Esteri / Reportage

Mozambico: la vita nello slum verticale nato nel “Grande Hotel”

A metà degli anni Cinquanta, i portoghesi costruirono un albergo di lusso a Beira. Oggi, quegli spazi abbandonati sono abitati da oltre 3.500 persone. Che si sono organizzate per garantire una gestione diversa ai locali ormai cadenti

Tratto da Altreconomia 211 — Gennaio 2019
Una vista dall’ultimo piano di quello che una volta era il “Grande Hotel”, di Beira © Marco Simoncelli

Ci sono luoghi dove storia e decadenza si sono amalgamate in combinazioni inedite e affascinanti. Fra le strade di Beira, il secondo porto più importante del Mozambico, è facile fare questo tipo di scoperte. La povertà in cui è stato lasciato il Paese dopo l’indipendenza dal Portogallo (ottenuta nel 1975) e i danni provocati da una sanguinosa guerra civile durata 16 anni sullo sfondo della Guerra Fredda hanno trasformato, non solo esteticamente, l’architettura coloniale degli anni Sessanta. Il popolo ha lentamente riconquistato gli spazi reinventandone l’uso.

In fondo all’ampia e alberata Rua Comandante Gaivao Ruo nel quartiere Ponta Gea in direzione dell’Oceano Indiano, si arriva in un piazzale. Da un lato si scorge quello che una volta era il Palácio dos Casamentos (Palazzo dei matrimoni), mentre dall’altra riposa placida l’enorme struttura grigia e diroccata in stile art déco dell’antico Grande Hotel di Beira. Progettato dagli architetti portoghesi José Porto e Francisco de Castro e inaugurato nel 1955, un tempo questo edificio era considerato tra gli alberghi più lussuosi dell’Africa australe. L’hotel a cinque stelle venne costruito per ospitare l’élite internazionale del continente, ma dopo soli nove anni di attività fallì per via dei costi eccessivi e della mancanza di clienti.

È ormai chiuso da più di 60 anni, ma nonostante ciò a casa está sempre cheia (c’è sempre il tutto esaurito) come dicono da queste parti. Oggi, infatti, il Grande Hotel è uno degli squat più controversi e bizzarri del mondo e ospita oltre 3.500 persone delle fasce più povere che vivono in condizioni precarie in una struttura ormai fatiscente. Un luogo dalla storia inconsueta iniziata dall’ambizione del lusso sfrenato e conclusa nella povertà e nell’esclusione sociale.

Lo chiamavano “l’orgoglio d’Africa” perché per quei tempi era una struttura mastodontica, mai vista nel continente, con quattro piani e ben 122 lussuosissime stanze. Si estendeva per 12mila metri quadrati di fronte alla spiaggia e a soli 15 minuti a piedi dal centro cittadino. Al suo interno i ricchi clienti potevano trovare negozi, parrucchieri, ristoranti, cinema, discoteche e bar, oltre ad una piscina olimpionica, l’unica in tutte le colonie portoghesi. Per Raul Brandão, allora presidente della Companhia de Moçambique, antica società coloniale proprietaria dell’albergo, dopo tre anni di costruzione a costi elevatissimi, era tutto pronto per ospitare investitori internazionali e i ricchi turisti bianchi delle vicine Rhodesia (oggi Zimbabwe) e Sudafrica. Enormi lampadari di cristallo illuminavano le grandi hall con pavimenti e scalinate ricoperti di marmo e mosaici, mentre parquet e arredamenti di legno pregiato rivestivano le camere e le ampie sale. Ciascuno delle decine di ascensori della struttura aveva un addetto dedicato alle esigenze dei clienti le cui richieste venivano soddisfatte da centinaia di dipendenti tra cuochi, camerieri e giardinieri. Ma quegli ospiti tanto attesi non arrivarono mai perché il Grande Hotel era troppo lontano dai confini dei Paesi limitrofi. Persino gli uomini d’affari che dovevano recarsi a Beira preferivano alloggiare nel più accessibile e centrale Hotel Embaixador, mentre le spiagge di Bazaruto e il Parco di Gorongosa attiravano più turisti.

Inaugurato nel 1955, questo edificio era considerato uno degli alberghi più lussuosi dell’Africa australe. Ma dopo soli nove anni di attività fallì a causa della mancanza di clienti

Così il sogno svanì. Nel febbraio del 1963 il Grande Hotel smise di ricevere ospiti e iniziò a organizzare solo grandi eventi e cerimonie. La piscina e il bar annesso restarono aperti a uso esclusivo dell’élite coloniale portoghese continuando a funzionare per qualche anno dopo l’indipendenza. In seguito, una parte dell’hotel divenne la sede politico-militare del Comitato Rivoluzionario creato per diffondere e radicare il socialismo del partito al potere Frente de Libertaçao de Moçambique (Frelimo). Quando poi esplose la guerra civile nel 1981, la struttura passò nelle mani dei ribelli della Resistência Nacional Moçambicana (Renamo). Durante tutto questo periodo i piani sotterranei, dove un tempo si trovavano le cucine e le celle frigorifere, furono usati per incarcerare e torturare i prigionieri delle opposte fazioni. Col tempo i militari cominciarono a portare con sé i loro familiari e il Grande Hotel iniziò a sovrappopolarsi e a degradarsi divenendo infine un campo profughi per i rifugiati che fuggivano dalle zone rurali dove imperversava il conflitto civile.

Un donna sbriga le faccende di casa di fronte alla sua camera, all’interno del “Grande Hotel” © Marco Simoncelli

Oggi, ogni suite del grande albergo è stata occupata, ogni stanza di servizio, sgabuzzino, deposito e perfino le celle frigorifere o le vecchie cabine telefoniche sono state trasformate in case arrangiate in cui possono abitare famiglie fino a dieci persone. I più poveri si sono costruiti dei piccoli rifugi con legno e teloni all’interno delle grandi sale interne. Il Grande Hotel è ridotto a uno scheletro di cemento marcescente senza infissi e con diversi parapetti crollati e parti pericolanti. Cespugli e piccoli alberi si sono fatti strada fra le enormi crepe ammuffite dei muri e dei soffitti agli ultimi piani, che sovrastano il vecchio ingresso monumentale annerito dallo sporco e pitturato qua e là da murales. Ovviamente i marmi, la mobilia, i cristalli, porte e finestre, le tubature e perfino i cavi elettrici sono stati razziati e rivenduti dagli ospiti stessi, popolo disperato che ha asportato tutto per poter sopravvivere durante e dopo il conflitto.

Migliaia di emarginati non hanno servizi igienici e sono costretti ad andare a raccogliere l’acqua da due piccole fontane appena fuori l’edificio. La grande piscina olimpionica è ancora lì, ma piena di maleodorante acqua piovana, dal color verde e utilizzata per lavare i panni o per l’igiene personale quando non ci sono alternative. Non esiste un sistema di raccolta dei rifiuti, che vengono ammassati in alcune zone della struttura da decine di anni. Cumuli di sporcizia in putrefazione alti fino a una decina di metri riempiono le trombe degli ascensori e quelle che una volta erano delle corti interne attirando topi obesi e scarafaggi. Le condizioni igieniche sono a dir poco precarie e, come si può facilmente immaginare, malattie come il colera si diffondono frequentemente dato che non esiste un sistema fognario, ma solo delle latrine in quelli che una volta erano i giardini dell’albergo dando la stura all’inventiva degli ospiti come nel caso di un intero piano in uno degli edifici adibito allo scopo per gli occupanti dei piani più alti.

Ogni suite è stata occupata, persino le celle frigorifere e le cabine telefoniche sono state trasformate in case arrangiate dove possono abitare fino a dieci persone

“Questo posto potrebbe crollare da un momento all’altro. Ogni volta che c’è un forte temporale, le pareti trasudano d’acqua. Ci sentiamo in pericolo, ma non sappiamo dove altro andare. Non c’è lavoro fuori città”, racconta il giovane José Paulo mentre controlla due dei suoi quattro figli appena fuori la porta della sua casa che occupa metà di quella che una volta era la stanza numero 124 al primo piano. Poco più in là in un lungo corridoio scuro e senza elettricità Dona Isabel lava sua figlia neonata in una bacinella, all’entrata della suite 140. “La mia famiglia è qui da tanto tempo. Abbiamo ereditato la stanza da mio nonno che combatteva nel Frelimo -ricorda con la bambina in braccio-. È difficile crescere i propri figli qui. Manca tutto ed è un posto molto insicuro. Non ci sono parapetti e i bambini giocando rischiano di cadere di sotto. Accade spesso, anche agli adulti”.

