Altre Economie

Porto Alegre, l’impossibile sintesi della vita – Ae 26

Numero 26, marzo 2002L'immagine sintetica di questo Forum Sociale Mondiale? Quella di alcune donne. Come il sindaco di San Paolo, bionda, paffuta e solare con un sorriso che pare saldare insieme determinazione e ottimismo, e ti viene voglia di conoscerla….

Tratto da Altreconomia 26 — Marzo 2002

Numero 26, marzo 2002

L'immagine sintetica di questo Forum Sociale Mondiale? Quella di alcune donne. Come il sindaco di San Paolo, bionda, paffuta e solare con un sorriso che pare saldare insieme determinazione e ottimismo, e ti viene voglia di conoscerla. Poi vedi San Paolo, una città di 17 milioni di abitanti, e ti chiedi come sia possibile governarla, e il solo pensiero spaventa e inquieta.

San Paolo e Marta, il suo sindaco, sono lo specchio della contraddizione di oggi, che il Forum di Porto Alegre amplifica, tra la speranza-volontà di “un mondo diverso è possibile” e la mostruosità dei problemi dell'oggi, il dramma quotidiano di milioni di esclusi. A Porto Alegre c'erano quelli come Marta e anche gli esclusi, o almeno quelli che degli esclusi vogliono essere voce. A un mese di distanza (il Forum si è chiuso il 5 febbraio) se ne può tracciare un bilancio, una sintesi?

Scordatevelo.

Scordatevi la sintesi. Abbiamo dovuto farlo anche noi, di ritorno dal Forum carichi di interviste e documenti ma a mani vuote di visioni d'insieme, di alternative organiche al pensiero unico del mercato. D'altra parte il Forum Sociale Mondiale, più concretamente, non ha mai promesso questo; fin dall'inizio si è proposto come “uno spazio aperto di incontro per la riflessione, il dibattito democratico delle idee, la formulazione delle proposte, lo scambio di esperienze e l'articolazione di azioni efficaci di organizzazioni e movimenti della società civile che si oppongono al neoliberismo e al dominio del mondo del capitale e a qualunque forma di imperialismo e sono impegnati nella costruzione di una società planetaria centrata sull'essere umano”.

Dove sta allora il significato di Porto Alegre?

Due i punti. Il Forum, come tutti gli eventi di questa portata, è stato spettacolo a se stesso. Dimostrazione, per sé e per gli altri, di esistenza, di capacità organizzativa e di espansione. Fanno parte di questo punto le sessioni più spettacolari e di massa, quelle con Chomsky, Naomi Klein, Frei Betto, Montalban…

D'altra parte l'aspetto più interessante -forse il più innovativo se il Forum stesso non sarà sommerso dal gigantismo e dalla dispersione- è stato invece quello meno catalogabile, quello delle 700 e passa oficinas, o workshop che dir si voglia (e su questo le opinioni ormai convergono). Scrive in un suo reportage Sara Ongaro, giovane antropologa (oltre che amica e lettrice di AE): “La prima sensazione o forse la prima tentazione è quella di credere di avere visto migliaia di pezzetti inconciliabili che testimoniano un grande no al mondo così com'è, ma con mille sfumature e toni diversi che faticano a comporsi almeno in alcuni sì, nelle proposte concrete, nell'articolazione della realtà. Eppure i no sono già cellule di resistenza che lavorano, pensano, creano coscienza, inventano strategie e risposte, difendono i diritti, accompagnano spiritualmente, tengono viva la memoria. Forse noi siamo troppo abituati a realtà limitate, parziali e un insieme così composito, variopinto e plurale non può che fare spavento, sembrare ingovernabile e inconcludente”.

Sì, forse eravamo partiti per Porto Alegre con la speranza di trovare una sintesi (e tutte le volte che ci invitano a parlarne cogliamo nei nostri interlocutori la stessa domanda) e ci siamo accorti che la strada non è questa. Dobbiamo riconoscere una persistente incapacità nel tracciare un'alternativa al neoliberismo e forse più che di una sintesi, i movimenti sociali -che sono, questi sì, ormai una realtà globale- hanno ancora bisogno di conoscersi, di dirsi chi sono gli uni per gli altri, di confrontare esperienze e obiettivi. E poi, ancora, di crescere, di allargare l'area del consenso, di affinare gli strumenti teorici.

