Altre Economie / Varie

Oltre il porto e l’acciaio

Con la crisi industriale, Livorno riscopre una vocazione agricola. Dalla fine del 2012 le imprese agricole giovanili nel territorio di Livorno e provincia sono cresciute del 9,7%. Nel settembre 2013 la nascita del Distretto di economia solidale —

Tratto da Altreconomia 161 — Giugno 2014

Primiana mi accoglie nella sua azienda agricola, “Le Macchie”, che si raggiunge seguendo una strada difficile e rocciosa. Il bosco abbraccia la casa dalle finestre rosse, il frutteto e gli orti, davanti a noi, si vede il mare. Le Macchie sono un’azienda agricola situata tra il bosco e la macchia mediterranea in provincia di Livorno, dove Primiana coltiva antiche varietà di mele e albicocche, scambiando i semi e non vendendoli per una scelta precisa. La sua storia fotografa il mondo dell’agricoltura nella provincia di Livorno, per comprendere un percorso di riconversione a qualche chilometro di distanza dall’acciaieria Lucchini di Piombino, sorta nel 1865, secondo polo siderurgico italiano dopo Taranto, al centro di una crisi senza precedenti. Quasi 4.000 operai, tra industria e indotto, rischiano di rimanere disoccupati. La Regione Toscana ha stanziato 60 milioni a cui si aggiungono i fondi europei per il rilancio dell’acciaieria tramite l’attivazione di un forno elettrico. A questo tema si aggiunge quello della bonifica, della riconversione di un territorio che si collega anche al porto, con un progetto che vorrebbe allargarne le attività facendo di Piombino un polo di smaltimento delle navi, a partire dal relitto della Concordia.
È possibile però parlare di un territorio in riconversione, anche guardando al ritorno alla terra e alla ricerca di nuove economie produttive.
Dai dati dell’Osservatorio provinciale sull’agricoltura 2012, del Centro Studi e Ricerche della Provincia di Livorno si evince che dalla fine del 2012 le imprese agricole giovanili nel territorio di Livorno e provincia sono cresciute del 9,7%: la maggior parte con quota di partecipazione esclusiva, fascia d’età di riferimento al di sotto dei 35 anni. Addentrandosi nei dati dell’agricoltura biologica che ci sottopone Marco Bignardi, presidente del Coordinamento toscano produttori biologici leggiamo che “al 30 aprile 2014, su 5.570 aziende agricole della provincia di Livorno, 282 sono biologiche. 33 aziende biologiche sono state notificate nel 2014, 17 nel 2013 e 23 nel 2012. Il territorio del comune di Livorno è quello che le presenta in maggior numero: parliamo di 42 aziende certificate, seguito da Rosignano (40), Castagneto Carducci (28), Cecina (27), Piombino (24)”. I dati sono in crescita repentina: “Andando indietro fino al 2010 le aziende che coltivavano esclusivamente biologico nella provincia livornese erano 41 per un totale di 408.35 ettari; sono dati che dimostrano con certezza che non c’è un calo ma una crescita, che possiamo constatare anche nei primi mesi del 2014”.
Sono dati che spiegano perché nella città di Livorno ci sia un forte movimento di gruppi di acquisto solidali.
I Gas nella città di Livorno sono sette e quelli con il maggior numero di “gasisti” sono il Gas Livorno con 50 membri e il Gas Collinaia che ne raduna 80. Dal coordinamento dei Gas di Livorno è nato a settembre 2013 il Distretto di economia solidale. A livello istituzionale una certa attenzione a questi temi emerge dalla proclamazione per il secondo anno del bando provinciale a sostegno della filiera corta. La Camera di Commercio di Livorno ha erogato un contributo per le aziende agricole locali, volto a incentivare lo sviluppo delle pratiche che prevedono un rapporto diretto tra produttori agricoli e consumatori finali; stanziamento complessivo dell’iniziativa 13.000 euro l’anno. In tali iniziative si inseriscono mercati all’aperto, locali attrezzati, accordi tra produttori e commercianti o Gas. Il bando esprime vincoli specifici: l’impegno alla commercializzazione dei prodotti agricoli regionali in un raggio massimo di 70 chilometri dal centro aziendale, e quello a vendere prodotti stagionali e garantiti non ogm. Il bando per la filiera corta del 2013 ha riguardato 16 aziende di cui dieci contributi su sedici del valore di circa 900 euro ciascuno. I contributi sono stati investiti in promozione e informazione sulle attività di filiera corta, in logistica, interventi su locali e attrezzature.

