Esteri / Reportage

Prove di filiera corta a Mosca, tra meleti urbani e giovani contadini

A seguito delle sanzioni volute dall’Europa, il Governo russo ha bloccato le importazioni di prodotti alimentari dell’Unione e sta investendo miliardi di rubli per raggiungere l’autosufficienza entro il 2020

Tratto da Altreconomia 195 — Luglio/Agosto 2017
© Marinella Correggia
© Marinella Correggia

Attraversando la piazza della Vittoria con le fontane dai getti illuminati di rosso, girando intorno alla processione di gigantesche statue dedicate alle vittime dell’olocausto nazista, ecco un parco pieno di altri monumenti: centinaia di meli ormai patriarchi, cresciuti senza vincoli. Solo gli alberi più giovani sembrano produrre ancora. “La mia amica Ludmila andava a raccogliere i frutti per le sue marmellate in un altro parco-meleto di città, vicino alla stazione metro Kankova” spiega Elide Cabassi, pittrice monferrina che vive a Mosca da decenni.

Il recupero dei frutteti urbani moscoviti -retaggio dell’epoca sovietica- non è all’ordine del giorno in Russia. L’indipendenza alimentare, invece, è nelle bocche di tanti. Se ne vedono i segni perfino in un supermercato del centro: malgrado la pletora di imballaggi e cibi industriali (il reparto dello sfuso fa un timido capolino), malgrado il fuori stagione global, le bandierine che indicano la provenienza dei prodotti dicono la quasi assenza di Unione europea, Usa e Australia. Rimanendo alle mele, “non ne vedi nemmeno più dalla Polonia. Effetto delle contro-sanzioni”, fa osservare Sergey, consumatore moscovita che, come oltre il 70 per cento dei suoi connazionali, appoggia la decisione presa da Mosca nel 2014: sospensione delle importazioni alimentari provenienti dai Paesi autori delle sanzioni contro la Russia per via del conflitto in Ucraina e del referendum in Crimea.

Stop alle importazioni di quello che possiamo produrre qui, ha detto il governo russo; o che possiamo acquistare da Paesi terzi. Ortofrutta, semi oleosi, cereali, formaggio, pesce, carni varie, latte e prodotti caseari. Sugli scaffali è un fiorire di “Made in Russia”, bottiglie di latte di nuove marche, cereali trasformati, insaccati, prodotti ittici. Nel fresco, molte le bandierine da Bielorussia, Serbia, Montenegro, repubbliche asiatiche specializzate nel comparto frutta essiccata e in guscio. Fino ad aprile, dice Yulia Akchurina, giornalista della rete Ren, “ci sono state anche le piccole e rosse arance siriane; e perfino le fragole dello Yemen, dolcissime”. Global, ma solidale.

Un pranzo al ristorante vegetariano “Sok” di Mosca ©Marinella Correggia

Il Paese sta investendo miliardi di rubli in progetti di sostituzione delle importazioni, per arrivare all’autosufficienza entro il 2020. Le “contro-sanzioni” aiutano: gli agricoltori (l’8 per cento della forza lavoro) ringraziano. Quelli europei protestano contro i propri governi, primi responsabili del niet di Mosca. All’ultimo Forum economico di San Pietroburgo, Oleg Sirota, un ex informatico moscovita diventato produttore di formaggi, si è augurato che “l’embargo alimentare” duri a lungo. Senza la concorrenza europea, questo giovane produttore, come diversi altri, sta sviluppando linee nazionali di qualità, alla ricerca anche del parmigiano russo. Nel suo laboratorio costruito nel 2015 a Dubrovskoe, non lontano da Mosca, Oleg mostra sugli scaffali di legno le forme nei diversi stadi di maturazione. La novità è il formaggio aromatizzato mettendo a bagno le forme nel vino di Crimea. “I miei prodotti sono in diversi punti vendita; ma tante persone vengono a comprarli direttamente qui in azienda. Ed ecco le ordinazioni per i formaggi che saranno pronti fra molti mesi”, spiega Oleg indicando centinaia di nomi e numeri sul muro del piccolo negozio fuori dal laboratorio.

