Altre Economie

Parole come pietre – Ae 20

Numero 20, settembre 2001L'immagine che resta è una scritta di vernice sul muro: “Polizia assassina”. Genova è stata una guerra anche nelle parole. Solo che la violenza verbale è arrivata molto prima di molotov e vetrine spaccate. Adesso restano le…

Tratto da Altreconomia 20 — Luglio/Agosto 2001

Numero 20, settembre 2001

L'immagine che resta è una scritta di vernice sul muro: “Polizia assassina”. Genova è stata una guerra anche nelle parole. Solo che la violenza verbale è arrivata molto prima di molotov e vetrine spaccate. Adesso restano le riflessioni sulla schizofrenia di un movimento che, mentre preparava manifestazioni e cortei pacifici, ha finito con il considerare normale un linguaggio guerrafondaio: invasione, sfondamento, assalto, assedio. Frasi simboliche, e solo di una parte. Linguaggio immaginifico, è stato detto. Ma perché questa incoerenza tra prassi e slogan?
“È stata un'operazione di comunicazione, prima di tutto -spiega Ugo Volli, docente di semiotica all'università di Torino-: l'irruzione, prima che fisica, è stata mediatica. Il problema è che messaggi del genere a livello di massa possono venir presi alla lettera”.
Gli esempi non mancano. Il 26 giugno le tute bianche presentano alla stampa la loro “Dichiarazione di guerra ai potenti dell'ingiustizia e della miseria”. Nel testo, tra l'altro, si legge “se dobbiamo scegliere tra lo scontro con le vostre truppe d'occupazione e la rassegnazione, non abbiamo dubbi. Ci scontreremo”. Lo stesso Genoa Social Forum, l'11 luglio, parla di manifestazione pacifica per sabato 21 luglio, mentre per il 20 -dice- “la zona rossa -nella quale è proibito entrare- sarà messa sotto assedio ('o meglio liberata')”.
La complicità è stata anche dei mezzi di comunicazione: hanno dato più risalto ai progetti di invasione che ai convegni su debito estero, Tobin tax, inquinamento, abusi delle multinazionali. In pochi hanno scritto dei Public Forum preparati dal Gsf per il controvertice. “Certo, -continua Volli- ma io vedo una specie di buco tra le proposte teoriche del movimento e la manifestazione che è il momento comunicativo forte. A Genova la manifestazione di sabato era incentrata sul diritto di manifestare, non sui temi dei convegni”.
La violenza verbale continua nei giorni del controvertice. Mercoledì 18 luglio: in piazzale Kennedy, un grande concerto con 20 mila spettatori conclude la giornata. Prima di Manu Chao, la vera star della serata, salgono sul palco i 99 Posse, che cantano anche “Rigurgito antifascista”. Il testo della canzone si rivolge anche alle forze dell'ordine con queste parole: “Sei il braccio armato del padronato che ti succhia fino all'osso e poi sei licenziato miserabile servo dei servi di potere”. Zulu, il cantante dei 99 Posse, presenta così la canzone: “Questa non la facciamo da cinque anni, ma oggi ci hanno costretto…”. Segue boato dei 20 mila. Molti dei presenti il giorno dopo, venerdì e sabato parteciperanno -in una città militarizzata- alle manifestazioni.
Subito prima di Manu Chao sale sul palco Vittorio Agnoletto, portavoce del Gsf, che strappa alla folla altri boati con frasi come “Ci riprenderemo la città”. L'ossessione delle ultime ore lascia sullo sfondo cancellazione del debito, neoliberismo, sfruttamento dei Paesi poveri: il tema di cui ormai tutti parlano è la violazione della zona rossa.
Le parole hanno peso e conseguenze. Ne sono convinti molti pacifisti. “Io a Genova ho deciso di non andarci proprio per il linguaggio che era stato usato -dice Peppe Sini, del Centro di ricerca per la pace di Viterbo-. Quelle dichiarazioni avevano un valore simbolico ma questo lo so io. Che idea si è fatto chi le ha sentite in televisione? In questo modo, poi, molti sono andati a Genova con in mente un concetto di non violenza confuso. Così, per esempio, è stato stravolto il concetto di 'disobbedienza civile' che era proposto dalle stesse persone che parlavano di dichiarazioni di guerra”.
La situazione e i linguaggi precipitano venerdì 20, dopo la morte di Carlo Giuliani. Negli interventi dei portavoce di gruppi vari, associazioni e sindacati italiani e stranieri: le parole “pace” o “non violenza” non le sentiamo. Risultato: la rabbia continua a montare.
“Il linguaggio non è forma, è sostanza -commenta Mao Valpiana del Movimento nonviolento-. Quello usato a Genova è stato una premessa per ciò che è successo. Le espressioni del 'comandante' delle tute bianche sottendono una mentalità di tipo militare. Non esistono linguaggi 'simbolici'. Se parli di invadere la zona rossa, qualcuno poi ci prova davvero. E così se dici 'impedire il vertice'. La questione non era bloccare il vertice, ma porre all'agenda politica i nostri temi. E dopo è stato anche un errore dire che la manifestazione di sabato è stata un successo: Genova è stata una sconfitta per tutti”.

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