Il movimento di Livorno pratica anche vie non istituzionali, a segnalare la volontà di confrontarsi con il ritorno alla terra come autoproduzione e socialità. A Livorno il “Comitato disoccupati e precari” dell’“Ex caserma occupata”, centro sociale attivissimo nella città, ha occupato un terreno privato di sei ettari, abbandonato da anni al degrado.
I ragazzi dell’Ex caserma hanno occupato questi terreni creando gli Orti Urbani di via Goito, situati a San Jacopo, un quartiere residenziale a metà tra il lungomare e lo stadio. “L’occupazione è cominciata nel mese di ottobre 2013 con l’idea di riqualificare un terreno in modo da creare un’occasione di autoproduzione e socialità -spiegano Andrea Lauretti e Valerio Magazzù dell’Ex caserma occupata-. A oggi abbiamo 46 persone coinvolte negli orti e abbiamo già 30 nuove richieste; ci sono persone di ogni età e condizione sociale e gli abitanti di via Goito ci hanno accolto con entusiamo. Il quartiere partecipa attivamente alla vita degli orti e alle assemblee collettive” e aggiungono “non sono ammessi prodotti chimici non naturali, privilegiamo il biologico ma ognuno decide che tipo di agricoltura sperimentare”. 
Un territorio che reagisce e sperimenta con l’agricoltura naturale come possiamo vedere dalle storie di Primiana Leonardini Pieri e Raffaella Nencioni. “Le Macchie” si estendono per 80 ettari di bosco, 6 di oliveto, 10 di pascolo cespuglioso e poi vigna, orti, frutteto. Alle Macchie si producono miele, olio, ortaggi, erbe aromatiche e si organizzano corsi di permacultura e agricoltura naturale. “La nostra ricchezza è nella resilienza -spiega Primiana- nella ricerca e nella condivisione”. Primiana fonde differenti economie alle Macchie, condividendo il surplus di produzione, vendendolo ma anche donandolo come fa con le varietà antiche di semi e frutti. “Abbiamo deciso di investire nella biodiversità agricola e culturale, abbiamo un frutteto di 70 alberi, anche da varietà antiche come i peri volpini e etrusca, gli albicocchi perla, meli calvilla bianca e rossa fiorentina”. E aggiunge: “Il recupero delle varietà autoctone per noi significa ricerca di ciò che meglio risponde alle  nostre necessità in termini di microclima, di consumo d’acqua, di resistenza e di recupero del sapore”. È una questione di scambio di conoscenze che riguarda l’economia del dono ed è per questo che Primiana non vende questi frutti ma li scambia con altri.
Raffaella Nencioni vive sulle colline livornesi dove contamina agricoltura biologica, biodinamica e  sinergica in una grande serra di mille metri. Raffaella cura antiche varietà di semi locali come la bietola e il friggitello livornese, la cicoria Marzocco e il fagiolino Sant’Anna. Questi semi le sono stati affidati dall’Università di Pisa e dalla Rete semi rurali nell’ambito dei progetti di recupero e individuazione delle antiche varietà locali. Raffaella è anche l’animatrice di un gruppo facebook, “Amici dell’orto” che raduna più di 3mila contatti da tutto il mondo che le chiedono ogni genere di consiglio e organizza corsi in giro per il Belpaese.

A Rosignano Marittimo, in provincia di Livorno, c’è la sede di “Villa Pertusati – Centro per la biodiversità alimentare” che la Rete semi rurali gestisce in convenzione con la Provincia di Livorno: è lì che incontriamo Claudio Pozzi, coordinatore nazionale della Rete e presidente Wwoof Italia. “Le principali azioni di questo centro dal 2009 sono state la creazione della casa delle sementi, in cui oggi custodiamo oltre 200 tipi di cereali. In questo senso vogliamo agire come connettori di esperienze produttive, educative e di ricerca: collaboriamo con università e ricercatori, con agricoltori e produttori per fare informazione e spiegare che lo scambio orizzontale di competenze, conoscenze, sementi e pratiche è il miglior modo per salvaguardare la biodiversità agricola e culturale -spiega Claudio-. Se avessimo troppe aziende a coltivare questi grani, senza la necessaria condivisione nella rete di competenze e di soluzioni per la chiusura delle filiere, si rischierebbe di riprodurre un meccanismo di mercato convenzionale di sfruttamento”.
Rossano Pazzagli, docente di Storia moderna presso la Facoltà di Scienze Turistiche dell’Università del Molise e membro della Società dei territorialisti, spiega: “La prospettiva storica che stiamo attraversando ci porta a considerare i differenti settori produttivi in un’ottica di integrazione. Quello che oggi viviamo come un conflitto tra dimensioni non c’è sempre stato. A fine Ottocento l’industria sembrava mettere in ombra tutti gli altri comparti produttivi, ma questa si è rivelata essere una grande illusione; il problema dello sviluppo industriale locale è che ha dato vita a una visione polarizzante e questo non è più sostenibile”. Esaurita una visione conflittuale tra sistemi di produzione, Pazzagli parla di rinascita agricola con convinzione: “Non possiamo pensare che investire in monocoltura e ‘monoculture’ sia produttivo. Questo è il tempo della specificità, delle differenze, della specializzazione, del recupero di conoscenze sulla terra, sul territorio. Assistiamo a una rinascita agricola che fonde conoscenze innovative e tradizionali in cui le parole chiave sono conoscenza del territorio, tutela e valorizzazione per capire come davvero attivare risorse creative. La spinta produttiva deve essere endogena, interiore, locale e radicata alla terra”. —
 

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia