollari al mese è il salario medio di un lavoratore di primo livello. L’Etiopia è un Paese in cui si sta affrontando pesantemente il tema dello spopolamento forzato, dovuto anche a piani di sviluppo suggeriti dalla Banca Mondiale. L’Etiopia quindi garantisce poco le sue popolazioni, anche se non va sottovalutata la ricchezza (6 milioni di euro) che entra nel Paese grazie all’acquisto dei fiori. È un valore che ha però prezzi molto alti in termini di salari bassi e spazio negato a sindacati e voci alternative, o alle conseguenze durissime dovute all’impiego massiccio di pesticidi, che rappresentano un elemento qualificante di questo settore. Inoltre, l’Etiopia è un Paese decisamente più ‘chiuso’ agli sguardi esterni rispetto al Kenya, ed è decisamente più difficile acquisire informazioni”.

[Il mercato dei fiori – Canali di commercializzazione – valori in %] 

 
A proposito dei canali di commercializzazione è interessante misurare il “peso” che i fioristi, in Italia, continuano a mantenere. Da loro transita il 61% dei fiori venduti. Quali sono gli strumenti che il consumatore ha per conoscere la filiera del fiore che acquista in quei luoghi?
 
“Direi che gli strumenti non ci sono, e quando ci sono sono scarsi. Nei supermercati si vende normalmente il gruppo monofiore. Presso i fioristi, invece, si vende il mazzo fatto, dove si mette il valore aggiunto. Questa molteplicità vanifica sostanzialmente la tracciabilità e il consumatore non può avere un’idea della filiera. Eccezioni permettendo, come è il Ranuncolo, ad esempio, che è soprattutto ligure. Per rose, garofani, gerbere, o Gypsophila, invece, lo sguardo tende all’estero”.

[Il mercato dei fiori – fiori commercializzati alle aste olandesi – valori in milioni di steli]

 

A proposito di certificazioni, qual è la situazione attuale a livello europeo della mobilitazione a favore di una filiera equa e sostenibile del mercato floricolo?
 
“Dopo anni di mobilitazioni i mercati che si sono dimostrati più attenti ai diritti sono quelli del nord Europa, ed è lì che i soggetti del mercato cercano di offrire qualche garanzia con strumenti quali la Floriculture Sustainability Initiative (FSI, www.fsi2020.com/), che si propone come garante e ombrello promotore di diverse certificazioni. Cresce nella grande distribuzione anche in Italia l’esperienza delle rose equosolidali certificate da Fairtrade, mentre altre esperienze come FLP Flowers Label Program a suo tempo sostenuta da Fian Germany o  FFP, www.fairflowersfairplants si sono chiuse o  sono meno efficaci.  In generale purtroppo il protagonismo delle ong e dei sindacati nei percorsi di garanzia si è affievolito e le iniziative in corso sembrano più interventi di marketing delle imprese per offrire alternative ai consumatori che non veri processi di cambiamenti strutturali, capaci di garantire un impatto positivo per le persone e per l’ambiente”.

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