A ben vedere quello che servirebbe (e i Forum continentali dei prossimi mesi potrebbero contribuire a questo) è una sistematizzazione delle esperienze: nessuno oggi può permettersi di stringere una sintesi, che finirebbe fin troppo facilmente in ideologia.

E questo è il limite del documento con il quale si è concluso il Forum dei movimenti sociali (non tutto il Fsm, si badi bene, perché era appunto chiaro, fin dalla prima edizione dello scorso anno, che una sintesi di tutte le visioni non sarebbe stata possibile).

Giorgio Ferraresi su “Carta” scrive a questo proposito: “Il testo base della discussione tradisce un approccio molto da 'Terza Internazionale', teso ad una analisi generale dello stato di cose, alla enunciazione di principi ed orientamenti di fondo, alla definizione di alcune linee di risposta ed alla proposta di una serie di scadenze unitarie di movimento su molte questioni. Un documento senz'altro intenso, eticamente forte ed anche con una buona capacità di definizione di problemi e di possibili risposte: ma, appunto, 'di linea'… Il documento che ne è uscito risente ancora nella struttura generale dell'impostazione iniziale, ma è molto più ricco e denso di riferimenti a temi e obiettivi articolati e influenzati dalle differenze. Anche così, comunque, un documento del genere, che per molti altri versi ha una notevole importanza ed è denso di senso e impegno antiliberista e per la pace, non rappresenta l'articolazione ricca del Forum: ripropone la logica delle grandi scadenze unitarie, non riguarda la priorità di altro tipo, di logiche di presenza e di mobilitazione 'nei territori'”.

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Una buona spiegazione di ciò che significa Porto Alegre l'ha data Juao Pedro Stedile, leader storico e carismatico del Movimento Sem Terra (tra i promotori del Forum) in un'intervista pubblicata nello speciale di www.unimondo.org dedicato a Porto Alegre. Spiega Stedile: “Siamo qui a Porto Alegre perchè il Forum rappresenta un punto di incontro per tutte le persone che credono che un altro mondo sia possibile. Siamo qui per denunciare come il neoliberismo affami e distrugga la dignità delle persone. Siamo qui per manifestare tutti insieme contro la logica del profitto a tutti i costi. Lo scopo principale di questa settimana di lavori è quello di costruire insieme un'alternativa credibile e forte. Dobbiamo conoscere e scambiarci le esperienze di resistenza che stiamo sperimentando in modi e tempi diversi nei quattro angoli della Terra. Arriveremo alla fine della settimana con nuovi patti di lavoro che consolideranno l'impegno iniziato lo scorso anno proprio qui a Porto Alegre”.

Dovendo scegliere segnaliamo 2 piste di riflessione e di incontro che il “popolo di Porto Alegre” sta percorrendo (e che forse, a ben guardare, sono una sola).

La prima la sintetizziamo così: “La partecipazione non è solo un mezzo, è anche un fine”.

Della partecipazione e della democrazia si è parlato continuamente a Porto Alegre anche perché la capitale del Rio Grande do Sul è, da 12 anni, la patria del bilancio partecipativo. Sono ormai un centinaio i Comuni dello Stato dove si tengono assemblee cittadine per definire insieme investimenti e priorità dei bilanci pubblici. Lo scorso anno 378 mila persone hanno discusso e deciso il bilancio del Rio Grande do Sul attraverso l'orçamento participativo. Ma il modello è oggetto di sperimentazione anche in altri Paesi del Sud America (Ecuador e Argentina), in Asia (per esempio nello stato indiano del Kerala), in Africa Occidentale, e anche in Europa (Sant Feliu de Llobregat in Catalogna e a S.Denis in Francia per esempio).

Sullo stesso tema in Italia stanno lavorando Alberto Magnaghi e quelli del suo gruppo del “nuovo municipio” (vedi box a pagina 13). Da qui potrebbe venire una sferzata per la democrazia che potrebbe far da volàno anche ai movimenti sociali.

La seconda pista è quella relativa al nuovo protagonismo dei territori locali e in esso al ruolo che possono svolgere comuni, municipalità e regioni.

