Esteri / Attualità

Olio di palma. I diritti negati in Indonesia dai produttori “certificati”

Una ricerca indipendente condotta sull’isola di Sumatra fotografa le pessime condizioni umane e lavorative dei dipendenti di due importanti realtà appartenenti alla “Roundtable on Sustainable Palm Oil”, il colosso che “garantisce” il 21 per cento della produzione globale

© Icaro Cooke Vieira/CIFOR
© Icaro Cooke Vieira/CIFOR

Tra alcuni produttori di olio di palma “sostenibile” certificato dalla Roundtable on Sustainable Palm Oil (RSPO) in Indonesia, la violazione dei diritti umani dei lavoratori sarebbe prassi. A rivelarlo è il rapporto “Palming Off Responsibility”, pubblicato a giugno dal centro di ricerca indipendente olandese SOMO (somo.nl) e commissionato dalla fondazione CNV Internationaal (cnvinternationaal.nl).

Oggetto dello studio condotto nel gennaio 2017 sono state due imprese -la Murini Sam Sam e l’Aneka Inti Persada- che operano nella provincia di Riau, sull’isola di Sumatra, e risultano tutt’ora “certificate” dalla tavola rotonda internazionale nata nel 2004 con l’obiettivo di etichettare l’olio di palma “buono”. RSPO, infatti, è un colosso capace di “garantire” il 21 per cento della produzione globale di olio di palma -complessivamente si tratta di oltre 62,8 milioni di tonnellate nel periodo 2016/2017, come ricostruisce ogni anno il Dipartimento Agricoltura degli Stati Uniti-. Metà della quale giunge proprio dall’Indonesia, leader indiscusso del mercato davanti alla Malesia. Tra i “membri” di RSPO anche Ferrero, che però non si trova nell’archivio alla voce “Italia” perché è domiciliata in Lussemburgo.

Le testimonianze anonime (78) dei lavoratori della Murini Sam Sam -di proprietà della Wilmar International, gigante che controlla il 43% del mercato mondiale- e della Aneka Inti Persada -in pancia alla malese Sime Darby, nella top ten dei produttori globali- sono state raccolte in forma anonima nel “campo” di Inkrispena. E non lascerebbero spazi a dubbi. Stipendi miseri con straordinari non pagati, per alcuni addirittura salari a cottimo con obiettivi irraggiungibili -come ad esempio 1.300 chilogrammi di “frutti” raccolti in un giorno, per sette ore “regolari” di lavoro-, o raggiungibili soltanto portando con sé i propri figli o le proprie mogli. Contratti di lavoro inesistenti -addirittura per persone che sono nei campi da più di vent’anni-, o sigle sindacali espulse dal sito produttivo. Scenari che si pongono in netto contrasto con la legislazione indonesiana in tema di diritti umani. Il Paese, come ricorda il curatore del report, Vincent Kiezebrink, ha ratificato sulla carta alcune delle principali convenzioni internazionali in materia, a partire dalla Dichiarazione sui diritti e sui principi fondamentali sul lavoro dell’ILO (International Labour Organization).

Nei 967 ettari della piantagione della Murini Sam Sam, l’eco di quelle convenzioni non sarebbe arrivato. Non sarebbe arrivato per i lavoratori dello stabilimento, pagati 180 euro al mese, per tre quarti in denaro e per il restante in riso. E nemmeno per i braccianti della piantagione, esposti ai pesticidi e con il salario bloccato da vent’anni.
Il quadro non sembrerebbe diverso nei circa 12mila ettari dell’Aneka Inti Persada, a partire dai quali sono state prodotte nel 2016 qualcosa come 25mila tonnellate di olio di palma grezzo. I ricercatori di SOMO hanno documentato l’impiego di bambini di 10 anni nei campi di raccolta, portati dai genitori per far fronte agli standard di “performance” richiesti. Una pratica illegale che verrebbe sistematicamente “nascosta” in occasione di visite esterne. Anche sotto il profilo della formazione e della sicurezza sul lavoro i risultati sono “insostenibili”. Le calzature adatte si danneggiano mediamente in due mesi e per questo dovrebbero essere sostituite, anche per la presenza di serpenti. Nel report è citata una testimonianza: “Ho lavorato qui per 16 anni e durante questo periodo l’impresa mi ha dato tre paia di stivali”.

“I casi di studio illustrati -conclude lo studio di SOMO- dimostrano che la certificazione RSPO non è necessariamente una garanzia di una produzione sostenibile, e questo getta un certo scetticismo verso l’iniziativa. Le aziende non dovrebbero dipendere esclusivamente dalla certificazione ma dovrebbero condurre una efficace due diligence sulla propria filiera per assicurare che i loro partner commerciali non commettano violazioni dei diritti umani e sul luogo di lavoro”.

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