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Quando Danilo accusò lo Stato – Ae 83

Negli anni 50 Danilo Dolci si trasferì dal Trentino in Sicilia. Ci andò per promuovere forme di lotta nonviolenta e rivendicare il diritto al pane, al lavoro, alla democrazia. Ripercorriamo le tappe di una vita straordinaria dedicata all’impegno civile attraverso…

Tratto da Altreconomia 83 — Maggio 2007

Negli anni 50 Danilo Dolci si trasferì dal Trentino in Sicilia. Ci andò per promuovere forme di lotta nonviolenta e rivendicare il diritto al pane, al lavoro, alla democrazia. Ripercorriamo le tappe di una vita straordinaria dedicata all’impegno civile attraverso le parole di Lorenzo Barbera, classe 1936, che con Dolci lavorò per 13 anni.
Da quel giorno dello “sciopero al contrario” fino alla “settimana di giudizio popolare” contro un governo fuorilegge





Danilo Dolci (1924-1997), triestino di nascita, fu sociologo, educatore e poeta. Negli anni 50 si trasferì nella Sicilia Occidentale, dove promosse forme di lotta nonviolenta per il pane, il lavoro, la democrazia e contro ogni mafia. Lorenzo Barbera, che intervistiamo in queste pagine, ha vent’anni quando incontra Dolci, nel 1956. Lavora con lui per tredici anni, poi, nel 1973, fonda il Cresm (Centro di ricerche economiche e sociali per il Meridione), che ancora oggi continua a promuovere lo sviluppo partecipato nella Valle del Belice, tra le province di Trapani e Palermo.



Quando conobbe Danilo Dolci?

Fu nel 1956, in occasione del famoso “sciopero al rovescio”.

“I lavoratori occupati fanno valere le loro ragioni scioperando; in che modo possono far valere le proprie i disoccupati?” domandava Danilo. “Lavorando!”, rispondevano i disoccupati di Partinico. Decidemmo, allora, di riparare la Trazzera Vecchia, un’arteria agricola sulla quale non potevano avanzare nemmeno i carretti. Il ministro Scelba la considerò un’azione eversiva, e decise di impedirla usando come pretesto l’occupazione di suolo pubblico. Arrivarono camion di poliziotti. Una ventina di persone, tra cui Danilo, vennero incarcerate.

Un mese dopo ci fu il processo: Piero Calamandrei lo definì “il processo all’articolo 4 della Costituzione”, quello che dice che lo Stato s’impegna a garantire il lavoro a tutti i cittadini.

Per quanto tempo ha continuato a lavorare con lui?

Ho lavorato con Danilo fino al 1969. A partire dal 1958 abbiamo studiato la possibilità della piena occupazione in  10 Comuni della Sicilia Occidentale, basandoci sulle potenzialità locali e sui saperi e il saper fare degli abitanti. Quell’anno a Danilo fu assegnato il premio Lenin per la pace (16 milioni di lire) e demmo vita al Centro studi e iniziative per la piena occupazione, che aveva cinque sedi a Partitico, Roccamena, Corleone, San Giovanni Gemini e Menfi.

Danilo mi affidò il Centro di Roccamena: mi dedicai a domandare gli abitanti -uomini e donne di tutte le età, di tutte le condizioni sociali- se avevano problemi, quali fossero, chi avrebbe potuto e dovuto risolverli e in che modo. Alcuni consideravano prioritaria la questione della siccità; per altri erano fondamentali i problemi del nucleo urbano, che aveva bisogno della rete idrica e di quella fognaria, nonché di fermare una frana che trascinava a valle mezzo paese. C’era -ancora- chi considerava prioritario il problema della mafia o l’intransitabilità delle strade di collegamento con la campagna e con gli altri centri abitati. Nel dicembre 1960 si erano costituiti 5 gruppi di lavoro: Diga sul Belice sinistro, Agricoltura, Nucleo urbano, Rete stradale extraurbana, Mafia. Periodicamente ciascun gruppo di lavoro relazionava agli altri riuniti in assemblea. Tutti i gruppi decisero di chiamarsi Comitato cittadino per lo sviluppo di Roccamena.



Quali furono i risultati del vostro lavoro con la popolazione di Roccamena?


In due anni il Comitato cittadino dette vita al “Piano di sviluppo di Roccamena”, che presentammo in un convegno a cui i roccamenesi invitarono i loro amici e conoscenti e i sindacati, i partiti e le associazioni di categoria i loro omologhi dei paesi vicini. Era il 2 aprile 1962 e arrivò un mare di popolo da tutta la valle del Belice. Quelle che relazionarono erano persone semplici: sulla mafia, ad esempio, parlò un contadino analfabeta e poeta, che dal 1944 al 1950 era stato in prima linea nell’occupazione dei feudi incolti e mal coltivati e nell’organizzazione delle cooperative per coltivarli.

Dopo il convegno tutti i paesi vicini ci invitarono ad aiutarli a creare un Comitato cittadino: ne nacquero 18, e riuscimmo a coinvolgere anche 16 amministrazioni comunali.

Dedicammo il 1964 alla formazione di 30 giovani laureati e diplomati della Valle del Belice, che allora chiamammo pianificatori comunali e zonali. All’inizio del 1965 la partecipazione e l’entusiasmo erano alle stelle: nacque il Comitato intercomunale per la pianificazione organica della valle del Belice.

E nel 1967 era pronto un Piano organico di sviluppo della Valle del Belice, articolato per Comuni.



Cosa avete fatto per mettere in pratica il piano che era stato elaborato in modo partecipato?

Alcuni tra i progetti, ad esempio la diga sul fiume Belice, la viabilità extraurbana, il rimboschimento, richiedevano l’impegno dello Stato e della Regione. Decidemmo, perciò, per farci ascoltare, di organizzare una grande Marcia per la Sicilia Occidentale. Da Partanna a Palermo, passando per Castelvetrano, Menfi, Santa Margherita Belice, Roccamena e Partinico e dedicando una giornata a ogni paese.  

Era la primavera del 1967: dopo la marcia incontrammo ministri e assessori regionali, portando loro proposte concrete e approfondite che venivano dal piano di sviluppo del Belice. Loro si assunsero precisi impegni. In autunno organizzammo una grande Marcia per la Pace nazionale, con due cortei che partendo uno da Milano e l’altro da Palermo si fusero a Roma il 30 novembre 1967, dopo 30 giorni di cammino. Vivevamo sull’onda di questi due eventi quando il 15 gennaio 1968 arrivò il terremoto che sconvolse la Valle del Belice.

Tutti i nostri piani erano sconvolti: la gente non viveva più nelle case ma in bivacchi in campagna e poi nelle tendopoli. Attraverso i comitati nati nelle tendopoli realizzammo, in poche settimane, assemblee cittadine e riunioni intercomunali. Il 2 marzo 1969 eravamo accampati in 1.500 a piazza Montecitorio. Ci restammo 4 giorni e 4 notti,  circondati dalla solidarietà dei romani, dall’attenzione dei media e dal sostegno di sindacati e di varie associazioni. Proponemmo un testo di legge per la ricostruzione e lo sviluppo della Valle del Belice: fu dibattuto, adeguato e approvato dalla camera dei Deputati il 5 marzo. Ritornammo contenti e acclamati dalla stampa, ma con il passare dei mesi dovemmo constatare che il governo non dava attuazione alla legge.



E quale fu, allora, la vostra reazione?

Nel settembre del 1968 si svolse a Roccamena una grande assemblea di tutta la Valle del Belice. Decidemmo di dar vita a una “settimana di giudizio popolare”. Individuammo quindi all’interno del governo nazionale e di quello regionale i protagonisti del mancato avvio delle attività di ricostruzione e sviluppo. A tutti inviammo un dossier, nel quale si mettevano a fuoco gli impegni non mantenuti e i conseguenti danni causati all’economia, all’occupazione e alle famiglie rotte dall’emigrazione. I giudici erano 96 tra contadini, disoccupati, impiegati e studenti della Valle. Tra i 9 personaggi più autorevoli sotto accusa c’era il ministro dei Lavori pubblici, Mancini, che giustificò tutte le sue inadempienze con ragioni tecniche e burocratiche. Venne condannato a vivere in tenda per un mese con la sua famiglia, lavorando come camionista sulle strade intransitabili della zona. Una condanna dichiaratamente simbolica e carica di missione pedagogica.



Cambiò qualcosa?

Non nel comportamento del governo; crebbe, però, la consapevolezza e l’iniziativa della gente. Un esecutivo che non dava attuazione a una legge approvata dal Parlamento era fuorilegge. E non si pagano le tasse a un governo fuorilegge: i cittadini portavano le bollette nelle sedi dei comitati cittadini, che le confezionavano in pacchi che inviavamo al ministro delle Finanze con lettere di accompagnamento che spiegavano le ragioni della disubbidienza civile della popolazione del Belice. Il ministro girava le bollette ai prefetti di Palermo, Trapani ed Agrigento, che, a loro volta, le inviavano ai sindaci dei Comuni terremotati delle tre province, che provvedevano a ridistribuirle alle famiglie che, a loro volta, le riportavano ai comitati cittadini. E ricominciava il giro. Alla fine del 1969, il Parlamento -anziché pressare il governo perché desse attuazione al provvedimento approvato l’anno precedente- fece una legge con la quale esonerava dal pagamento delle tasse la popolazione della Valle del Belice.



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