Ambiente / Approfondimento

Pesticidi nei suoli. Due modelli di agricoltura a confronto

La campagna di sensibilizzazione “Cambia la Terra” ha messo a confronto la presenza di sostanze contaminanti tra campi coltivati con metodo “convenzionale” e biologico. Le concentrazioni più elevate sono state rilevate dove si pratica agricoltura intensiva e la sostanza più ricorrente è il glifosato

© Laura Arias, via unsplash

La campagna Cambia la Terra ha esaminato la presenza di contaminati nel suolo di 24 campi agricoli italiani, confrontando le aree ad agricoltura “convenzionale” con quelle coltivate a biologico. I risultati parlano chiaro: nei campi coltivati con tecniche erroneamente definite “tradizionali” sono state trovate 20 sostanze diverse, la più comune è l’erbicida glifosato e le sostanze derivate dalla sua degradazione (metaboliti). Nelle coltivazioni biologiche, invece, non sono stati trovati contaminanti se non per la presenza di residui o per sostanze provenienti da campi limitrofi. È quanto emerge dalla ricerca “La compagnia del suolo“, realizzata nel 2021 e pubblicata ad aprile 2022 nell’ambito di Cambia la Terra, campagna di sensibilizzazione e di informazione promossa dal mondo del biologico (FederBio) e sostenuta dall’associazionismo e dalla ricerca, per far crescere la consapevolezza sui danni dell’agricoltura chimica alla salute, all’ambiente, alla coesione sociale, all’economia stessa (Isde, Legambiente, Lipu, Slow Food, Wwf).

Lo studio ha esaminato la presenza di pesticidi nei terreni coltivati e analizzato i differenti impatti legati alla scelta di coltivare secondo metodo biologico o convenzionale. Per realizzare il confronto sono state individuate 12 aree caratterizzate dalla presenza di campi confinanti in cui fossero praticate le due metodologie, aventi la stessa coltura e caratteristiche simili. Si è quindi provveduto a prelevare campioni di suolo che sono stati successivamente inviato a un laboratorio certificato per le analisi. I prelievi sono stati effettuati nelle Regioni di Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna, Marche, Toscana, Lazio, Basilicata, Puglia e Sicilia tra luglio e novembre del 2021.

Per quanto riguarda l’agricoltura convenzionale il 43% delle sostanze rilevate risultavano fungicidi, il 24% insetticidi, 19% erbicidi, 9% risalgono al Ddt e al suo metabolita Dde mentre il restante 5% è rappresentato dal rame. Il singolo contaminante più diffuso è il glifosato (presente in sei campi), seguito dall’ampa un acido che deriva dalla degradazione del glifosato le cui tracce sono state trovate in cinque campi coltivati secondo metodi convenzionali. Sono state trovate anche tracce di sostanze non più permesse. I suoli biologici, per contro, sono risultati decisamente più “puliti”: le sole sostanze di sintesi individuate sono state tracce di cipermetrina (un insetticida il cui uso non ha alcuna giustificazione agronomica e si ritiene sia stato utilizzato come protezione dalle zanzare) oltre a residui di Ddt e Dde, il cui uso è vietato in Italia da oltre quarant’anni, ma le cui tracce persistono nell’ambiente molto a lungo.

I ricercatori hanno incrociato i dati ottenuti con le analisi dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) del 2020 sulla presenza di pesticidi nelle acque. Dal confronto si evince come i pesticidi considerati più diffusi nel suolo dei campi coltivati siano anche indicizzati dell’Ispra come sostanze “la cui concentrazione nelle acque, nei sedimenti e nel biota non deve essere superata, per tutelare la salute umana e l’ambiente”. Purtroppo non esiste un registro analogo per gli inquinanti del terreno. “Nel suolo, primo organo recettore delle sostanze chimiche di sintesi utilizzate nell’agricoltura convenzionale, la presenza di molecole potenzialmente dannose per l’ambiente non viene invece rilevata su larga scala, così come non si eseguono analisi sull’impatto dei pesticidi nell’organismo umano”, denuncia la ricerca.

Le principali sostanze attive rilevate nei 12 siti convenzionali analizzati nell’ambito della ricerca “La compagnia del suolo” © Cambia la Terra

Se invece si esaminano i vari tipi di coltivazione si può notare come siano le colture estensive, non necessariamente biologiche, a presentare il minor numero di inquinanti: in due campi “a bassa pressione chimica” di olivi non sono stati trovati residui sia nel biologico sia nel convenzionale. Al contrario sono proprio i campi intesivi a mostrare la presenza maggiore di contaminanti, in una area della Puglia dove è diffusa la produzione di pomodoro “da industria” sono stati trovati cinque diverse sostanze tra cui due il cui utilizzo è proibito da diversi anni (la permetrina revocata nel 2001 e l’imacloriprid messo al bando nel 2018). Analogamente, in una provincia dell’Emilia-Romagna dedicata alla coltivazione di frutta sono stati trovati otto pesticidi di tutte le tipologie (erbicidi, fungicidi e insetticidi) nel tradizionale e tracce di Ddt e di Dde nel biologico. In una azienda agricola dell’Emilia-Romagna volta alla coltivazione industriale di mele sono stati rinvenute ben 11 tipologie di contaminanti con livelli particolarmente alti di Ddt e Dde mentre nella corrispettiva coltivazione biologica non sono state rilevate tracce di sostanze attive.

Un discorso a parte va dedicato al rame: si tratta di un fungicida diffuso anche nelle coltivazioni biologiche ed è quindi presente nei campioni prelevati da tutti i terreni coinvolti nello studio. La sua concentrazione varia, però, a seconda della coltura: se i campi di arance, frumento e mais presentavano valori simili tra terreni tradizionali e biologici, nelle coltivazioni di vite, pomodori e mele i livelli di rame erano molto più elevati in campi biologici. Nel caso della vite, in particolare, si rilevano i livelli più alti tra tutti i terreni esaminati pari a 174 milligrammi per ogni chilogrammo di terreno nei campi coltivati secondo metodo biologico contro i 107 milligrammi al chilogrammo per il convenzionale. La presenza di rame risulta superiore nelle coltivazioni tradizionali per quanto riguarda quattro colture: pomodoro, cavolfiore, pere e olive. Sintetizzando i dati raccolti, quindi, non si può affermare che il rame sia presente in modo prevalente in uno dei due tipi di agricoltura.

La presenza di tracce di fitofarmaci vietati dimostra, secondo gli autori della ricerca, come alcune sostanze possano rimanere a lungo nell’ambiente anche diversi anni dopo la loro messa al bando. Il caso più eclatante è quello dell’insetticida Ddt il cui uso è vietato in Italia da oltre quarant’anni: “La sua presenza testimonia dunque la pericolosa persistenza nell’ambiente di alcune sostanze -evidenzia la ricerca-. È un campanello d’allarme e insieme un’indicazione per il futuro: bisogna eliminare da subito tutti i pesticidi con una persistenza ambientale molto lunga”.

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