Ambiente / Intervista

“Portiamo in tribunale i governi che non lottano contro il cambiamento climatico”

L’avvocato Dennis van Berkel è nel team di consulenti che ha fatto condannare i Paesi Bassi nel dicembre 2019 per non avere ridotto le emissioni di gas climalteranti. Con l’ong Urgenda sta seguendo altri 20 casi insieme al Climate Litigation Network. Il punto della situazione

© NOAA - Unsplash

“La pandemia è l’occasione per cambiare. Di fronte all’emergenza sanitaria causata dal Covid-19 i governi hanno dimostrato di potere agire con prontezza. Ora devono fare lo stesso per affrontare il cambiamento climatico. Non è più sufficiente parlare di riduzione delle emissioni: per la transizione energetica servono interventi nazionali e incentivi economici”. A parlare è Dennis van Berkel, avvocato di Urgenda, Ong olandese che nel 2013 insieme a 886 persone ha fatto causa ai Paesi Bassi accusandoli di non adottare i provvedimenti necessari per contrastare il climate change. Nel dicembre 2019 la Corte suprema del Paese ha emesso una sentenza storica: ha condannato lo Stato per non avere fatto abbastanza per mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici e difendere i suoi cittadini. “La Corte ha sancito che gli Stati devono agire per contrastare il riscaldamento globale se non vogliono violare i diritti umani. È un’affermazione che ha un valore universale”, afferma van Berkel. L’avvocato è anche il co-direttore del Climate Litigation Network, rete di consulenti legali che utilizza la legge come strumento per fare pressione sui governi e spingerli ad avviare piani più ambiziosi per tutelare l’ambiente.

Il 21 dicembre 2019 la Corte suprema olandese ha emesso una sentenza storica: ha imposto al governo dei Paesi Bassi di tagliare entro la fine del 2020 le emissioni inquinanti del 25% rispetto ai livelli del 1990. Da quel momento che cosa è cambiato?
DvB Prima della decisione della Corte, il cambiamento climatico e le azioni per contrastarlo non erano inseriti nell’agenda politica. Alcuni dei principali partiti in Parlamento si rifiutavano di considerare i gravi effetti che il climate change stava avendo sulla vita delle persone e sui diritti umani. Era un indice del livello culturale del dibattito. Dopo la sentenza sono cambiate molte cose, anche nella percezione del problema da parte della popolazione. Era rimasta scioccata dalla decisione della Corte perché già solo l’intervento di un organo di questa portata indicava quanto fosse grave la situazione in cui ci trovavamo. Ed è successo lo stesso con i partiti che hanno iniziato a capire che non si potevano più ignorare gli effetti dell’inquinamento. Il governo è stato costretto a prendere misure sul breve e lungo termine: ha ridotto le centrali di carbone, una delle principali fonti inquinanti nel Paese, ha investito sulle energie rinnovabili e avviato un programma di sostegno ai cittadini per incentivare l’efficienza energetica delle loro abitazioni. Come Urgenda abbiamo presentato un pacchetto di 50 azioni che possono aiutare l’esecutivo a favorire la transizione, dai bonus per i pannelli solari alla riduzione della velocità delle auto.

Dennis van Berkel © Arbitration Institute of the Stockholm Chamber of Commerce

La vostra vittoria ha rappresentato un precedente significativo. Ha influenzato casi simili in altri Paesi?
DvB Sì. Ora cittadini in tutto il mondo stanno avviando cause contro il loro governi per l’insufficienza delle misure adottate contro il cambiamento climatico. Come avvocati di Urgenda stiamo seguendo 20 casi insieme al Climate Litigation Network. Uno dei più significativi è quello che abbiamo portato avanti con l’organizzazione Friends of the Irish Environment contro il governo irlandese per conto di più di 20mila cittadini. A luglio 2020 la Corte suprema del Paese ha ordinato al governo di rivedere i suoi programmi per la riduzione delle emissioni di gas climalteranti. Il National Mitigation Plan è stato giudicato vago e fallimentare nel dare indicazioni specifiche su come praticare la transizione energetica e la decarbonizzazione al 2050, come richiesto dal Climate Act in vigore dal 2015. È stata una vittoria storica perché ora il governo è obbligato a riformulare un nuovo e più ambizioso piano.

Le vostre azioni si rivolgono contro i governi e non le aziende. Perché?
DvB Per più di 25 anni i governi hanno cercato di negoziare le loro azioni per contrastare il climate change. Non ci sono riusciti e le emissioni di gas serra sono continuate. Ma il cambiamento climatico ha un diretto impatto sulla vita delle persone, sulle famiglie, sulla salute. Mette a rischio i diritti umani, li indebolisce, ed è per questo che bisogna richiamare gli Stati alle loro responsabilità. Sono loro che devono tutelare i cittadini e sono obbligati a proteggere il diritto alla vita. Hanno gli strumenti per poterlo fare, più delle imprese.

Qual è il ruolo delle azioni legali nella lotta al cambiamento climatico?
DvB Oggi i governi devono adottare leggi ambiziose e i ricorsi in tribunale possono spingerli verso questa direzione. Come attivisti e avvocati dobbiamo forzarli a spiegare perché non lo stanno ancora facendo e che cosa è necessario realizzare per tutelare i diritti dei cittadini. Si può iniziare di fronte a un giudice, una legge alla volta.

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