La Dichiarazione di Porto Alegre delle città per l'inclusione sociale (http://www.autoridadeslocais.com.br/), prende posizione a favore dello sviluppo sostenibile e di contenuti “radicali” quali il rifiuto della privatizzazione dei servizi e l'affermazione dei beni comuni come l'acqua e il cibo. Per il momento sono parole ma intanto per sottoscriverle sono arrivati amministratori locali da tutto il mondo, da Budapest (Ungheria) a Cartagena da Indias (Colombia), da Van (Turchia) allo Stato del Chiapas (Messico).

Tarso Genro, attuale sindaco di Porto Alegre, organizzatore del Forum, dal 28 al 30 gennaio è riuscito nell'impresa di far sedere fianco a fianco oltre mille amministratori locali e sindaci, conservatori e progressisti, liberali e comunisti per una riflessione comune sui problemi che investono le città ed in particolare su come affrontare povertà ed inclusione sociale.

Il terzo Forum degli enti locali per l'inclusione sociale è già convocato a Porto Alegre nel 2003.

Insomma, si gioca sul territorio la partita di “un altro mondo è possibile”, con un nuovo protagonismo e una nuova intelligenza. E il locale è il terreno di prova anche per le utopie e le alternative.

Come per Marta, sindaco della megalopoli di San Paolo, del Partido dos trabalhadores (Pt), o come Isalene, sindaco anche lei del Pt che, a Forum concluso, ci dice: “In queste città si gioca una partita fondamentale: la destra vuole dimostrare che la solidarietà, la democrazia partecipativa è solo un bluff e non può servire a disegnare il futuro di una città o di uno Stato. Ma noi oggi abbiamo come non mai la possibilità di provare a mettere in gioco l'utopia, quello per cui abbiamo sempre lottato”.

Già, l'utopia.

Isalene è alla guida di Campinas dall'11 settembre. Quel giorno il sindaco di Campinas, anche lui del Pt, è stato assassinato, spazzato via come qualche settimana dopo è successo al sindaco petista di Santo Andrés.

A ottobre il Brasile rivota per le presidenziali. Lula, candidato storico della sinistra -dicono anche i suoi amici- perderà ancora. E intanto muoiono ammazzati quei quarantenni che, per competenza e seguito popolare, potrebbero raccoglierne l'eredità.

Eppure qui continuano a crederci: un altro mondo è possibile se la gente lo vuole.

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Forum Mondiale, le cose migliori vengono da Sud

La manifestazione di apertura ha riempito Porto Alegre con un lungo, pacifico corteo: 60 mila persone e forse più e, dietro di loro, decine di migliaia di organizzazioni e movimenti sociali. Non c'erano tutti: mancava per esempio una bella fetta di Europa del Nord, ma anche di Asia (a parte l'India) e di Africa.

Ma c'erano molti dell'America del Sud, e, in particolare, tanti argentini. E gli interventi più emozionanti sono stati quelli del Sud del mondo, come per esempio quello di Rigoberta Menchù, guatemalteca, premio Nobel per la pace.

Pare che l'organizzazione del Forum (volontariato a parte) sia costata un milione di dollari ma che abbia fruttato, come indotto sul territorio, qualcosa come 25 milioni di dollari. (I giornali locali hanno titolato: “La miglior notizia del Forum è che il Forum sarà a Porto Alegre anche per il 2003”).

I brevetti tra sementi e software
Le sementi come metafora del software. È questa l'idea che a Porto Alegre collega gli interventi dell'incontro su “Sapere, diritti d'autore e brevetti”.

A tirare le fila del discorso è Francois Houtard, che non rinuncia alla sua impostazione marxista e, come prima cosa, sottolinea che i brevetti e i diritti di proprietà intellettuale sono un ostacolo alla ricerca. Cita l'esempio di Cuba dove la ricerca biomedica riesce a fare progressi rapidi e a costi minori perché non ci sono problemi di protezione delle scoperte e quindi ogni novità diventa subito di dominio comune.

A indicare cosa sia una esperienza concreta di proprietà intellettuale comune, è un rappresentante nicaraguense di Via Campesina.

L'intervento più atteso è però quello di Richard Stallman, autore nel 1984 del manifesto del Software Libero e animatore del progetto Gnu/Linux. Il suo discorso è una difesa a oltranza del software libero, e del diritto di riprodurre i programmi per darli ad amici e per migliorarli. Ed è qui che viene tracciato il suggestivo parallelismo con le sementi: come i contadini devono poter disporre dei semi, per darli ai vicini, per scambiarli e per migliorarli con processi di selezione e incroci naturali, così chi usa prodotti informatici deve poterne disporre in maniera libera, per scambiarli e per effettuare adattamenti e miglioramenti.

Questo non significa che i progettisti debbano rinunciare a un giusto guadagno, ma che tutti devono poter intervenire sui programmi, che devono essere considerati come dei beni intellettuali di proprietà comune. Secondo Stallmann questo concetto deve estendersi anche ad altri prodotti: manuali, libri di testo, dizionari e forse anche alle opere d'arte. Saranno gli utilizzatori a decidere se un prodotto riadattato e modificato da qualcuno è meglio o peggio dell'originale.

Stallmann ha concluso il suo intervento travestendosi da gran sacerdote del software libero, con tanto di aureola fatta con un disco di memoria. Questa è la veste con cui lo rappresentano spesso: il “santone del software libero”. Se questo è un modo per diffondere l'idea -dice- va benissimo, e invita tutti a diffondere l'immagine di questo novello sant' IGNUzio (sperando che diventi altrettanto popolare di sant'Ignazio).

La parola d'ordine è abbandonare Microsoft e usare Gnu/Linux.

Tra l'altro il secondo Forum internazione del software libero si terrà a Porto Alegre dal 2 al 4 maggio. !!pagebreak!!

La carta del nuovo municipio
Tra i workshop organizzati dagli italiani a Porto Alegre, uno aveva per titolo “Sviluppo locale autosostenibile: il ruolo e i compiti delle nuove municipalità e la valorizzazione delle reti sociali di attori locali per una globalizzazione dal basso”. È stata la presentazione internazionale della “Carta del nuovo municipio” elaborata dal gruppo di Alberto Magnaghi (scaricabile da www.carta.org/cantieri/portoalegre02/nuovo_municipio.htm). Di seguito alcuni stralci del documento:

“Il mercato globale usa il territorio dei vari Paesi e delle diverse aree geografiche come uno spazio economico unico; in questo spazio le risorse locali sono beni da trasformare in prodotti di mercato e di cui promuovere il consumo, senza alcuna attenzione alla sostenibilità ambientale e sociale dei processi di produzione. I territori e le loro 'qualità specifiche' -le diversità ambientali, di cultura, di capitale sociale- sono dunque 'messe al lavoro' in questo processo globale che però troppo spesso le consuma senza riprodurle, toglie loro valore innescando processi di distruzione delle risorse e delle differenze locali. L'alternativa a questa globalizzazione parte da qui: da un progetto politico che valorizzi le risorse e le differenze locali promuovendo processi di autonomia cosciente e responsabile, di rifiuto della eterodirezione del mercato.

… Il nuovo ruolo degli enti locali e delle loro unioni per una globalizzazione dal basso. Per realizzare futuri sostenibili fondati sulla crescita delle società locali e sulla valorizzazione dei patrimoni ambientali, territoriali e culturali propri a ciascun luogo, gli enti pubblici territoriali debbono assumere funzioni dirette nel governo dell'economia. E per costruire in forme socialmente condivise queste nuove funzioni di governo devono attivare nuove forme di esercizio della democrazia. Solo il rafforzamento delle società locali e dei loro sistemi democratici di decisione consente da un lato di resistere agli effetti omologanti e di dominio della globalizzazione economica e politica, dall'altro di aprirsi e promuovere reti non gerarchiche e solidali. Il 'nuovo municipio' si costruisce attraverso questo percorso, finalizzato a trasformare gli enti locali da luoghi di amministrazione burocratica in laboratori di autogoverno. Nuove forme di autogoverno, in cui sia attiva e determinante la figura del produttore-abitante…”

Summit indigeni, la rete amazzonica
Pochi giorni prima dell'appuntamento di Porto Alegre, dal 25 al 27 gennaio, si è tenuto a Belém il primo Forum Sociale pan-amazzonico, che si propone di creare un luogo d'incontro e di organizzazione dei movimenti popolari e sociali dell'area amazzonica (Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia, Venezuela, Guaiana-Georgetown, Suriname, Guaiana-Caiena e Brasile). Ma i popoli indigeni sono stati protagonisti anche a Porto Alegre, nonostante i numeri esigui: 170 delegati. Alle loro lotte

(basti pensare all'Ecuador, alla Bolivia, al Cile dove i Mapuche sono in carcere per le azioni contro le multinazionali, al Messico) si guarda con sempre maggiore consapevolezza e partecipazione.