“E poi ci sono le droghe e la criminalità”, aggiunge il vecchio pescatore Acacio mentre pulisce dei gamberetti sul pavimento di quella che una volta era una sala d’aspetto.  Come spesso accade in luoghi del genere, il traffico di stupefacenti e la delinquenza sono diffusi. “Le cose sono migliorate grazie alla nostra organizzazione interna, ma il problema persiste. I giovani disoccupati non sanno cosa fare e possono finire nel giro. Lo Stato si è dimenticato di noi”.

Nonostante le difficoltà, la comunità del Grande Hotel ha sviluppato un articolato sistema organizzativo. Bancarelle fanno ricaricare i cellulari grazie ad allacci clandestini alla rete elettrica, altre vendono alimenti e cianfrusaglie in mercatini all’interno e di fronte all’ingresso. Si possono anche trovare piccole taverne di legno e lamiera, sartorie e perfino due cinema sempre pieni di ragazzi ammassati per vedere partite di calcio e vecchie pellicole d’azione hollywoodiane. Nella parte interna, vicino alla vecchia piscina, sono stati allestiti orti ed essiccatoi di pesce e gamberi e c’è chi fabbrica mattoni e produce carbone, necessario per riscaldare gli ambienti e cucinare.

Poiché lo Stato mozambicano mostra indifferenza verso questa baraccopoli verticale, la comunità ha creato un sistema di autogestione. Tramite elezioni interne e rispettando il grado di anzianità, vengono scelti periodicamente i rappresentanti dei gruppi di famiglie occupanti questi spazi, che a loro volta eleggono il rappresentante del piano dell’edificio e così via fino al vertice. Posizione occupata in questo momento da tre donne. “Ci occupiamo di risolvere i problemi interni, gestiamo i nuovi arrivi, abbiamo una cassa comune e teniamo le relazioni con le istituzioni”, spiega Dona Elisa, la più anziana di loro. “Abbiamo fatto numerose richieste al governo. Prima di tutto di aiutarci a rimuovere i rifiuti, l’installazione di latrine in numero sufficiente per tutti gli abitanti, nuovi accessi all’acqua. Ma abbiamo ricevuto solo promesse”, protesta la donna nella cucina della camera 202 al secondo piano. “Vorrebbero sfrattarci per demolire tutto -continua la donna-. Sappiamo che stare qui è pericoloso ma dove possiamo andare? Se lo Stato ci desse delle nuove case o dei terreni, noi saremmo pronti a lasciare questo posto”.

Sembra che nessuno voglia vivere qui nel Grande Hotel, ma ormai la situazione è in eterno stallo come spiega Marcos José Antonio dell’associazione assistenziale “Casa Dos Sonhos”, una delle poche che riescono a lavorare qui per via della criminalità e della difficoltà d’intervento. “Il governo locale non ha i soldi per costruire delle case popolari o consegnare dei terreni edificabili in città. Vorrebbe far spostare tutti dove c’è spazio nelle lontane periferie, ma la gente si rifiuta. Andare lontano significa perdere lavoro e sostentamento”. In effetti la maggior parte degli abitanti del vecchio albergo trae sostentamento da piccole attività in città, spostarli lontano senza una strategia potrebbe condannarli a una povertà peggiore e creare nuovi ghetti. “È una situazione senza uscita. L’unico modo è far studiare le giovani generazioni per dargli un futuro fuori da lì”, conclude Marcos José Antonio mentre osserva dei ragazzi giocare sul tetto del gigante di cemento. Relitto di ricchi megalomani e oggi casa degli esclusi che sperano un giorno di averne una vera.

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia