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Movimenti volontari – Ae 92

Un milione di italiani dedica parte del proprio tempo ad attività gratuite di assistenza. Un tassello prezioso e irrinunciabile del welfare nostrano, che si evolve rapidamente. Non senza rischi: dall’eccessiva richiesta di professionalità al ricorso a “rimborsi spesa” La ragazza…

Tratto da Altreconomia 92 — Marzo 2008

Un milione di italiani dedica parte del proprio tempo ad attività gratuite di assistenza. Un tassello prezioso e irrinunciabile del welfare nostrano, che si evolve rapidamente. Non senza rischi: dall’eccessiva richiesta di professionalità al ricorso a “rimborsi spesa”


La ragazza indossa la tuta azzurra e gialla della Misericordia -la più antica organizzazione volontaria in campo sanitario- ed è pronta a salire sull’ambulanza. Il ragazzo non ha alcuna divisa, sta andando nella bottega del commercio equo della sua città: passerà un pomeriggio dietro al bancone a vendere

i prodotti che arrivano dal Sud del mondo. Nella loro diversità, i nostri tipi hanno in comune un “modo di operare” che chiamiamo volontariato.

Sono in buona compagnia: secondo le stime dell’Istat (le più recenti sono del 2003) il settore in Italia mobilita direttamente circa un milione di persone, che prestano il loro tempo sulla base di valori quali la gratuità e la solidarietà. Un settore che cambia in continuazione, declinandosi al plurale. Perché di volontariato non ce n’è uno solo.

C’è quello legato al sistema di welfare, ovvero operante in interventi socio-assistenziali di tipo “leggero” con grande impegno dei volontari (il 33% del totale); c’è il volontariato “specialistico” legato alla promozione e donazione degli organi e del sangue (16%); quello di tipo “gestionale pesante” in ambito sanitario e di protezione civile; oppure quello legato ai “beni comuni”: oltre il 23% che opera nell’ambiente, nella cultura, nell’istruzione, nella solidarietà internazionale, nella protezione civile.

Secondo l’Istat, le organizzazioni di volontariato in Italia sono circa 21.000, ma i dati sono del 2003. La cifra balza a 28.000 invece secondo l’ultima rilevazione della Fondazione italiana per il volontariato (Fivol, www.fivol.it) del 2006. Bastano questi numeri per capire quanto il volontariato sia un elemento fondamentale per il nostro sistema di welfare. Per molti enti pubblici l’apporto del non profit è necessario per integrare o addirittura sostituire i servizi, in particolare nel settore sociosanitario. Secondo una recente indagine dell’Auser, onlus nata dalla Spi-Cgil che si dedica agli anziani (www.auser.it), sui conti consuntivi 2006 dei Comuni capoluogo di Provincia, oltre il 40% della spesa corrente impegnata per i servizi sociali è gestita attraverso cooperative sociali o associazioni di volontariato. La percentuale sale fino al 60% nelle città più grandi come Bari e Firenze. Appalti che spesso -si tratta del 12% dei casi- prendono la forma di affidamenti diretti in assenza di gare pubbliche o anche di selezione ristrette.

Un fenomeno che esalta il ruolo del volontariato, ma lo espone anche a diversi rischi. Solo tre Regioni in Italia, ad esempio -sono Campania, Molise e Toscana- hanno regolamentato in modo organico l’apporto del volontariato alla programmazione e gestione dei servizi sociali. “Uno dei pericoli -spiega Renato Frisanco, responsabile del settore studi e ricerche della Fivol- è quello dell’istituzionalizzazione, fenomeno che accade quando il volontariato è inserito dentro la programmazione pubblica senza però essere partner del gestore pubblico.

Un esempio -aggiunge Frisanco- sono i servizi del 118: molte organizzazioni hanno accettato un cambio di passo, garantendo il servizio 24 ore su 24, con standard di mezzi e formativi adeguati. Sono organizzazioni che fanno comodo alle Asl, ma che spesso vengono più sfruttate che tutelate. Infatti sono costrette a tenere bassi i costi”.

