Esteri / Reportage

Perù, accogliere per condividere: tradizioni, culture e modi di vivere

L’ospitalità dei duecento abitanti di Choccocconiri, a 4mila metri di altitudine, dove l’elettricità è arrivata solo nel 2016: “Il nostro sogno di chiama turismo rurale comunitario”. Per realizzarlo c’è anche l’aiuto del mondo accademico

Tratto da Altreconomia 201 — Febbraio 2018
L’altopiano dove sorge la comunità campesina di Choccocconiri, a 4mila metri, a Sud del Perù (© Duccio Facchini)
L’altopiano dove sorge la comunità campesina di Choccocconiri, a 4mila metri, a Sud del Perù (© Duccio Facchini)

“Chocco” significa “quel che spunta” mentre “Coniri” è il movimento della molitura a pietra (“K’ona”) per ottenere le farine di quinoa o di kañiwa. Insieme, queste due parole della lingua Aymara (pre-Inca) danno il nome a una piccola comunità campesina del Perù -Choccocconiri-, adagiata su un altopiano fertile a 4mila metri e distante circa 30 chilometri dal lago Titicaca, nel Sud del Paese.

Nestor Ninaja, 50 anni, porta un cappello bianco come la camicia che indossa. “Sono fatti con lana di pecora -racconta, a pochi metri dalla vetta che domina la valle- e furono di mio nonno”. La trasmissione degli abiti è una pratica che Nestor e gli altri membri delle 70 famiglie di Choccocconiri conservano con orgoglio. Così come l’allevamento nella pampa ad alta quota degli alpaca, delle pecore e delle mucche, o la coltivazione di patate e cereali a fini di sussistenza. Non ha ereditato soltanto gli abiti, Nestor, ma anche il sogno che per primo fu di suo padre Felipe e che oggi è riassunto in tre parole: turismo rurale comunitario. “Vogliamo conoscere e farci conoscere dal mondo -riflette-, accogliendo visitatori, condividendo con loro tradizioni, luoghi, culture, lingue e modi di vivere”. Le terre che abitano furono “concesse” alla fine del Settecento dagli spagnoli ad alcuni lavoratori delle miniere d’argento di Potosì (ora in Bolivia).

Dalle case con i tetti di paglia e lamiera di Choccocconiri alle sponde del lago Titicaca -una delle mete turistiche più battute e commerciali del Perù, Paese che secondo la Banca Mondiale accoglie ogni anno oltre 3,5 milioni di persone- si impiega mezz’ora d’auto. Ma non è quello il modello al quale guarda la comunità, come chiarisce Nelida Gladys Maquera Sosa, ricercatrice della Universidad Peruana Union di Juliaca che affianca Nestor e gli abitanti di Choccocconiri nella costruzione del progetto. Lo ribadisce agli interessati mentre l’ascoltano seduti nella piazza centrale, accanto all’ingresso del museo che custodisce i resti fossili di un mastodonte alto tre metri e ritrovato per caso nel 1985, dopo 25mila anni: “Il turismo non può sfruttare la comunità ma attraversarla, scoprirla, sforzarsi di conoscerla -dice Maquera Sosa-. E non deve diventare la prima attività economica da cui dipendere”. Altrimenti il rischio è di ritrovarsi come alcune isole galleggianti del Titicaca (Uros) fatte con piante di totora, dove gli abitanti salutano i turisti giunti da Puno cantando “Vamos a la Playa” dei Righeira, sotto lo sguardo divertito delle “guide”.

Non è una partita facile. Appena possono, i giovani delle famiglie di Choccocconiri e delle comunità vicine abbandonano la dura vita in altopiano e provano a costruirsene un’altra emigrando in città. Juli, Puno o la più grande Tacna. I servizi pubblici sono quasi inesistenti (non c’è una rete di acqua potabile o servizi igienici). Lo Stato centrale non si preoccupa granché di luoghi remoti ed elettoralmente irrilevanti. “Qui a Choccocconiri la luce è arrivata solo nel 2016 -racconta Felipe, 70 anni, padre di Nestor- e l’unico altro servizio pubblico è la scuola elementare”. Quest’anno scolastico, però, è saltato per l’irreperibilità di un maestro. E per spedire una lettera, raggiungere il mercato o esercitare il diritto di voto tocca andare a Juli, a 25 chilometri, con mezzi privati (bicicletta, taxi o furgoncini collettivi, a volte nel cuore della notte) o di fortuna (sul dorso di un mulo). 

