Altre Economie

Occupy Wall Street, “non oltrepassare la scena del crimine”

Liberty Plaza, sgomberata, è ormai completamente transennata e circondata dalla polizia. Ma -racconta di Caterina Amicucci, della Campagna per la riforma della Banca mondiale– la mobilitazione continua nelle assemblee di quartiere, delle associazioni e dei gruppi politici organizzati

Zuccotti Park da queste parti è un nome posticcio di cui pochi sanno spiegare l’origine. Per tutti, la piazza che ha ospitato gli attivisti di Occupy per due mesi è Liberty Plaza. Uno slargo di cemento e marmo di fronte al cantiere di Ground Zero, a pochi passi da Wall Street.

È uno spettacolo irreale. L’intera area è completamente transennata e circondata dalla polizia. I nastri gialli e neri con la scritta “Do not cross the crime scene” campeggiano ai lati dello slargo.

Da quando la piazza è stata sgombrata il movimento si è sparso in tutta la città. Sono state avviate assemblee nei quartieri e le riunioni, gli incontri, le azioni si svolgono in luoghi disparati. Il quartier generale resta al numero 60 di Wall Street, il Public Atrium, un passaggio pubblico nel basamento di un grattacielo che ospita un paio di bar, tavolini e panchine.
L’equivalente di una nostra galleria pedonale. Qui si svolgono le riunioni dei gruppi di lavoro, più capannelli contemporaneamente discutono temi diversi. Il gruppo azioni dirette si incontra tutti i giorni, raccoglie e approva le proposte di mobilitazione che arrivano dalle assemblee di quartiere, dalle associazioni e dai gruppi politici organizzati. La facilitazione della riunione è ammirabile: in poco piu’ di un’ora e mezza si discutono – e si trova il consenso attraverso l’ormai noto linguaggi dei gesti – sette diversi argomenti. Si discute di iniziative a breve e lungo termine.

Quella di sabato prossimo a Canal Street, per celebrare l’anniversario mensile del movimento e una settimana di occupazione nazionale delle piazze a marzo 2012. In serata ci trasferiamo sulla 23ma strada alla ricerca di un workshop proposto dall’Applied Research Institute. Argomento: come costruire l’unità interrazziale nel movimento. Un tema molto importante, come ci spiega Daniel, attribuendo al movimento una prima vittoria storica riassunta nello slogan “Noi siamo il 99%”. Per la prima volta in America un movimento riesce a imporre, anche sui grandi media, una definizione unitaria che rompe le consolidate differenze razziali e di appartenenza sociale. Al nostro arrivo ci troviamo di fronte una sala gremita. Più di 300 persone dalla svariata provenienza intente a discutere le pratiche di inclusione ed esclusione della collettività di Occupy. L’associazione che ha proposto il workshop conduce i lavori con un approccio che oscilla tra formazione e facilitazione, assicurandosi che il linguaggio utilizzato sia comprensibile a tutti. Ancora provati dal jet lag e frastornati da questa prima giornata, mangiamo un sushi al volo prima di andare a dormire. Riflessioni e discussioni sono rimandate a domani.

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