Il Forum di quest'anno si è chiuso col suono di una grande conchiglia fatta vibrare da un indigeno della Colombia, rivolto ai 4 punti cardinali, al cielo e alla terra.
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Molti cartelli nell'aeroporto di San Paolo informano che la direzione sta facendo del suo meglio per ridurre il consumo di energia elettrica, come richiesto dal governo, e, in effetti, qualche lampadina è spenta e l'aria condizionata non è così gelida come da altre parti.

La crisi dell'energia elettrica in Brasile è scoppiata ufficialmente a metà dello scorso anno, attribuita dal governo alla scarsità di piogge negli ultimi due anni. Ma a Porto Alegre non sono d'accordo: la crisi brasiliana è invece un esempio paradigmatico delle conseguenze delle politiche neoliberali di privatizzazione del settore energetico.

Sono queste le conclusioni di un seminario di due giorni ( 3 e 4 febbraio) coordinato dal ministero per l'energia dello stato del Rio Grande do Sul, con la partecipazione di tecnici e lavoratori del settore energetico e attivisti dei movimenti ecologisti.

L'idea di attribuire la crisi alla scarsità delle piogge è considerata risibile proprio dai tecnici che intervengono nel dibattito. La crisi era prevista da tempo. Per anni i consumi sono aumentati molto più della capacità produttiva installata: negli anni '90, ad esempio, i consumi sono aumentati del 44,6%, mentre la capacità produttiva è aumentata solo del 28,5 %.

Da tempo gli osservatori più critici del processo di privatizzazione avevano evidenziato la necessità di nuovi investimenti suggerendo che i capitali privati fossero utilizzati non per acquisire le centrali già esistenti, ma per costruirne di nuove. Ma una scelta del genere, attenta agli interessi collettivi più che alla realizzazione immediata di alti profitti, non è stata adottata.

Anche quando le società private, spinte dal governo, si sono impegnate a investire in nuovi impianti, non hanno mantenuto le promesse; come nel caso del piano di installazione di nuove centrali termoelettriche (a gas o petrolio), che avrebbero dovuto integrare il sistema idroelettrico: delle 49 centrali previste per il 2000-2001 solo 15 sono state costruite, 13 delle quali da parte della società statale Petrobras.

Una scusa spesso invocata dalle società private per giustificare la mancata costruzione di nuove centrali, è la forte protesta dei movimenti che si oppongono alla costruzione di grandi dighe. Attualmente ci sono circa 2000 dighe in Brasile, con un'area allagata di oltre 34.000 km quadrati e il piano di costruzione di nuove centrali prevede che entro il 2015 saranno costruite 494 nuove centrali idroelettriche, che richiederanno nuove dighe e l'espulsioni di circa 800.000 persone dalle terre che attualmente occupano. I costi sociali di queste scelte sono evidentemente molto alti, e l'opposizione alle nuove grandi dighe è forte. D'altra parte l'energia prodotta dalle centrali idroelettriche è indubbiamente più pulita e rinnovabile di quella prodotta nelle centrali termiche e il problema quindi è come conciliare la richiesta di più energia, con l'esigenza di produrla in modo pulito e rispettoso dei diritti di tutti.

I movimenti antidighe presenti al seminario hanno indicato la strada delle piccole centrali, e dell'investimento in nuove forme di energia rinnovabile: eolico e biomasse innanzi tutto. Ma sono strade che interessano poco le grandi compagnie private, perché richiedono grandi investimenti senza certezza di utili a breve termine. Resta poi la scelta fondamentale del risparmio energetico, che però può essere perseguita in modo efficace solo se si rifiuta la logica del mercato, che impone alle imprese private di vendere sempre più energia per aumentare i profitti. Persino il razionamento e i sovraprezzi imposti dal governo per limitare i consumi durante la crisi energetica (ora rientrati) rischiano di diventare una occasione di guadagno per le società distributrici, che chiedono di considerarli come una forma di compensazione per i mancati guadagni derivati dalla diminuzione forzata dei consumi.

