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Operazione persuasione – Ae 78

Dal primo gennaio avremo 6 mesi per decidere su tfr e fondi pensione. Attenzione: vale il silenzio-assenso. Chi non decide finisce automaticamente tra i fondi. E parte la campagna informativa per convincere i riottosi La riforma “ufficiale” delle pensioni si…

Tratto da Altreconomia 78 — Dicembre 2006

Dal primo gennaio avremo 6 mesi per decidere su tfr e fondi pensione. Attenzione: vale il silenzio-assenso. Chi non decide finisce automaticamente tra i fondi. E parte la campagna informativa per convincere i riottosi


La riforma “ufficiale” delle pensioni si farà solo nel 2007 e metterà all’ordine del giorno anche il contestato innalzamento dell’età pensionabile. Nelle settimane scorse, tuttavia, è stata relizzata un’altra riforma, sempre in campo previdenziale, ben più incisiva e “rivoluzionaria” di quanto non sia stato detto. Il governo ha inserito nella Finanziaria, e poi in un decreto attuativo già approvato, il lancio della previdenza complementare. È la nota questione del tfr (trattamento di fine rapporto). Dal primo gennaio i lavoratori dipendenti del settore privato avranno sei mesi di tempo per decidere se destinare la propria quota annuale del tfr (circa il 7% della retribuzione, attualmente accantonato dal datore di lavoro per formare la liquidazione) a un fondo pensione o se lasciarlo in azienda. In base al principio del silenzio-assenso, finirà nei fondi anche il tfr di chi non comunicherà alcuna scelta. Nei primi mesi del 2007 assisteremo così a una fortissima campagna d’informazione volta a spingere i lavoratori a fidarsi dei fondi pensione e quindi dell’investimento finanziario. Il governo, le forze politiche, gli imprenditori, i maggiori sindacati, tutti sono concordi sulla necessità di rafforzare in Italia la previdenza complementare.

Diranno che è una scelta necessaria, a causa del progressivo impoverimento delle pensioni pubbliche, e che è una scelta moderna, in linea coi sistemi pensionistici di altri Paesi. Aggiungeranno che non si corrono grandi rischi e soprattutto che i rendimenti dei fondi pensione sono migliori di quelli, stabiliti per legge, offerti dal tfr parcheggiato in azienda. Alla campagna d’informazione, o forse meglio di persuasione, parteciperanno con un ruolo di primo piano anche banche e operatori finanziari privati: la “riforma” riguarda anche loro, perché il monopolio pubblico delle pensioni è finito una volta per tutte.

Quel che pochi diranno, è che siamo di fronte a un’autentica rivoluzione, che comporta una prima, epocale conseguenza: lo spostamento del “rischio previdenziale” dallo Stato al singolo cittadino. Se finora, con un sistema quasi del tutto pubblico, lo Stato copriva le spalle ai cittadini, in futuro una fetta cospicua del trattamento pensionistico (almeno la metà, e anche oltre per i più giovani) dipenderà dal rendimento dei fondi e quindi dai mercati finanziari. È un passaggio, anche sotto il profilo psicologico, essenziale. Tuttora in Italia la pensione è percepita come un diritto e c’è la convinzione diffusa che la sua entità sarà più o meno equivalente agli stipendi percepiti durante la carriera lavorativa.

In realtà non è più così. Il passaggio, deciso con la riforma Dini del 1995, dal sistema retributivo a ripartizione (la pensione calcolata sull’ultimo stipendio e pagata dai lavoratori attivi) a quello contributivo a capitalizzazione (quindi trattamento proporzionale ai versamenti effettuati) fa sì che le future pensioni corrispondano non più al 70-80% dello stipendio, ma al 30-50%, a seconda dei casi. I nostri leader politici sostengono che questo slittamento dal retributivo al contributivo è necessario per affrontare l’allungamento della vita media e gli squilibri causati dalla diffusione della flesibilità lavorativa. In questa situazione

-sostengono ancora- la previdenza complementare diventa indispensabile per salvare dalla povertà le nuove generazioni. In realtà questa trasformazione del sistema pensionistico riflette anche una precisa scelta politica, ossia l’apertura alla finanza e ai capitali privati. Siamo di fronte a una nuova concezione del welfare state. Il sistema previdenziale avrà così tre pilastri: quello pubblico garantito dall’Inps, in via di dimagrimento; i fondi pensione chiusi, cogestiti da sindacati e aziende; i fondi pensione privati, proposti da banche e mediatori finanziari. La battaglia si sposta sul marketing, come già si nota nelle pubblicità che cominciano a comparire sui giornali. Per orientarsi nella selva di proposte, rassicurazioni e valutazioni spesso entusiastiche del nuovo sistema, è bene tenere a mente alcune cose.



I rendimenti

Nei grafici pubblicati in queste settimane da giornali e riviste, si fa sempre notare che i rendimenti dei fondi pensione già esistenti grazie alla riforma Dini del ‘95 (oltre un milione di iscritti) sono superiori a quelli del tfr, che sono fissati per legge (il coefficiente dell’1,5 più il 75% dell’inflazione). Non si dice però che l’andamento passato delle Borse non dà alcuna garanzia per il futuro e che uno choc improvviso sarebbe scaricato per intero sui lavoratori. Oltretutto in genere si citano rendimenti medi, omettendo che accanto a casi molto positivi, ci sono fondi con rendimenti bassissimi o addirittura negativi. Quanto alle débacle di alcuni fondi pensione statunitensi, o in Italia a quella della Comit (vedi Ae n. 59) che è stato addirittura liquidato con perdite ingenti per gli iscritti, il silenzio è pressoché assoluto.