In casi come questi, il confine fra volontariato e impresa sociale diviene incerto. Poco prima che cadesse il governo Prodi, i ministeri della Solidarietà sociale e dello Sviluppo economico hanno emanato i decreti attuativi della legge che fissa i criteri per la definizione dell’impresa sociale che, per essere tale, deve avere ricavi prodotti almeno per il 70% da attività di utilità sociale. L’atto fissa i confini anche rispetto al mondo del volontariato. “Molte organizzazioni storiche -spiega ancora Frisanco- non si ritrovano più nel volontariato. Ad esempio alcune Misericordie hanno un fatturato di milioni di euro all’anno. Sono realtà iscritte al registro del volontariato, ma vere e proprie imprese sociali. Nell’ultima rilevazione che abbiamo svolto, il 25% delle organizzazioni iscritte al registro del volontariato non hanno più le caratteristiche di idoneità della legge 266 (la legge quadro sul volontariato del 1991, ndr): gratuità e solidarietà”. Il 6,2% del campione nazionale esaminato dalla Fivol ha ammesso di dare ai volontari un rimborso spesa forfettario che va al di là delle spese documentate. Il 16,2% chiede all’utenza un’offerta per le prestazioni ricevute. Un altro fenomeno in crescita negli ultimi anni è il venir meno della presenza determinante e prevalente dei volontari: l’8,5% delle organizzazioni di volontariato si affida di più al lavoro remunerato, soprattutto quelle che gestiscono servizi importanti. Fenomeni frequenti anche nel Mezzogiorno, dove stanno nascendo molti gruppi di giovani che puntano a farsi affidare i servizi di pubblica utilità.

La quota di associazioni nate al Sud è cresciuta notevolmente negli ultimi anni. Rispetto al 1995, secondo i dati Istat, sono cresciute del 263,1%, a fronte di un aumento nazionale del 152%. Aumenti record, dovuti soprattutto all’emersione del fenomeno causata dall’iscrizione massiccia, fin dagli anni 90, ai registri pubblici, ma anche ad un costante trend positivo di nuove nascite. “In molti casi -spiega ancora Frisanco- i volontari sono quasi tutti giovani e si uniscono in associazioni di volontariato più che in cooperative sociali perché non hanno forze e risorse, ma puntano ad essere gestori di servizi. Un altro esempio sono organizzazioni molto attive e importanti che si occupano di disabili: senza accorgersene diventano imprese sociali e chiedono aiuto per cambiare veste organizzativa”.

Nonostante alcuni punti critici, primo fra tutti il rapporto con il pubblico, anche per questa sua capacità di occupare spazi e contribuire a soddisfare nuovi bisogni sociali, il volontariato oggi è una componente sana e in crescita del Paese. E genera fiducia nella popolazione. Secondo l’ultimo Rapporto Italia dell’Eurispes (www.eurispes.it), il 13,7% degli italiani sente il dovere morale e civico di operare nel sociale e il 58% dei membri delle organizzazioni presta con continuità il proprio servizio.



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Chi finanzia la gratuità

Le campagne di comunicazione solidale sono aumentate nel 2007 del 17% rispetto al 2006: il terzo settore ha investito lo scorso anno quasi novanta milioni di euro in pubblicità. Perché questa determina una parte importante delle entrate per il volontariato: già nel 2003 l’Istat riportava come il 29,8% delle organizzazioni si finanziasse esclusivamente da fonte privata, il 35,1% con fonte prevalentemente privata e solo il 5,2% con soli fondi pubblici. Un “affare” annuo complessivo da 1.630 milioni di euro. Anche per questo è uno dei settori più finanziati: da privati -si pensi solamente al 5×1000-, dalle fondazioni bancarie, dallo Stato a tutti i livelli. Un mondo che riceve fondi e attenzioni, regolato da una legge (la 266/91) di 17 anni fa, da riformare e riportare al passo coi tempi. Ma che ha permesso, dagli anni 90 ad oggi, una notevole crescita. La legge impone, ad esempio, alle fondazioni bancarie di destinare un quindicesimo dei propri proventi alle organizzazioni di volontariato. Una manna: nell’ultimo bilancio di sistema (2006) le 88 fondazioni bancarie hanno destinato a volontariato, filantropia e beneficenza il 16,8% (era il 15,6% nel 2005) dei proprio fondi, che ammontano complessivamente a 1.594 milioni di euro, una cifra superiore del 16% rispetto all’anno precedente. Ben 87 milioni di euro vanno ai Centri di servizio per il volontariato (www.csvnet.it), che in Italia sono 77 e hanno il compito di finanziare le organizzazioni, e agli altri soggetti che intermediano le risorse.



Ma l’Ue chiede concorrenza

Il volontariato italiano è finito nel “mirino” dell’Unione europea. Lo scorso novembre una sentenza della Corte di Giustizia ha sancito che le associazioni senza fini di lucro dovranno rispettare le stesse regole della concorrenza delle altre imprese sugli appalti. A far scoppiare il caso era stato la stipula di una convenzione fra la Regione Toscana, Misericordie, Anpas e Croce Rossa per il trasporto sanitario.

La Toscana si è “salvata”, il ricorso è stato bocciato, solo perché non è stato dimostrato che l’affidamento superasse il tetto fissato dalla direttiva 92/50/CE in materia: 200.000 euro. Ma il problema rimane e riguarda una fetta determinante del nostro sistema di volontariato.

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