La crisi brasiliana è un'occasione per impore un ripensamento sulla politica di privatizzazione e, nel contempo, un caso di studio di grande interesse anche per gli altri Paesi che stanno percorrendo la stessa strada nella gestione della politica energetica. Ma secondo alcuni dei tecnici intervenuti nel dibattito, le indicazioni che si devono trarre da questa esperienza vanno ben al di là del solo settore dell'energia elettrica e devono servire a prepararci a una crisi energetica ben più grave e di dimensioni planetarie, che si manifesterà quando la produzione del petrolio arriverà al massimo consentito dalle riserve esistenti, per poi cominciare a declinare.

Il presidente della federazione brasiliana delle associazioni degli ingegneri, Paulo Metri, ha citato le previsioni di produzione mondiale del petrolio di ricercatori internazionali, che prevedono il picco della produzione mondiale attorno al 2010. Da oltre dieci anni ormai la scoperta di nuovi giacimenti è inferiore all'aumento dei consumi di petrolio e attualmente l'80% del petrolio prodotto nel mondo proviene da pozzi scoperti prima del 1973. Fernando Siqueira, vicepresidente dell'associazione degli ingegneri di Petrobras (la società petrolifera nazionale del Brasile), ha riassunto la situazione: “In duecento anni di società industriale abbiamo consumato le riserve di energia che la natura ha accumulato in 500 milioni di anni”.

Per il futuro non potremo contare su altre riserve di energia così facili da sfruttare, ma nel frattempo le grandi compagnie petrolifere stanno cercando di guadagnare il più possibile prima della crisi, senza preoccuparsi di investire sulla costruzione di prospettive future.

Emilio Novati

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Altromercato si fa gli affari del Rio Grande

Almeno in 7 workshop del Forum si è parlato di commercio equo. Uno, in paricolare, è stato organizzato da Ctm altromercato ed è stato l'occasione per incontrare un centinaio di delegati, alcuni dei quali sentivano parlare per la prima volta di “commercio giusto”.

Presente anche il responsabile del Dipartimento di Economia popolare del ministero dello Sviluppo e degli affari esteri dello stato del Rio Grande do Sul, che ha chiesto a Ctm altromercato una consulenza e il coinvolgimento nel loro progetto di promozione e stimolo dell'economia sociale.

Su questo tema il Rio Grande do Sul ha anche allo studio una cooperazione con la Francia.

Internet, fatevi un giro nelle utopie
Il Forum Sociale Mondiale è stato seguito con cronache quotidiane da alcuni siti Internet ai quali rimandiamo i nostri lettori che vogliano avere un'idea più ampia di quanto accaduto a Porto Alegre.

Suggeriamo di partire dall'ottimo lavoro che hanno fatto Jason Nardi e la redazione di www.unimondo.org.

Nell'home page (oltre al rimando al sito ufficiale del Forum) trovate il link con il dossier costruito giorno per giorno su Porto Alegre.

Ci sono soprattutto le cronache (ma anche l'intervista con Stedile, il leader dei Sem Terra, e i link con gli altri siti che si sono occupati di Porto Alegre) e alcuni approfondimenti sui temi del Forum suddivisi per macro-aree:

PRODUZIONE DI RICCHEZZA

Multinazionali, Controllo dei capitali finanziari, Debito estero, Lavoro, Economia solidale, Terra e riforma agraria.

ACCESSO ALLA RICCHEZZA E SOSTENIBILITÀ

Sapere e proprietà intellettuale, Salute e medicinali, Preservazione dell'ambiente, Acqua: bene comune, Popoli indigeni, Città e popolazioni urbane, Sicurezza degli alimenti.

SOCIETà CIVILE E LUOGHI PUBBLICI

Lotta contro le discriminazioni, Democratizzazione della comunicazione, Produzione culturale, Prospettive del movimento globale, Cultura di violenza, Migrazione e rifugiati, Educazione.

POTERE POLITICO E ETICA

Potere globalizzante, Democrazia partecipativa, Sovranità, stato e nazione, Lotta per la pace, Principi e valori, Diritti umani.

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