Paulina Alanguia Clavitea mostra la molitura della kañiwa attraverso la pietra che gli Aymara della comunità chiamano “K’ona”
Paulina Alanguia Clavitea mostra la molitura della kañiwa attraverso la pietra che gli Aymara della comunità chiamano “K’ona” (© foto di Duccio Facchini)

Nonostante tutto, i 200 abitanti di Choccocconiri sono convinti che il turismo responsabile possa davvero rivelarsi uno strumento di cura e tutela della loro comunità. Il lavoro è enorme ma non sono soli. Oltre al gruppo accademico coordinato da Maquera Sosa, c’è anche la municipalità provinciale di Chucuito Juli. “Il nostro ruolo è quello di assistere la comunità nella fornitura di servizi ai visitatori, l’empowerment e la promozione strategica del turismo rurale -spiega la delegata Lourdes Chahua Elias-. Le esperienze prese a modello sono Llachon, Luquiba Chico e le isole di Taquile e Amantani, preservando la autenticità di Choccocconiri. E a questo si aggiunge il supporto alla ricerca scientifica e alla valorizzazione dei resti ossei del mastodonte”. Secondo un report del marzo 2016 del dipartimento di Paleontologia dell’Università Maggiore San Marco di Lima, l’esemplare di Cuvieronius Hyodon (simile a un elefante) ritrovato a Choccocconiri è uno dei più “completi del Perù e di tutto il Sud America”. “Si raccomanda -si legge- la costruzione di vetrine adeguate per i fossili e che le ossa non siano spostate da questi luoghi per evitare che si producano fratture o microfratture per manipolazione scorretta”. Gli investimenti, però, latitano.

In primo piano un esemplare di alpaca. Sullo sfondo, Nestor Ninaja, tra i promotori del progetto di turismo rurale comunitario a Choccocconiri
In primo piano un esemplare di alpaca. Sullo sfondo, Nestor Ninaja, tra i promotori del progetto di turismo rurale comunitario a Choccocconiri (© foto di Duccio Facchini)

Felipe, memoria storica della comunità, ha deciso da qualche tempo di trasferirsi con il gregge a pochi metri dal museo per “poter accogliere i visitatori e illustrare i percorsi di studio delle Università di Lima e dello Stato USA del Michigan”. Nel terreno della sua casa precedente sta costruendo una struttura ricettiva autonoma dato che ad oggi i turisti sono ospitati da Victor e sua moglie, i suoceri di Nestor. Appena fuori dal recinto di pietre dove ha riportato alpaca e pecore, Felipe siede e sfoglia un libro cui è affezionato. È un atlante geografico del 1986 che un amico italiano gli ha donato all’inizio degli anni Novanta, in occasione di un viaggio che fece per incontrare le realtà del commercio equo e solidale. Punta il dito sui luoghi che ha visitato: Bolzano, Milano e poi giù fino alle Marche. Suo figlio Nestor con la moglie Paulina ci sono tornati l’ultima volta nel 2009. L’occasione era la presentazione del progetto comunitario “ALSI” (Alternativa de servicio integrales) per l’importazione di prodotti di artigianato tessile realizzati con la calda lana degli alpaca di Choccocconiri. Il partner italiano della filiera “justa” era la cooperativa sociale Mondo Solidale (www.mondosolidale.org, socia di Altreconomia), che può contare su 16 “botteghe del mondo”, 3.800 soci e che a luglio compie 25 anni. Al momento, “ALSI” si è fermato per le difficoltà della comunità a garantire una produzione costante. Ma le relazioni con l’Italia restano forti. Ne è un esempio la cooperativa sociale-tour operator “Viaggi e Miraggi” (socia di Ae), che non ha perso l’intenzione di provare a inserire la comunità di Choccocconiri tra le tappe proposte nei dintorni del lago Titicaca. “La volontà e le prospettive ci sono tutte -racconta Enrico De Luca di Viaggi e Miraggi-, anche se servono tempo e pazienza per costruire un itinerario completo”.

© foto di Duccio Facchini
© foto di Duccio Facchini

Nestor non smette di crederci. Ha in testa una piccola agenzia che faccia da base logistica nella vicina Juli. Lo fa per suo padre e per suo figlio Alvaro, 11 anni, che siede tra loro. Mangia un chuño, la patata disidratata secondo le tecniche delle Ande centrali. Poi si alza e gioca a pallone con i cugini. Pensa a giugno, il mese dei Mondiali. Il Perù ci sarà.

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