I problemi e gli escamotage non mancano: Paesi confinanti come la Bielorussia sono diventati dei “riciclatori” del “Made in Ue”, e le sofisticazioni alimentari sono aumentate. Ma nel 2016 la Federazione russa ha importato solo il 22 per cento dei prodotti agroalimentari, contro il 36 per cento del 2013. Insieme alla messa al bando degli Ogm (e nel campo dei prodotti ittici, delle reti a strascico), è una svolta. “Da tanto tempo si parlava di indipendenza alimentare, ma con le contro-sanzioni le cose sono migliorate per molti produttori russi. Senza la concorrenza europea hanno molte più chance di vendere. Non solo: una fascia di consumatori russi fa più attenzione a quel che mangia e sceglie il sostegno all’agricoltura nazionale”, dice Boris Hakimov, coordinatore della cooperativa “Lavkalavka”, che vende i prodotti di piccoli agricoltori biologici russi sia nella sua catena di botteghe e ristorantini, sia con la consegna a domicilio attraverso ordini online, ma anche in alcuni mercati contadini, come “Megafarm” a Chimki. Sui banchi, i prezzi sono competitivi con quelli dei supermercati. Un elemento importante per un vero cambiamento: la spesa alimentare delle famiglie in Russia arriva ancora al 35 per cento del reddito totale.

Oleg, un ex informatico moscovita diventato produttori di formaggi ©Marinella Correggia

I mercati contadini di “Lavkalavka” sono un esempio di filiera corta, mentre i gruppi d’acquisto solidale non sono ancora pate della svolta russa. Il sito della cooperativa fa conoscere, da aree anche remote, volti e storie dei produttori, molti dei quali giovani. Nella regione di Tambov, Natalia Parskevic coltiva varietà antiche di ortaggi, come la cipolla rossa Danilov. Ivan Novickin a Krasnodar è in regime biodinamico: i coleotteri gli tengono a bada i bruchi. Alexei Minho a Sochi fa il tè più settentrionale del mondo. Emil Mandeev ha le api nomadi nel Bashkordostan.  Tamum Zagirova, un ettaro a frutta nel villaggio Kullar in Daghestan, trasforma in conserve ciliegie e albicocche.

Molto più a Nord, nella provincia di Ivanovo, gli occhi azzurri di Natasha Tcistov ricordano sognanti i frutti della sua infanzia sulle famose terre nere e fertilissime chiamate chernoziom (molto estese e in buona parte abbandonate alla fine dell’Urss). Poi gli anni in città. Finché, con il marito Mikhail che ristrutturava appartamenti a Mosca, si sono trasferiti sul terreno che era della nonna di lui, completo di una piccola dacia.

Mikhail si è messo ad allevare animali e intanto, sfruttando le conoscenze della vita precedente, ha cercato una rete di clienti urbani che ora rifornisce settimanalmente, a domicilio. I suoi maiali amano le carezze (ci asteniamo dal chiedergli chi li ammazza, venuto il momento); galline e galli razzolano nell’erba fuori dal pollaio riscaldato in inverno da una stufa. Natasha si occupa dei vegetali, in campo aperto e nelle belle serre a punta, fatte apposta per non essere sfondate dalla neve. “Finora ho lavorato per l’autoconsumo, ma spero presto di produrre abbastanza ortaggi da ricavarne anche conserve e venderle”. Non è facile trovare collaboratori. Nella stalla, è la figlia Anya a dare una mano. Presto andrà in città, per la scuola alberghiera. I genitori sognano il suo ritorno, magari per mettere su un piccolo agriturismo, più redditizio dell’agricoltura, che su piccola scala anche in Russia non è fonte di grandi guadagni: “Le contro-sanzioni e i crediti statali sono un toccasana per i produttori, ma quelli piccoli per farcela hanno bisogno di un accesso diretto al mercato e di prezzi buoni”.

