Esteri

Morire di giornalismo, nel narco-stato

In Messico e in tutta l’America centrale, dove a governare è la criminalità organizzata, scriverne è difficile —

Tratto da Altreconomia 143 — Novembre 2012

"Le autorità dei Paesi consumatori di cocaina -spiega Daniel Mejía, autore con Alejandro Gaviria di ‘Anti-Drugs Policies in Colombia: Successes, Failures and Wrong Turns’ (Ediciones Uniandes, 2011)- fanno la guerra ai piccoli spacciatori, anello più debole della catena, ma non fanno nulla contro le grandi istituzioni finanziarie che riciclano il denaro proveniente dal narcotraffico. Proibire il commercio della cocaina significa soprattutto trasferire i costi del problema dai Paesi consumatori a quelli produttori, che pagano con il proprio sangue la guerra al narcotraffico”.
Una “guerra” che soltanto in Messico è costata la vita di oltre 60mila persone negli ultimi 6 anni. Un “effetto collaterale” -parole del presidente messicano Felipe Calderón, che della militarizzazione del contrasto al narcotraffico ha fatto la sua bandiera del suo sessennio di governo, in scadenza a fine novembre- in grado di spingere sempre più i latinoamericani a invocare a gran voce la legalizzazione del commercio di droga. Quest’estate, il poeta messicano Javier Sicilia -suo figlio Juan Francisco è stato ucciso dai militari, che lo avevano scambiato per un narcotrafficante- ha guidato la Carovana della pace. Al grido “Fermate la strage dell’antidroga: legalizzate”, la marcia partita da Tijuana ha raggiunto Washington per chiedere che vengono finalmente riposte le armi.
L’appello sta trovando eco anche tra le stanze della politica. Il presidente uruguayano José Mujica ha già avviato la legalizzazione della marijuana, e si dice pronto a fare lo stesso con la cocaina “per ragioni di salute pubblica”. In Guatemala, il presidente Otto Pérez Molina parla di “depenalizzazione”, e anche Laura Chinchilla Miranda, presidentessa del Costa Rica, sarebbe disponibile a provvedimenti a in tal senso.
“All’inizio del 2012 -racconta Diego Osorno, giornalista messicano in prima linea sul fronte del narcotraffico- ho partecipato a una riunione segreta organizzata a San Paolo dalla fondazione Cardoso, guidata dall’ex-presidente brasiliano. All’incontro erano presenti importanti ex-politici e impresari di Brasile, Colombia e Messico, preoccupati di non lasciarsi sfuggire le opportunità offerte da un’eventuale legalizzazione. Il dibattito sul tema dovrebbe essere pubblico e non consumarsi nelle stanze chiuse del potere. È il popolo infatti ad aver visto le proprie libertà civili calpestate in nome della ‘guerra’ al narcotraffico. Invocata da Calderón per tirarsi fuori dalle critiche sui brogli all’elezioni, la parola ‘guerra’ sembrava eroica e seducente. Ma voleva dire soltanto morte e violenza. A Monterrey, la mia città, di notte la gente non può uscire di casa ed è costretta a pagare il pizzo a narcotrafficanti e militari corrotti”.
Da quando la frontiera tra Messico e Stati Uniti d’America è stata militarizzata, il narcotraffico ha intensificato la “ruta del Caribe”, allagando nel sangue il resto del Centro America. Mentre si trasformavano nella principale destinazione dei narcovoli provenienti da Colombia e Venezuela, i Paesi centroamericani hanno visto raddoppiare il numero degli omicidi. Con 92 assassinii ogni 100mila abitanti, il doppio rispetto a 10 anni fa, oggi l’Honduras è il Paese più violento del mondo. In Guatemala, principale luogo di stoccaggio per la cocaina arrivata da Sud e in attesa di essere indirizzata verso Stati Uniti ed Europa, gli scontri tra le bande di narcotrafficanti per il controllo del territorio non erano mai stati così cruenti. L’unica eccezione è rappresentata da El Salvador, dove negli ultimi 6 mesi il tasso di omicidi è calato del 50. Merito della trattativa che il governo ha avviato con le Maras, come vengono chiamate le gang salvadoregne. Una strategia salutata con favore anche dalle Nazioni Unite.
“Ufficialmente la Mara Salvatrucha e la Pandilla 18, le due  principali bande del Paese, si sono impegnate a deporre le armi in cambio di migliori condizioni carcerarie. Ma ancora oggi la trattativa non è trasparente. Di chi è stata l’iniziativa? Cosa è stato davvero promesso alle Maras in cambio del cessate il fuoco? L’unica notizia che può essere salutata con favore è il calo degli omicidi. Il rischio però è che si stia mettendo in piedi una struttura parallela allo Stato in grado di gestire molto potere, soprattutto nelle carceri, luogo fondamentale per ogni gruppo criminale dell’America Latina” incalza Carlos Dada, direttore di “El Faro” (www.elfaro.net), che ha sede a San Salvador ed è il primo giornale on-line dell’America Latina. Con i suoi colleghi ha svelato la trattativa a marzo, 6 mesi prima che il governo ne ammettesse l’esistenza. L’inchiesta -in grado di accende i riflettori internazionali sulla vicenda- è costata ai giornalisti di “El Faro” una condanna a morte da parte delle Maras. “Credo che dietro al comunicato con cui le bande ci minacciano si nasconda qualcun’altro. Da quando è nato, nel 1998, El Faro ha pubblicato infatti decine di inchieste su politici e poliziotti corrotti. Le rivelazioni sulla trattativa hanno messo in difficoltà soprattutto i politici che la stavano amministrando in segreto. Chiunque ci sia dietro le minacce, non ci lasceremo intimidire”. Dada dice di non essere spaventato: “Tanti nostri colleghi che operano in Messico, Honduras e Guatemala lavorano in un contesto molto più pericoloso del nostro. Credo quindi che il modo giusto di utilizzare la visibilità che ci siamo guadagnati sia di spostare i riflettori su quei giornalisti latinoamericani che sono ancora sconosciuti al grande pubblico. Segnalo ad esempio la prossima uscita di un libro del collettivo messicano Nuestra Aparente Rendición, curato da Lolita Bosch y Alejandro Vélez Salas. Sarà una raccolta di ritratti dei 126 giornalisti assassinati o scomparsi in Messico nelle prime 2 legislature della ‘democrazia messicana’ (dal 2 luglio 2000 ad oggi, ndr). Ogni ritratto è opera di un collega. Io mi sono occupato di Francisco Ortiz, mentre Diego Osorno ha scritto la storia di Félix Alonso Fernández García”. —

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