La questione giovanile

La diffusione degli impieghi precari e temporanei sta creando una generazione di lavoratori “senza pensione”: nemmeno il tfr immesso nei fondi, scelta per loro pressoché obbligata, garantirà ai giovani precari di oggi una pensione dignitosa.

Si calcola che per avere un trattamento accettabile, chi entra oggi nel mondo del lavoro dovrebbe cominciare subito a versare nei fondi almeno cinquemila euro all’anno (e poi sperare che la Borsa non faccia scherzi). È una cifra per molti proibitiva. E soprattutto sembra che ben pochi abbiano consapevolezza del proprio grigio futuro previdenziale, perché in Italia è ancora radicata l’idea che la pensione sia una sorta di diritto, qual era per le generazioni passate. Non è più così ma né lo Stato né i sindacati sembrano impegnati seriamente in un’operazione-verità che renda tutti coscienti di quel che sta avvenendo.



L’uso del denaro

Il flusso annuale del tfr è stimato in circa 15 miliardi di euro: finora sono stati usati dalle imprese come forma di autofinanziamento. La riforma del tfr ne dirotterà una fetta cospicua in Borsa: si prevede che almeno un terzo dei lavoratori sceglierà i fondi, e la quota potrebbe salire grazie alla campagna d’informazione in arrivo. Almeno cinque miliardi di euro all’anno stanno dunque per piovere in Borsa: un’autentica boccata d’ossigeno per i mercati finanziari. Alcuni politici  e molti loro consiglieri non nascondono che proprio questa è una motivazione forte della riforma: convogliare risorse verso il sistema industriale, attraverso la Borsa. Qui siamo a un altro nodo della questione. A chi finiranno realmente i soldi? Stando alle statistiche ufficiali, oltre il 75% dei fondi comuni attualmente esistenti investono in azioni e obbligazioni estere, a causa delle ristrette dimensioni della Borsa nazionale. E il denaro che resta in Italia e finisce in azioni quotate a Piazza Affari va a finanziare un universo molto ristretto ed élitario di aziende: le 270 o poco più quotate sul listino milanese. Ha senso, in queste condizioni, parlare di reale supporto al sistema produttivo itlaiano? E che scelta si può davvero compiere se il campo delle opzioni è limitato a 270 medio-grandi imprese, fra le migliaia che costituiscono il sistema produttivo nazionale?



Le alternative

Sul piano delle scelte individuali, chi ha poca fiducia nel sistema finanziario e non vuole vivere col terrore di un choc borsistico distruttivo nei prossimi anni o decenni, potrà scegliere di lasciare tutto com’è, col proprio tfr in azienda. I lavoratori più giovani saranno però spinti, quasi costretti, a scegliere i fondi pensione e a dirottarvi non solo il tfr ma anche quote ulteriori del proprio stipendio. Sul piano più generale, delle scelte politiche, va detto che il blocco di potere e d’opinione formato da governo-forze politiche-industriali-grandi sindacati ha bocciato, senza nemmeno discuterla, una proposta avanzata da un gruppo di economisti vicini alla sinistra, e cioè di convogliare il tfr verso l’Inps, in modo da incrementare il rendimento della pensione pubblica. È stata scartata anche l’idea, suggerita anni fa dal premio Nobel Joseph Stiglitz, di creare fondi complementari a gestione pubblica.

È al momento inesistente, in ambito sindacale e politico, anche un dibattito serio sui criteri di gestione dei fondi chiusi: perché non indirizzarli secondo i criteri della finanza etica, in modo da favorire la tutela dell’ambiente, la qualità del lavoro e la promozione di un’economia non predatoria? Banca Etica sta preparando un proprio fondo pensione, ma sarà offerto sul mercato in mezzo a tanti altri, senza alcuna interazione coi “soggetti forti”, ossia i sindacati e le maggiori categorie di lavoratori (dai metalmeccanici in giù), che sembrano orientati verso soluzioni ben integrate nel sistema economico e finanziario dominante.

È assente dalla discussione anche un’ulteriore, affascinante ipotesi, suggerita da Alessandro Messina, ex presidente dell’Associazione finanza etica, su finansol.it, il neonato blog dedicato alla finanza alternativa. Messina propone di creare fondi d’investimento che escludano le maggiori Borse internazionali e puntino a finanziare e sostenere, attraverso rapporti diretti e nel quadro di una regolamentazione pubblica, “imprese sociali” di piccole e medie dimensioni, radicate nel territorio, impegnate in produzioni non inquinanti, ad alta intensità di lavoro e così via. Si potrebbe anche puntare su Borse minori, nel Sud del mondo, e rilanciare in Italia i “borsini locali”, un tempo esistenti e poi scomparsi per “assenza di mercato”. Le pensioni sarebbero pagate con rendimenti di questi investimenti. “In Gran Bretagna -dice Messina- esistono le ‘community interest company’, che compiono investimenti del genere e ottengono perciò vantaggi fiscali. Ed esistono anche i ‘social venture capital’, un altro strumento per uscire dai circuiti della finanza ufficiale e sostenere forme d’impresa e di economia diverse”. Nella ricerca dei capitali e nell’attuazione dei progetti potrebbero essere coinvolti anche gli enti locali. Il dibattito, come si vede, deve ancora cominciare e al momento esclude gran parte della materia “sensibile”.

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