Tanti i terreni incolti lì intorno. Della fattoria statale –sovkhoz– del tempo dell’Urss rimane maestosa l’insegna. Spiega Mikhail: “Negli anni ‘90, delle famiglie che lavoravano qui intorno, solo una decina accettarono di rilevare i terreni e continuare a coltivarli in modo auto-organizzato, con molta fatica. Il resto fu ceduto a una fabbrica di lavorazione di farine”.

Un mercato contadino a Mosca ©Marinella Correggia
Un mercato contadino a Mosca ©Marinella Correggia

I boschi di betulle aumentano. Sarebbero anch’essi una risorsa alimentare. Incidendo la bianca corteccia maculata si ricava un succo nutriente, da rivalutare. Lo vendono tuttora in una catena di negozi di alimenti russi, a Mosca. Insieme a vari prodotti tradizionali come l’olio di quell’erba spartana che è la camelina sativa, o falso lino. Aromatico, ricco di omega 3, in Italia costa 20 volte di più. “Salvo una parte del fresco, abbiamo tutto di qua. I pomodori secchi sono di Volgograd. La halva è fatta con i nostri semi di girasole. I cracker crudi contengono semi di lino e grano saraceno”, risponde il commesso.

Ritroviamo i cracker raw, cibo nuovo con ingredienti tradizionali, sul tavolo del ristorante vegetariano “Sok”, in una rara isola pedonale con bike sharing, a poca distanza da uno dei McDonald’s che non mancano nemmeno a Mosca. Fra i clienti, a parte i turisti, moscoviti giovani. Il menù spazia dagli ottimi falafel anch’essi crudi, alle zuppe russe rosse di barbabietola, alle polpette di fagioli e alle palline di frutti in guscio ed essiccati macinati. Fra le novità alimentari russe c’è forse un abbozzo di rivoluzione vegetariana? Non lo crede Viktor Konev, uno dei manager della catena indianeggiante “Jagannath”: “La scelta di non mangiare carne e pesce o nessun prodotto animale è minoritaria. Avviene su basi salutistiche e di gusto, almeno qui a Mosca. A San Pietroburgo è forse più un fatto di stili di vita”. Fate attenzione alla provenienza delle materie prime? “Se possibile sì, cerchiamo di consumare prodotti locali, ma l’olio d’oliva (non è compreso nelle sanzioni, ndr) è greco, e le spezie indiane». E i fuori stagione? “ pomodori in inverno non sanno di niente, allora li condiamo per bene”. Non necessariamente il veg è anche equo-local-bio.

Vicino alle stazioni della metropolitana sono molti i mercati coperti dei “contadini”, ma in gran parte sono ormai piccoli commercianti. Alla fine di maggio, le ciliegie uzbeke, le fragole della Crimea, i piselli di Krasnodar confinavano con pomodori e cetrioli dell’Azerbaijan e del Kazakhstan. Le patate russe e le carote mantenute per mesi nella sabbia affiancavano le tradizionali conserve sotto sale e aceto. Su banchetti improvvisati, produttrici della campagna circostante, con il foulard legato alla contadina, vendono erbette selvatiche stagionali. In estate portano frutti di bosco, poi i funghi, confetture fatte in casa.

Tradizioni preservate. Non lo è, purtroppo, quella dell’avoska, la sporta durevole a rete, onnipresente in epoca pre-Eltsin. L’hanno rivisitata, la vendono fatta a mano in un negozio, ma non è tornata di massa. Tutti si danno alla plastica monouso. Alla cassa del supermercato lo shopper monouso costa 1,5 rubli. Quello più durevole è a 17 rubli. Alla fine conviene, ma rimane lì. Miracolosamente, una cliente riempie le sue due borse di tela. Accorgendosi di un tentativo di foto, non ne capisce la ragione e protesta brevemente, in quella lingua decisa, ma non rude.

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